Sarà vero?
Il ragazzo di 22 anni che massacra la pasticcera nel suo negozio una fredda sera di fine gennaio di 35 anni fa e scappa indisturbato nel buio e poi resta a guardare chi, per i successivi tre decenni punta il faro in altre direzioni: sarà davvero un finale convincente per il delitto irrisolto incistato nella storia di Roncade?
E’ lui l’assassino? Lo abbiamo preso?
L’indomani il paese è oggettivamente un po’ scettico, un po’ sorpreso e un po’ (soprattutto) indifferente.
Primo perché per ricordarsi con una certa nitidezza di Sandra Casagrande e del suo negozio sotto il portico occorre avere almeno 50 anni, una discreta memoria e, non ultima, la voglia di rinfrescarla su questo brutto capitolo.
Secondo perché a raccontarla per bene a chi allora non fosse ancora nato ci vuole mezza giornata, e con gli standard di mantenimento dell’attenzione di oggi è di fatto inutile.
Terzo, infine, perché anche chi si metta d’impegno a ricostruirla, inizia a sentirsi a disagio, ascoltato con scetticismo, sente di somigliare ai propri nonni che parlavano della vita in trincea nella Grande Guerra.
Eppure una donna di 44 anni, libera e attraente, massacrata da uno sconosciuto colto da un raptus e con tutte le connotazioni di un’aggressione a sfondo sessuale (lei era per metà nuda, trafitta ovunque tranne che sui seni) dovrebbe ricondurre immediatamente all’odioso concetto di femminicidio, lievitato in questi anni con tutta la repulsione che genera.
Forse è stato proprio questo a creare un’illusione ottica, il riflesso sbagliato che da subito ha indirizzato le ricerche su una pista che sembrava naturale. Il menu di soggetti più o meno locali magnetizzati da Sandra e interpretabili in questa chiave era ricco e promettente.
Furono trovate agendine fitte di numeri, si sapeva di luoghi di incontro disponibili facili e conosciuti (non soltanto l’appartamento sopra la pasticceria dove lei abitava), c’erano dediche d’amore appassionate vergate e firmate con il rossetto sullo specchio della camera da letto e poi mazzi di rose sempre fresche e con diversi mittenti. Il canale investigativo era largo e comodo come la pista di un aeroporto. Non giravano solo nomi insignificanti: nel piccolo mondo trevigiano di habituè della pasticcera qualcuno era meno anonimo di altri e questo deve aver congelato qualcosa.
Se guardavi il dito, cioè, rischiavi anche di far vedere la luna.
Tradotto: se le investigazioni avessero portato ad un processo con dibattimento pubblico e (molti) testimoni chissà quante cose indicibili, al di là dell’assassino o presunto tale, avremmo potuto scrivere.
Non è un fascicolo d’indagine proprio esemplare quello che si riuscì ad avere dalla Procura.
Almeno, non è come ce lo si aspettava.
Verbali stringatissimi, scarse contestazioni a testimoni balbettanti, pagine che mancano.
Il comandante della stazione dei carabinieri che rifiuta di uscire, quella sera, fingendo di non essere in casa e che tuttavia viene lasciato in pace.
Teatro del crimine ripulito con cura immediatamente, vestiti bruciati, testimoni intimiditi.
E perché poi? Se il responsabile è il sospettato di oggi e non c’entra niente con gli ambienti passati allora al setaccio, che senso avevano le minacce e gli inviti alla ritrattazione da parte di alcuni verso gente transitata casualmente nei dintorni proprio in quelle ore?
D’accordo, altro mondo, altre sensibilità. Niente videocamere in piazza, zero telefoni cellulari, il Dna agli esordi. Fiorirono decine di congetture ma, alla fine, quell’inchiesta fu una ruota nel fango che girava per niente. Sei mesi, il minimo necessario, ed ecco l’archiviazione.
Passano gli anni, qualcuno nella Polizia giudiziaria, più che per passione che per dovere, continua a macinare pensieri. Cambiano due procuratori, arriva il 2009 e il Dna è finalmente strumento ordinario. Antonio Fojadelli ci riprova, anche se intanto qualche personaggio potenzialmente interessante è morto. Qualcosa con una macchiolina tra i reperti del 29 gennaio 1991, però, è pur sempre stato conservato. Partono i confronti con i codici genetici di una decina di persone, lui stesso si reca a Roncade a spiegare, in un incontro pubblico, cosa stava cercando di fare. Il circo televisivo dei cold case nazionali è strutturato, arrivano troupe e autori di ogni risma, una telefonata anonima a “Chi l’ha visto?” riaccende il pathos. Ma di nuovo niente da fare.
Fino ad oggi.
L’inatteso bingo di un Dna finalmente “matchabile” con quello conservato viene fatto passare per casuale o poco meno, ma, alle spalle, si racconta anche dell’altro. Di un’intuizione di un investigatore della Pg ormai in pensione ma che non per questo ha abbandonato quel tarlo nella testa.
Una precoce leggenda su una storia con lati incredibili? Vedremo.
Nel frattempo l’indagato è innocente fino al terzo grado di giudizio.
E comunque, oltre il dito rimane da guardare la luna.
Gianni Favero – Da “Corriere del Veneto” del 23 maggio 2026

