“Cara insegnante, usi già l’AI da tempo. Solo che non te ne sei accorta.”
di Giancarlo Tonon — formatore sull’intelligenza artificiale
Lavoro con gli insegnanti da anni. Li incontro nelle aule, nelle pause caffè, nei corridoi delle scuole. E da quando l’intelligenza artificiale è entrata nel dibattito pubblico, mi sento rivolgere sempre le stesse domande — o meglio, le stesse paure travestite da domande.
“L’AI farà i compiti agli studenti al posto loro.” “Non sono abbastanza tecnica per usarla.” “I miei alunni ne sanno già più di me.” “Non ho tempo per imparare un’altra cosa.”
Le riconosco tutte. Le ho sentite così tante volte che ormai le chiamo per nome: credenze depotenzianti. Non sono bugie. Non sono stupidaggini. Sono paure reali, legittime, che però rischiano di bloccare professionisti straordinari davanti a uno strumento che potrebbe rendere il loro lavoro più leggero.
Come il trattore con gli agricoltori. Nessuno ha detto che il trattore avrebbe distrutto l’agricoltura — ha semplicemente reso il lavoro meno faticoso. Gli agricoltori ci sono ancora. E sono più liberi di prima.
La paura più vera — quella che nessuno dice ad alta voce
C’è una cosa che ho imparato lavorando con gli insegnanti: la loro resistenza all’AI non è solo tecnica. È anche identitaria.
Un insegnante è abituato a essere la guida. Ad essere quello che sa. Ammettere di non capire qualcosa davanti a uno strumento che i propri studenti usano già — spesso con disinvoltura — tocca qualcosa di profondo nel senso di sé come professionista.
Non è debolezza. È umanità. Ed è esattamente il territorio in cui lavoro.
Il mio compito non è insegnare l’AI. È togliere l’apprensione. Sono quello che qualcuno ha chiamato il confessore digitale — quello a cui ci si avvicina in pausa caffè, sottovoce, con la domanda che non si osa fare in aula.
La cosa più sorprendente che ho scoperto
Un giorno, parlando con un gruppo di insegnanti, ho avuto un’illuminazione. O meglio — l’hanno avuta loro, e io ho solo aiutato a vederla.
Stavo spiegando come funziona un prompt — la richiesta che si fa all’AI per ottenere un risultato utile. Ho detto che un buon prompt si regge su tre colonne: il target (a chi mi rivolgo), l’argomento (di cosa si tratta) e l’obiettivo (cosa voglio ottenere).
Una maestra mi ha guardato e ha detto: “Ma questo è quello che faccio ogni mattina quando preparo la lezione.”
Esatto.
Quando un insegnante prepara una lezione pensa: chi ho davanti — quinta elementare o seconda media? Cosa devo spiegare — le frazioni o la Resistenza? Cosa devono saper fare alla fine — risolvere un problema o esporre un argomento?
Quello è il prompt. Già lo sanno fare. Non devono imparare nulla di nuovo — devono solo riconoscere quello che già fanno e applicarlo in un contesto diverso.
Non sto chiedendo loro di cambiare identità. Sto dicendo: sei già attrezzata. Devi solo vederlo.
E allora, da dove si comincia?
Da una domanda semplice, quella che mi piace fare all’inizio di ogni corso:
“Possibile che nel 2026 sto ancora facendo questa cosa a mano?”
Non serve diventare esperti. Non serve capire come funziona l’AI dentro — come non serve sapere come funziona un motore per guidare un’auto. Serve sapere dove si vuole andare. Serve avere la destinazione chiara.
L’AI è Google Maps. Tu hai il volante. La strada la scegli tu.
E la prossima volta che qualcuno ti dice che l’AI è complicata, che ci vuole troppo tempo per impararla, che rischia di sostituire gli insegnanti — ricordati degli agricoltori. Sono ancora lì. Con il trattore.
Giancarlo Tonon è formatore sull’intelligenza artificiale. Ha formato oltre 500 tra insegnanti e professionisti. Trovate i suoi contenuti su YouTube @gianca5402 e su Substack giancaai.substack.com.

