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Smartphone, meglio tardi che mai
  

 16 aprile 2017


Arriva molto in ritardo rispetto ai danni che si sono prodotti e di cui ancora non si toccano le conseguenze. Però l'esortazione alla presa di coscienza sugli effetti dell'abuso del web, in particolare attraverso lo smartphone, elaborata dai genitori di Roncade e Monastier ha finalmente un che di reale e genuino. Finalmente c'è l'esatta percezione di cosa un contenuto mediatico errato ed abusivo può provocare su un minorenne e sul suo sviluppo.
Perché in ritardo?
  
Faccio una premessa. Consideriamo per il momento, e limitandoci al mondo degli adulti, solo l'aspetto più comune dell'utilizzo di uno smartphone.
Quello di una fotografia in un momento generico (vacanze, festa, gita, bimbo con fratellino, auguri di Natale, eccetera) scattata e diffusa in un lampo ad una platea potenzialmente infinita di fruitori che si pensa di conoscere tutti (prima profonda sottovalutazione).
Ecco, per cominciare questo gesto è più indelebile di un graffito scolpito sul marmo. Inutile illudersi che eventualmente quell'immagine si possa rimuovere quando si vuole, perché non è così.
Lo si crede, ma non è così.
Ed è da babbei anche pensare che quella foto dica solo quello che, scattandola, si è voluto trasmettere: un saluto agli amici, un augurio alla suocera, uno scherzo innocente a qualcuno.
  
Una fotografia, in un qualsiasi luogo pubblico (o, peggio ancora, privato) contiene una moltitudine di elementi di luogo, tempo, identità, abitudini, presenza di terzi e di oggetti, contiguità con altre persone eccetera che chiunque, in un qualsiasi momento del futuro, con le più diverse intenzioni, può sfruttare a proprio vantaggio.
Ed è solo perché quel futuro non è ancora arrivato che questa percezione non ce l'abbiamo.
Ma quel futuro sta arrivando di corsa e per qualcuno – vedi recenti episodi di diffusione on line di immagini compromettenti – è già arrivato.
E qualcuno per questo se n'è già andato nel modo peggiore.
  
Ma torniamo a noi, che siamo tutte persone equilibrate e per bene.
Perché dico che il documento dei comitati dei genitori di Roncade e Monastier è in ritardo?
Perché nel 1990, cioè in anni in cui di Internet si parlava appena su riviste specializzate americane, proprio a Treviso, l'Ordine nazionale dei giornalisti, la Federazione della stampa ed altri soggetti, fra cui Telefono Azzurro, sottoscrissero un protocollo, detto appunto “Carta di Treviso” con l'intento di porre l'accento “sulla responsabilità che tutti i mezzi d'informazione hanno nella costruzione di una società che rispetti appieno l'immagine di bambini e adolescenti”. Nel 2006 i principi sono stati estesi anche ai media sul web.
Il testo è elaborato, vale la pena di leggerlo.
Però c'è un punto che qui cade a pennello e sottolinea un paradosso. “Il bambino – si legge - non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possano ledere la sua dignità né turbato nella sua privacy o coinvolto in una pubblicità che possa ledere l'armonico sviluppo della sua personalità e ciò a prescindere dall'eventuale consenso dei genitori”.
Cioè una fotografia di un bambino non va mai pubblicata anche sul più locale dei giornali (a meno di un'immagine collettiva, tipo una squadra sportiva in un contesto protetto) anche se i genitori stessi lo vorrebbero. La norma, insomma, dice che sui media i bambini devono essere protetti anche dai loro stessi genitori: il bambino è loro ma loro non ne sono i padroni, e nel bambino ci sono lati da proteggere che travalicano la potestà dei genitori.
 
Un giornalista che pubblichi la fotografia di un minorenne rendendolo riconoscibile può dunque essere radiato e non serve a niente se il papà del bimbo prima abbia detto ok.
Perché, allora (ecco il paradosso) ai fini dell'”armonico sviluppo della personalità”, migliaia di genitori che diffondono ogni giorno, su Facebook o altro, milioni di foto dei loro figli devono sentirsi assolti?
E perché mai un minore dotato di smartphone, trovando normalissimo questo comportamento dei suoi primi educatori, non dovrebbe replicarlo in tutte le forme possibili consentite dalla tecnologia e senza la minima riflessione sulle conseguenze per sé e per chiunque entri nel suo selfie?
Per una riflessione seria è sempre meglio tardi che mai. Ma il lavoro da fare, e in fretta, è moltissimo.

Gianni Favero


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