So ma non ho le prove

E se a partecipare all’omicidio di Sandra Casagrande fossero stati in due?
E se l’indagare uno, perché ha lasciato una microscopica traccia di sangue, fosse la leva per chiamare l’altro allo scoperto? Per vedere se fa o dice qualcosa di anomalo dopo 35 anni di vita trascorsi sotto il pelo dell’acqua?

Molto (ma proprio molto molto) immodestamente richiamo “Io so”, un articolo leggendario di Pier Paolo Pasolini pubblicato dal Corriere della Sera il 14 novembre 1974. Riguarda questioni enormemente più serie e per questo mi si perdoni l’abuso.

Pure io non ho prove e non ho nemmeno indizi. Ho solo pezzi che si incastrano, millimetro dopo millimetro, in un quadro che sembra più pulito e circoscritto.

Del resto, dopo valanghe di riletture televisive frettolose quanto – per forza – sommarie, un’ ipotesi in più cosa vuoi che faccia. Al massimo una perdita di tempo per chi legge.

Veniamo al dunque. Sappiamo da qualche mese che c’è un signore (abbiamo nome e cognome ma è già stato maltrattato a sufficienza, qui chiamiamolo X) fino a prima mai entrato nei radar degli investigatori, la cui traccia genetica, per vie che ci spiegano essere all’incirca fortuite, è stata trovata trovata su un pezzo di tenda repertato sulla scena del crimine il 29 gennaio 1991.

Quella sera, quando Sandra viene massacrata, lei ha 44 anni e lui, X, ne ha 22.

Il dato anagrafico, lì per lì, porta abbastanza ragionevolmente ad escludere che nell’incontro in pasticceria ci possa essere stata una matrice, diciamo così, “passionale”. Ma non è detto e comunque non c’entra.

Il signore in questione, sappiamo anche questo, all’epoca aveva comportamenti condizionati a volte da sostanze che era solito assumere.
Ma in quegli anni Roncade era zeppa di fenomeni di questa risma: di stupefacenti ne arrivavano e ne partivano a chili, la geografia di personaggi che ne acquistavano e ne distribuivano è nota alla maggior parte dei roncadesi d’origine che oggi abbiano almeno 50 anni.

Quasi tutte le persone passivamente o attivamente coinvolte, è giusto dire, poi sono rientrate in vite normali e rispettabili.
Qualcuna purtroppo no: le morti per overdose non sono mancate.

Ma torniamo all’indagato signor X. In questo scenario è una figura trascurabile, nulla più di un consumatore che in qualche modo cerca di arrangiarsi, come tanti altri tra il Capoluogo e le frazioni

Fra tutti questi nel gennaio 1991 c’è però anche un suo conoscente. E’ all’incirca coetaneo, chiamiamolo signor Y, che con Sandra ha rapporti di amicizia. Nulla di strano, Sandra era una persona solare e ricca di relazioni sociali.

Entrambi, X e Y, quella sera si trovano in pasticceria pur dopo l’orario di chiusura perché Sandra non ha avuto dubbi nell’aprire la porta a Y. Neppure questo era un comportamento raro con clienti ritardatari.
Poi succede il fattaccio, una richiesta (probabilmente di denaro) respinta, parole grosse che volano, poi la lite e la follia.
In qualche modo il corpo di Sandra è trascinato in bagno e coperto assurdamente con un impermeabile.
X e Y sono così alterati da non pensare nemmeno a spegnere la luce e chiudere la porta alle spalle.
Lo avessero fatto, fino al giorno dopo nessuno avrebbe probabilmente scoperto nulla (ma sulla storia della porta accostata, chiusa o spalancata prima di scoprire il cadavere c’è anche qui un bel festival di resoconti diversi).

X e Y se ne vanno per strade diverse, forse anche in momenti distanziati di qualche minuto.
X sparisce e nessuno in futuro penserà a lui.
Avrà una vita borderline, per niente facile, ma rispetto a questa storia resterà un soggetto invisibile.

Per Y, la faccenda è più complicata. Non è proprio una persona così sconosciuta nello skyline abituale della città. Si deve immediatamente ripulire, ha bisogno di protezione.
Concentriamoci sulla storia riferita a disco rotto dal testimone che dice di aver scoperto (entrando spontaneamente in pasticceria) il corpo di Sandra.
Ci sono buchi temporali strani.
Ci sono più persone che vengono poste da lui direttamente a conoscenza del crimine prima ancora che i carabinieri ne siano avvertiti. Nella pasticceria c’è un telefono e lui non lo usa. E’ proprietario di un negozio a pochi metri, dotato di telefono, e ancora non pensa di servirsi di quello.

Per tutto questo leggere “Il gioco del torello” (Piazza Editore, 2011).

In questo suo minuetto su e giù per via Roma si perdono (o, a seconda dei punti di vista, si guadagnano) interi quarti d’ora.
La ricostruzione che tutti abbiamo preso per buona dei primi momenti di quella sera è oggettivamente farlocca, e ripeterlo e scriverlo fino ad oggi non è servito a nulla, se non a farsi (mi) del male.

Ora.
Se il Dna ritrovato corrisponderà davvero a X, quest’ultimo qualcosa dovrà pur dire. Se per pura ipotesi cinematografica dovesse confessare e sostenere di aver fatto tutto da solo dovrà essere estremamente convincente nello spiegare come.
In queste settimane, nonostante gli abbiano raccomandato di tacere, il signor X è stato visto in situazioni pubbliche presentarsi come “il killer della pasticcera”. Sarcasticamente, è ovvio.
Ma che senso ha? Un omicida che per 35 anni riesce freddamente a non aprire bocca pur restando nei paraggi perde la ragione proprio adesso che ne ha più bisogno? Senza alcuna percezione della necessità di essere prudente?
Comunque, per un riscontro sul Dna dovrebbe ormai essere questione di giorni.

E se con il codice genetico scandagliato dai Ris non si potrà provare alcunché?
Amen. Sarà la terza cilecca in 35 anni e noi avremo raccontato l’ennesima storia di fantasia buona per l’ombrellone.

Gianni Favero