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Lunedì
5 gennaio
2015

 

Chi ci spiega l'operazione "Il Doge"?

Quattro medici del centro hanno conservato i vecchi ambulatori
Se l'accorpamento genera invece un aumento delle sedi c'è qualcosa che non funziona. Oppure che non si capisce
  
Il centro di medicina "Il Doge" di San Cipriano è un locale apprezzabile. Nuovo, luminoso, con un buon parcheggio e con una farmacia al piano di sotto che ottimizza spesso il tempo previsto per la visita nell'ambulatorio del medico di base.
  
La regola dell'appuntamento telefonico, inoltre, ed una numerazione dei pazienti secondo l'ordine di arrivo, dovrebbe permettere all'utente di risolvere l'incombenza abbastanza rapidamente e senza dover tenere conto, in sala d'attesa, di chi sia arrivato prima o dopo. La funzione di segreteria, infine, evita di dover aspettare il proprio turno qunado si tratta solo di ritirare una prescrizione compilata a monte dal medico.
Tutto bene? Sì, non fosse che per la logica sfuggente dell'operazione-accorpamento.
  
Quattro dei sei medici operativi al centro di medicina, infatti, hanno scelto di conservare anche gli ambulatori nelle frazioni in cui lavoravano prima, sia pure con un orario ovviamente più contenuto. Il risultato è che il paziente di una frazione lontana da San Cipriano, a meno di urgenze straordinarie (circostanza che comunque indurrebbe più probabilmente l'interessato a recarsi al Pronto Soccorso, alla fine nemmeno sensibilmente più lontano de "Il Doge") sceglierà di aspettare il giorno in cui potrà incontrare il suo medico nel vecchio ambulatorio. Accade perciò che, nel centro di medicina, vi siano medici di base (quelli con la sede d'origine più vicina) con quattro o cinque pazienti in attesa ed altri, che arrivano da cinque o sei chilometri più in là, sostanzialmente inattivi. Al punto da rendersi disponibii, per questioni banali, ad occuparsi di pazienti del collega più impegnato, sempre che questi lo vogliano.
  
Il tema è: se l'operazione accorpamento aveva come scopo quello della razionalizzazione e dunque del risparmio, non è che, invece, aumentando il numero dei presìdi per non far lievitare i mugugni, la spesa sanitaria pubblica invece è cresciuta? Ci pare il momento?
E' concepibile che in una società dove è ormai diventato normale affrontare un quarto d'ora di automobile anche solo per fare la spesa in un centro commerciale, non si possa metabolizzare un cambiamento di modello semplice e netto - e sicuramente non traumatico - nel rapporto con il medico di base dal quale ci si reca di certo meno spesso che al supermercato?
      
 
  

Roncade.it

  

 
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