Immaginate tutta l’illuminazione pubblica di via Roma e di qualche strada laterale realizzata con 15 lampade come quelle che si accendono aprendo la porta del frigorifero, e provate a pensarne altre tre per dar luce al municipio e altrettante per una sala teatrale.
Era il 12 giugno del 1905 e questo stava scritto in un accordo tra l’Amministrazione comunale di allora, guidata dal sindaco Carlo Radaelli, e i cittadini Angelo e Bernardo Acerboni, padre e figlio “opificianti al molino in piazza a Roncade” e proprietari di una turbina per la produzione di elettricità installata nel salto d’acqua del fiume all’altezza dell’attuale piazza I maggio.
Gli imprenditori, che intendevano distribuire energia elettrica ai roncadesi in grado di permettersela, per far girare il generatore con il flusso d’acqua sottoscrissero con il Comune un contratto ventennale dal costo di mille lire l’anno, oltre, appunto, alla fornitura dell’alimentazione necessaria alle lampade della rete pubblica. La cui potenza era indicata in “25 candele ciascuna”, quando l’unità di misura di una candela corrisponde grosso modo a quella di un watt per le lampade a incandescenza. Fatti due conti, in pratica, l’intensità ottenuta doveva essere di poco superiore ai 300 lumen attuali, cioè quella di una lampadina a led da 4 watt.
Altre tre lampade dovevano essere installate nella Casa comunale ed altrettante nell’allora Teatro comunale, abbattuto mezzo secolo dopo.
L’accordo prevedeva anche che i “conduttori aerei applicati, isolati e protetti secondo le norme in materia” fossero installati in modo da “evitare qualsiasi anche lontano pericolo delle persone ed alla proprietà”, che fossero tesi evitando il più possibile l’adozione di pali e che, qualora questo fosse inevitabile, i pali fossero “di forma decente, stuccati e spalmati con colore a olio”.
Nel contratto ulteriori indicazioni sono stabilite per la forma di “mensole e bracciali a sostegno delle lampade”.
L’Amministrazione comunale, infine, si inseriva anche nel porre un tetto alle tariffe che gli Acerboni avrebbero applicato ai clienti privati. La bolletta, in sostanza, non poteva superare le 2,55 lire all’anno per ciascuna “candela” consumata.

La ricerca completa, di prossima pubblicazione, è stata curata da Dino Lorenzon su documenti conservati nell’Archivio di Stato di Treviso

