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Sabato
4 ottobre
2014

 

Forse non tutti sanno che

A cosa servono (anche) gli incubatori-acceleratori come H-Farm
Se bisogna investire sulle nuove imprese occorre selezionarle. Ecco perché Veneto Sviluppo frequenta Ca' Tron
  
Probabilmente cosa succede a Ca' Tron da quasi nove anni a molti sembrano cose dell'altro pianeta perché il progetto di H-Farm non è mai stato spiegato come si dovrebbe. Al di là dei confusi accenni nei piani di sviluppo urbanistico, a Roncade a molti non è stato chiarito il significato di start-up, si confonde il concetto di "digitale" con quello di "internet", si ritiene che una start-up debba necessariamente avere a che fare con la Rete e magari non si distingue il ruolo di un incubatore d'impresa da quello di un venture accelerator.
Se si viene a sapere che c'è un Hackathon c'è il rischio che si pensi ad un rave party, come quelli etilici sulla Stradazza di alcuni anni fa.
D'accordo, la terminologia è brutta e intimidisce, ma in realtà si tratta di concetti molto più semplici di quanto sembrino. Basta un piccolo sforzo.
Quello che oggi avviene oltre la ferrovia è straordinariamente interessante, raro e di rilievo internazionale, e questa privilegiata città sarebbe masochista se trasformasse la barriera del passaggio a livello in un auto-ostacolo di conoscenza.


Cinque start up venete selezionate fra quelle a più alto contenuto tecnologico saranno finanziate, entro la fine dell'anno, con due milioni di euro messi a disposizione da Veneto Sviluppo in forma di partecipazione nel capitale di rischio.
Ne ha parlato ieri, a Ca' Tron di Roncade, a margine di una tavola rotonda dal titolo “Dall'incubatore al mercato: le start up venete tra incognite e successo”, ospitata nella sede del venture accelerator H-Farm, il presidente della finanziaria regionale, Giorgio Grosso.
“Non posso andare troppo nei dettagli e precisare il loro nome – ha premesso – perché formalmente non tutte le operazioni sono già state deliberate e siamo in fase di due diligence”.
  
Sono noti, tuttavia, i settori nei quali le aziende lavorano. La prima, destinataria da sola di un intervento per 1,35 milioni, è una realtà dell'hinterland vicentino impegnata nella diffusione della banda larga. Le altre appartengono invece ai comparti della robotica, con una tecnologia importata dal Giappone, della produzione di colori di alta qualità, di fashion e di condotte idrauliche particolari che si ottengono con un metodo rivoluzionario direttamente nei cantieri in cui verranno impiegate.
L'impegno rientra in un budget di 35 milioni (15 dei quali di origine europea) destinato specificamente ad investimenti nelle start-up, selezionate direttamente o, da qualche tempo, grazie al filtro di incubatori come H-Farm o M31. Di questi 11 milioni sono già stati impiegati e gli altri lo saranno in un arco di 18 mesi. Le regole che disciplinano l'operatività di Veneto Sviluppo, necessarie per evitare di configurare i finanziamenti come aiuti di Stato, consistono sostanzialmente nello scegliere realtà con un fatturato inferiore ai 10 milioni, intervenire con un capitale compreso fra i 500mila euro e gli 1,5 milioni per detenere, infine, una quota tassativamente di minoranza. La partecipazione, normalmente, è conservata per un periodo di cinque anni, in modo analogo a quanto avviene con gli operatori privati di private equity.
  
Dal 2011, ha ricordato Grosso, Veneto Sviluppo è entrato nel patrimonio di cinque sigle, due delle quali (Adaptica, con 600 mila euro, e Si14, con 1,5 milioni) in partecipazione con M31; altre due sono Grow the Planet, per 400 mila euro, con H-Farm, ed una partecipazione diretta per 1,1 milioni nello stesso incubatore. L'ultima, che pesa per 600 mila euro, riguarda Neurimpulse, un'azienda di Rubano, nel padovano, che ha ideato un chip antidolore approvato dalla Food & Drugs administration.
“Tendenzialmente abbiamo scelto di affidare la selezione delle realtà più promettenti ad incubatori – ha spiegato il presidente – perché in questo modo siamo certi di avere una mira più accurata per i nostri investimenti e dunque, anche se non ragioniamo così severamente come i fondi privati, di un maggiore successo in termini di rientro”.
Senza lasciarsi comunque affascinare troppo dalla dimensione ultratecnologica. “Il Veneto ha in realtà una lunga tradizione di start-up, dato che tutte le microimprese sorte negli ultimi tre o quattro decenni grazie a dipendenti di aziende più grandi che si mettevano in proprio, potevano a tutti gli effetti considerarsi tali”.

Da "Corriere del Veneto" del 4 ottobre 2014
      
  

Gianni Favero

  

 
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