L'ottimista Giacometti ...
   
   
Un nobiluomo d'altri tempi che osa ancora la profondità 
Le riflessioni sull'emergenza educativa ricevono i soliti cento coriandoli di like ma nessun contributo per arricchire il discorso

 
5 marzo 2021

 
Gentile Giacometti, l'intervento che Lei ha inviato è di grande suggestione ma ha un orribile limite: quello di essere profondo.
Si tratta, cioè, di materiale che si rifugge più di qualsiasi variante di Covid.
Il rischio di essere contagiati da un pensiero autonomo ed un minimo elaborato impone la protezione di almeno quattro mascherine sovrapposte, sugli occhi e sulle orecchie.
  
Abbiamo lasciato trascorrere tre giorni, i numeri dicono che chi è andato ad aprire il link sono ad oggi più di 550 persone ed è un dato che si colloca onorevolmente nella parte medio-alta della statistica delle pagine di questo sito.
Però reazioni verbali zero, e purtroppo senza alcuna sorpresa.
Potrà vedere che anche i pollicini alzati nelle condivisioni su Facebook sono tanti. Ma questi hanno, ahimè, un altrettanto orribile limite opposto: non dicono nulla.
Cioè, dicono: “Ho visto, bravo. Ciao”. (Nota bene: "ho visto" non necessariamente significa "ho letto". Un pollicino agli amici non lo si nega mai anche solo sulla fiducia, altrimenti si rischia di non vederselo restituito all'occasione successiva).
  
Eppure la quantità di stimoli da Lei proposti è talmente ampia da rendere oggettivamente impossibile che tutti siano d'accordo su tutto. I distinguo, i dubbi, le contestazioni, che sono il pane della dialettica e dunque della spinta per arrampicarsi su considerazioni superiori, sono dispersi. Assenti.
Qui il dubbio può sorgere, ad essere sinceri, non sull'incapacità di produrli ma, molto più banalmente, di scriverli. Di mettere a terra un periodo con tre frasi.
Di non cedere all'automatismo di delegare, alla fine, ogni esternazione (approvazione, dissenso, emozione, sentimento...) a combinazioni di faccine di Facebook.
Tre in un secondo e hai detto la tua. E ciao, appunto.
Un viaggio nella sintassi nessuno lo rischia, una subordinata è un tombino aperto su un marciapiede poco illuminato.
  
E allora? Allora, se la questione è l'emergenza educativa, forse lo sguardo andrebbe sollevato sulla generazione precedente a quella dei minori di cui lei parla.
Perché? Perché dare forma ad un pensiero ed esprimerlo per esteso con la tastiera implicano accettare e sfidare un concetto che si chiama complessità. Tuffarsi al di là del titolo e del sommario, abituarsi al fatto che non ci sono mai soluzioni semplici per problemi complessi (anche se tutti abbiamo, a quanto pare, idee brillantissime e a portata di mano per governare questo paese, che è all'incirca come dare consigli a Pirlo o a Conte, inteso Antonio).
  
Cosa c'entra tutto questo con i teppistelli di strada?
Moltissimo.
Educazione non è trasmettere una serie di regole, ma far capire (purché a propria volta si sia riflettuto sopra a sufficienza, a cominciare da un ripassino della Costituzione) perché quelle regole ci sono.
Che sono ingranate con altre regole in un mondo che va al di là di un parco pubblico, di una piazzetta, di un centro commerciale semideserto.
  
E' il cuore meccanico, e contemporaneamente spirituale, della convivenza: nessuna rotellina può girare in folle per conto proprio, ed è una meraviglia scoprire ogni volta come questo non vada affatto in collisione con il concetto di libertà (viene da citare il poeta Gaber.  E' scontato ma fa bene riascoltarlo).
  
E provare a spiegare che tutto, nella vita vera - a meno di non voler consegnare il nostro cervello ai disegnatori di faccine, con un non trascurabile risparmio di fatica -  esige l'umiltà e il coraggio di un continuo confronto con la complessità dove nulla è mai o bianco o nero.
  
    
Roncade.it
   
Potete seguirci anche su Telegram, collegandovi al canale https://t.me/roncadeit