Fatti non foste
   
   
Chiacchiera d'agosto sulle acca di Ca' Tron
In 12 anni il punto fermo è solo uno: su H-Farm c'è chi non si spiega e chi non vuol nemmeno provare a capire

 
18 agosto 2017

 
H-Farm? Mah, una cosa di Internet.
A 12 anni dall'arrivo della società di Riccardo Donadon a Ca' Tron questa è la risposta media che spesso ancora ci si sente dare a Roncade. Almeno dagli over 40.
Con le varianti: “una cosa di computer” o “una cosa di digitale” con allegra confusione degli argomenti.
Qualcuno nella risposta parla anche di Startup.
Ma sul concetto di Startup si va a finire ancora su cose di Internet o di digitale. O di “app”, visto che un po' fa rima con Startup.
Nella sostanza, parlando per la maggioranza, la sensazione è che non si sia capito.
 
Io l'avevo detto
Quando esistono incomprensioni la legge universale è che nella trasmissione delle informazioni vi siano errori sia di chi le manda sia di chi le riceve. Più o meno equilibrati.
Può essere che chi le manda non si sforzi abbastanza di farsi comprendere da un ascoltatore che gli interessa poco.
Può essere che l'ascoltatore non si sforzi abbastanza di entrare in un campo che non gli appartiene, che gli pare strambo, e che perciò, come in questo caso, genera quella diffidenza contadina in cui siamo tutti più o meno imbevuti.
Dunque, con l'immortale provincialismo dei provinciali, si va in automatico e si etichetta H-Farm come stravaganza dalla vita breve. Intanto sta lì da 12 anni ma la prospettiva di poter dire, prima o poi, “io l'avevo detto” è una tentazione sempre grande.
 
Tentiamo comunque un po' di oziosa analisi agostana. Senza pretese di serietà, smentibile con reciproca soddisfazione in ogni sua virgola e a ruota libera.
 
Digitale? e vabbè
Le perplessità ricorrenti dei roncadesi “conservatori” (sia permesso il termine: non è il migliore ma è per capirci) risiedono innanzitutto nella scarsa dimestichezza con il concetto di “digitale”, che è la vera parola chiave.
Usare in continuazione lo smartphone per intervenire su Facebook o comunicare via Whatsapp è digitale a tutti gli effetti ma di questo non si è coscienti oppure, se lo si è, si ritiene che l'utilizzo del digitale si fermi alle telecomunicazioni o al navigatore dell'automobile.
Cosa sia concettualmente e profondamente cambiato nella vita comune grazie al digitale rispetto alla tecnologia analogica è qualcosa sul quale non si riflette. E' un enorme peccato, per inciso. Questa è la fortunatissima epoca in cui gran parte della gente ha avuto familiarità con l'analogico e con il digitale. Audiocassette e Mp3, telefono a ruota e Gsm, tanto per dire due banalità. E' un'occasione di rielaborazione culturale profonda – anche a livello individuale - che non tornerà più, forse per secoli.
Comunque, mancando la base per riconoscere un “salto in avanti” della tecnologia che è secondo forse solo all'invenzione della ruota, per forza è difficile capire il resto. Sembra che da noi sia sparito il bambino di una volta che smontava i giocattoli per vedere cosa c'era dentro.
 
Sarà mica lavoro quello
Un secondo tema che vale la pena di considerare è la distanza fra il concetto comune di lavoro e quello che di solito viene fatto vedere nei video e nelle foto che giungono da H-Farm. Ragazzi accovacciati su un prato con una felpa e un Mac (di rigore) sulle ginocchia non possono essere lì che lavorano. Anche perché cosa diavolo fabbricano? Da dove spuntano? Chi li conosce? Chi li paga e quanto vengono pagati? Tutte domande di solito normali se si prova ad inquadrarli all'interno di un mercato del lavoro. Domande che non sono affatte prive di senso.
Anche qui è utile un inciso. Chi segua la storia di Donadon da almeno una ventina d'anni ricorderà il rumore mediatico che provocò “E-Tree”, la web company che egli aprì a Treviso in zona Fonderia.
Sempre in ambito di digitale, ancora primitivo (il massimo della comunicazione con i telefonini allora erano gli Sms, per intenderci, o piccole e costose foto inviate via Mms), in un grande open-space post moderno, oltre a decine di scrivanie con pc lui aveva piazzato biliardi, flipper, aree tv e attrezzi per palestra, una cucina e addirittura un letto a castello. Era la “No sleeping company”. A volte, la sera, chi passava di là entrava pensando fosse una birreria come le altre vicine. I giovani che vi lavoravano quasi non tornavano mai a casa.
Questo per dire che l'impostazione di rapporto di lavoro nel senso novecentesco del termine Donadon lo aveva già destrutturato con quel modello, proponendo una nuova declinazione apparentemente senza regole in nome di una creatività totalizzante che annienta vincoli e orari.
Se il cartellino da timbrare (il “badge”), tuttavia, è un'immagine che oggi può essere bypassata, il lavoro è sempre lavoro. Retribuzione a fronte di una prestazione. Per quanto nello stampo della micro-autoimprenditorialità (le startup sono quasi sempre questo) è sempre una questione di utili da ottenere al più presto e da distribuire fra soci e collaboratori.
 
Allora quanto prendono?
La domanda adesso allo stato puro, sbagliata ma logica, è: quanto guadagna uno che lavora ad H-Farm?
Intanto bisogna capire per chi lavora. H-Farm è una cosa, un'azienda che ha dei dipendenti diretti. Ma pochi in confronto alle centinaia di persone che operano per conto di altri datori (o che sono datori di se stesse) in modo variamente concatenato con H-Farm.
Domanda più corretta e che riporta davvero a terra la questione: un direttore di banca concederebbe un mutuo prima casa ad un lavoratore di questo tipo? C'è qualcosa di simile ad una busta paga a tempo indeterminato con i suoi bravi contributi?
La risposta è appesa. Proseguire su questo binario è rischioso perché parlare a ventenni sognatori (sognare è il loro sacrosanto dovere, va detto: è necessario che i ventenni pensino di avere davanti vita e salute infinite) di case e famiglie da metter su o, peggio, di contributi per la pensione si rischia di essere presi a scarpate.
E poi è gente che si proietta spesso in qualche Sylicon Valley nel mondo, restare in Italia è solo una fra cento possibilità.
Giusto pure questo. Ma allora si dovrebbe aprire un discorso sul valore aggiunto che H-Farm porta al “territorio” e non solo ai singoli che da lì escono.
E qui ci si incarta. Fermiamoci e torniamo indietro.
  
Messaggi a banda stretta
Fin qui, dunque, le cose che l'osservatore esterno fatica a comprendere.
Chi dovrebbe spiegarle, invece, cosa fa?
L'impressione è che le sue energie comunicative siano rimaste concentrate su due precise platee.
La prima è quella obbligatoria dei soci e, recentemente, della Borsa Italiana, essendo H-Farm quotata all'Aim (il mercato alternativo riservato alle piccole e medie imprese)
La seconda, più composita, è quella di chi abbia voglia o interesse a capirlo. Cioè potenziali clienti che, almeno fino ad oggi, si concentrano in una banda stretta prima di tutto generazionale.
Non si è visto, insomma, un grande sforzo comunicativo verso il generico over 40 (salvo che si tratti di un investitore) di cui si parlava prima.
Il quale può anche continuare a dire che H-Farm è una nuvola di panna montata e restare con il suo “boh” al termine di ogni luminosissimo video con frame sincopati e musichetta d'ordinanza melodiosa (è un'evoluzione dei vecchi temi musicali vagamente ipnotici del periodo New Age) mandata a loop su volo di drone. Video poi tutti uguali. Ma la ridondanza, dopo un po', crea interiorizzazione, la tecnica è sempre quella dall'origine del mondo.
  
Superlativi assoluti
Possiamo a questo punto osare una digressione sul linguaggio usato.
Al di là dei contenuti veicolati sul web, gli eventi più o meno pubblici di presentazione di eventi, iniziative, proposte di Startup e altro nelle sale di H-Farm hanno un che di liturgia pagana (ma l'impianto è da tempo simile anche nelle assemblee ad esempio di Confindustria e nelle “Convention” delle grandi aziende). Lo schema è il consueto stile Steve Jobs: c'è una specie di celebrante, vestito in modo ricercatamente casual, davanti ad uno schermo nel quale scorrono immagini bellissime che rimandano ad un presente-futuro gioioso e senza tempo, di conoscenza che genera progresso e pace.
Il protagonista in mano non ha nulla, non legge appunti. Si direbbe che parla a braccio ma è si capisce presto che è una rappresentazione studiata e ripetuta in privato più e più volte. Passeggia con quiete olimpica al massimo puntando qui o là un laser indicatore o impugnando un telecomando per gestire le immagini da proiettare. Il vocabolario fa larghissimo uso di superlativi. “Siamo entusiasti, ci crediamo tantissimo” è uno dei mantra più ricorrenti.
E' un modo di parlare affascinante e visionario, somiglia un po', se vogliamo, a quello che usa Renzo Rosso, patron di Diesel, giusto per richiamare un personaggio che di Donadon è socio.
Rosso però ha 60 anni suonati, produce vestiti reali e li vende (soprattutto) dentro negozi reali. Ogni negozio vende o non vende, fare i conti è facile come si trattasse di un panificio. Il bilancio di H-Farm, invece, è un giro sulle montagne russe.
Rosso sa poi esprimersi anche su argomenti “terrestri”, non si è tirato indietro, ad esempio, nel dare una propria indicazione di voto sul referendum per le riforme Costituzionali dello scorso dicembre.
Donadon, al contrario, non si sbilancia mai. E' ecumenico, da lui ci vanno tutti, da Renzi a Passera a Salvini. H-Farm, è il concetto che così viene trasmesso, è qualcosa che vola sopra questo piccolo mondo nazionale di ordinaria politica. La quale, però, ahimè, è necessaria. Perciò, ondivaga com'è, per l'amministratore di un'azienda ancora in cerca d'identità e con fatturato da piccola Pmi, la cosa saggia da fare è surfing su qualsiasi onda venga avanti.
Rewind ancora sulla comunicazione, per non perdere il filo.
  
E gli over 40?
La scelta di rivolgersi ad una precisa comunità di soggetti ricettivi adottata finora da H-Farm, in ogni caso, è razionale. Nel marketing moderno (di questo si tratta) è inutile mandare messaggi a pioggia, occorre centrare con grande precisione il target in sintonia con il tuo business.
Ma la faccenda rischia di complicarsi quando dall'alveo originario dell'incubazione di Startup (ricordiamolo: significa in sintesi investire e far crescere nuove aziende, sperando che fra esse una ogni venti o trenta abbia successo e si possa cedere a terzi – si dice “exit” - ottenendo un utile dalla plusvalenza), H-Farm ha scelto di virare nell'ambito più certo (nel senso che si regge su ricavi prevedibili collegati alle rette) dell'istruzione privata.
E' il progetto dell'H-Campus, la scuola dai sei ai 26 anni in cui si parla solo inglese, si usano tablet e non quaderni e si esce con la digitalizzazione naturalizzata in ogni neurone. L'ambizione, in astratto più che opportuna in un Paese come il nostro, è quella di preparare le professionalità di eccellenza per il mondo che le richiederà (che le richiede a partire da oggi, per dire il vero). Per l'Italia il progetto dovrebbe armonizzarsi nel piano di “Industria 4.0”, tutt'ora per la verità ancora poco chiaro ma niente affatto inconsistente e probabilmente decisivo per la statura che vorrà assumere la nostra economia nello scenario mondiale. Da qui le convenzioni recenti di H-Farm con le associazioni industriali, le università eccetera.
La faccenda del comunicare, si stava dicendo, si complica perché chi ha figli e relative risorse per iscriverli al Campus ha già probabilmente più di 40 anni e dunque non è nato con un modem in casa. Appartiene a quel territorio generazionale finora trascurato dalla comunicazione in acronimi e inglesismi per Millennials fin qui adoperata da H-Farm.
La necessità di parlare chiaro anche a questa platea, cioè, diventa urgente.
In altre parole, per il nuovo corso dato all'impresa di Ca' Tron occorre spiegare alle famiglie che lì, e in pochissimi altri luoghi al mondo, si avrà per i figli la formazione migliore per agganciare le migliori opportunità del mondo che verrà. Per "avere successo", sempre che l'espressione voglia dire la stessa cosa per tutti.
  
Profeti fra Sile e Silicio
La domanda è: chi è che sa davvero come sarà il mondo che verrà?
Qui si parla di un progetto scolastico che si estende su almeno dieci anni se non di più.
Siamo sicuri di avere già ben chiaro in mente il modello socioeconomico del pianeta per quella data? L'impostazione della nuova economia (non si dica “new economy” perché sappiamo, 15 anni fa, come è andata) sarà quella occidentale americana che ha ispirato l'epopea di Microsoft, Google, Apple e gli altri o parlare di Occidente e Oriente, per allora, non avrà più alcun senso?
Quante sono le frontiere che la tecnologia digitale pareva aver spalancato e che poi si sono ricicatrizzate per eventi imponderabili o, più semplicemente, per fisiologica perdita di senso?
Intendiamoci bene: qualcuno questi salti in avanti li deve fare. Se rimani alla finestra per capire da che parte va il mondo, quando finalmente ti decidi a scendere in strada sei già in ritardo. E ti sta bene perché sei stato solo un opportunista che non ha l'anima per rischiare. Perciò chi scuote il capo e non prova nemmeno a capire il fenomeno H-Farm/H-Campus ha l'atteggiamento più inutile e forse dannoso che si possa avere.
Ma la letteratura giornalistica degli ultimi 20 anni è zeppa di scenari futuri delineati da grandi analisti di grido rivelatisi poi del tutto fuori bersaglio. Indicare oggi, con la certezza dei pensatori di Ca' Tron, la rotta a medio-lungo termine di un'intera generazione è una responsabilità che forse neppure l'Oracolo di Delfi si prenderebbe.
La previsione di un portale meteo che indichi pioggia fra cinque giorni nella tua città ha basi scientifiche serie ed è spesso piuttosto affidabile. Ma se i giorni sono dieci è quasi tirare a sorte.
 
E a Roncade cosa importa?
Dal punto di vista del “territorio”, infine, al netto della disinvoltura con cui questo termine è piegato a seconda delle esigenze.
Parliamo di Roncade in senso stretto. Che guadagno ha avuto, finora, la società locale, dall'insediamento di H-Farm?
Poco o nulla. Qualche posto di lavoro, un po' di risonanza mediatica e grattacapi sulla viabilità.
Troppo lontana dai centri abitati perché chi lavora laggiù non preferisca gravitare su Meolo o Quarto d'Altino, separata da una linea ferroviaria con passaggi a livello forse finalmente in via di risoluzione, H-Farm avrebbe potuto essere in qualsiasi altro luogo del pianeta.
Donadon, glielo lasciassero fare, pagherebbe chissà che per deviare a Est il corso del Sile, appena sopra Bagaggiolo, e annettere la sua area alla Città Metropolitana di Venezia per non scrivere più Ca' Tron sotto la sua intestazione. E poi H-Farm è diventato il Digital Innovation Hub (uno dei centri di riferimento di eccellenza previsti da “Industria 4.0” al servizio delle imprese) di Confindustria Venezia-Rovigo, mica di Treviso.
Le strutture che andrà costruendo – o già costruite - per il Campus hanno corsie privilegiate negli uffici comunali, i volumi edificabili autorizzati sono la somma di crediti edilizi acquistati su tutto il territorio comunale. Con la regola del consumo zero di suolo, in sostanza, tutto ciò che si costruirà a Roncade nei prossimi almeno 10 anni sarà praticamente solo a Ca' Tron.
Il concambio è pochissimo, alcune decine di borse di studio per la permanenza gratuita nel Campus di alcuni giorni a favore di ragazzi di Roncade. Un'esperienza Trial che avrà peraltro l'effetto di invogliare ad iscriversi. Ma qui la responsabilità sta tutta in capo a chi, da parte roncadese, non ha saputo o voluto trattare come si deve, quasi il negoziatore pubblico se la intendesse con il Re di Prussia.
Tutte cose dette e ridette ma nella grande (e colpevole) inconsapevolezza di molti fra quanti a Roncade abitano.
Di chi, dopo 12 anni, continua a pensare ad H-Farm come una cosa di Internet, che Startapp si scriva così perché fanno “app”, che il campo del digitale finisca con Facebook e il Tom Tom e su quello che si muove a Ca' Tron, pur in tutte le sue vere o presunte contraddizioni, non ha mai letto un solo articolo di giornale.
    
Roncade.it