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Giovedì
1 ottobre
2015

 

Batacchi d'acciaio/2

Mason: "Perché non portate i bambini ai funerali dei parenti?"
L'interrogativo del parroco nel bollettino "Campane di tutti i santi". Forse non perdere un giorno di scuola conta di più
  
“Manifesto ancora il mio stupore nel constatare che nella nostra comunità cristiana non si portano i bambini e i ragazzi ai funerali dei loro parenti, a volte con la scusa di non perdere un giorno di scuola. Così da anni trasmettiamo il messaggio che un giorno di scuoloa è più importante della morte di una persona cara e penso che sia importante educare i ragazzi facendoli partecipare sia alle gioie sia alle fatiche dell'esistenza”.
Lo scrive il parroco di Roncade, don Valeriano Mason, nel numero di ottobre dell'organo di informazione parrocchiale “Campane di tutti i santi”.
Campane che, occorre riconoscere, di tanto in tanto fanno martellare batacchi d'acciaio.
  
Una discussione sul tema sollevato sarebbe interessante ma sarà difficile che qualcuno provi ad imbastire un confronto sui social network. L'argomento è troppo buio, profondo, incoerente con la giocosità del chiacchiericcio leggero di chi conduce il quotidiano struscio su Facebook. Troppo inadatto ai toni iperbolici che si ama usare d'impulso parlando, ad esempio, di politica o di calcio, temi alla fine di identica evanescenza.
Perché, si chiede Mason, non si portano i bambini al funerale del nonno, della zia, dell'amico di famiglia?
  
Forse, è l'ipotesi che viene in mente per prima, per un tentativo di allungare loro l'infanzia, per risparmiarli il più possibile dalla realtà con cui nessuna persona adulta può astenersi dal fare i conti, dal conto dei giorni che passano e non tornano indietro.
La morte alla tv è pane quotidiano, certo, ma finché c'è uno schermo di mezzo, che confonde il morto per davvero dal morto nella fiction, l'argomento rimane lontano e lo si può annullare con il telecomando.
Il 2 novembre lo abbiamo intanto esorcizzato con la zingarata di Halloween.
  
Forse, davvero, come dice il parroco, nella società ipercompetitiva di oggi la perdita anche di un solo giorno di scuola viene vissuta dalla famiglia come un handicap che poi occorre rimontare. Del resto un funerale non insegna niente di utile nel senso pratico del termine. La nostra cultura è il festival del senso pratico.
  
Forse, ed è invece l'area più spigolosa sulla quale riflettere, per paura di una domanda che il bambino può fare, e farà senz'altro, cioè la domanda delle domande. Tipo: ok, il nonno è morto. E adesso? C'è ancora o non c'è più?
Posta così, dunque, il tentativo potrebbe non essere più quello di proteggere ancora un po' il piccolo dall'impatto con il Supermistero ma di proteggere noi, finché si può, dal momento in cui tocca allargare le braccia. Cioè dall'arrivo dell'unico universale quesito sul quale di risposte vaghe potremmo averne mille ma di certe e convincenti, come esige la cultura del senso pratico, neppure una.
                    
  

Roncade.it

  

 
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