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Giovedì
16 maggio
2013

 

Guerriglia roncadese '80 - 3

Il bengala sul pinciodromo
La notte in cui la gente scappò, semisvestita, sulla Treviso-Mare buia e proibita
  
Qualcuno ricorderà che, fino all'inizio degli anni '80, la “Treviso-Mare, dai “Tombotti” a Silea, non era percorribile, dato che mancava il cavalcavia sull'autostrada. Di conseguenza, benché fosse possibile entrarvi ed uscire sulla “strada vecchia” a Nerbon attraverso un tratto di strada bianca, il transito era vietato.
Qualcuno ricorderà anche che, in un tempo ormai fortunatamente lontano, la gente italiana di sesso maschile sul fare del 18° anno d'età era costretta a partire per un anno a perdere tempo in una imprecisata funzione detta “servizio di leva”.

Ma è sempre nelle condizioni più tragiche che la genialità fiorisce e ogni tanto qualcuno tornava in licenza con materiale interessante. Rubato, chiaro. Tipo bombe carta da far esplodere sotto i portici alle due del mattino, ma questo non era molto creativo. Oppure dei “Bengala”, quei razzi segnalatori da lanciare nella notte e che, ricadendo lentamente al suolo, assicurano una luce molto intensa per almeno un paio di minuti su tutta l'area.

Che c'entra questo con la Treviso-Mare?

Va detto che, inutilizzabile e dunque non illuminata, ricca di anfratti naturali rappresentati dagli spezzoni di vecchie vie di campagna interrotte dal largo rettilineo, lo stradone era ben presto diventato il “pinciodromo”.

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Ossia, come spiega la radice etimologica del termine, il luogo in cui le coppie giovanissime o di contrabbando trovavano comodo trascorrere chiuse in auto un'oretta in clandestinità, protette dal buio quasi assoluto e dalla certezza che nessuno sarebbe passato per la stessa via, se non altri viandanti mossi dalle stesse intenzioni.

Errore.
Una notte senza luna di tarda primavera, di venerdì, avvenne una memorabile azione a tenaglia.
Questo il piano.

La squadra guerrigliera “A”, dotata di una lampadina blu a intermittenza da 12 V che, da lontano, sarebbe certamente stata confusa con un lampeggiante della polizia o dei carabinieri, se ne restava pronta all'ingresso dei Tombotti.

La squadra guerrigliera “B”, invece, si era appostata per tempo in una delle stradine buie, fra i cespugli. E questa aveva un Bengala, bianchissimo, dell'Esercito Italiano, prelevato da una caserma friulana di alta montagna.
Il quale, quando si ritenne che il pinciodromo fosse sufficientemente affollato, fu lanciato nel cielo silente.

Il buio si squarciò con lo splendore di una saetta che non finiva mai e, pochi istanti dopo, iniziò a muoversi lentamente sulla strada l'auto con lampeggiante blu.

Il panico osservato ebbe molte espressioni.
Ci fu chi, sufficientemente vestito, abbandonò la vettura di corsa per scappare via a piedi lasciando la – immaginiamo – fidanzata da sola ad arrangiarsi.
Chi accese il motore e fuggì verso Silea non sapendo se accendere i fanali o no, data la comprensibile perdita di percezione del tempo.
Chi rimase immobile, appiattito al livello degli schienali reclinati, con le pulsazioni a mille, ad attendere con rassegnazione l'inevitabile (una denuncia? una schedatura? La diffusione all'universo mondo di una situazione potenzialmente tale da devastare chissà quali equilibri familiari o affettivi? il giudizio dell'Angelo Vendicatore sceso in terra con una luce tremenda a smascherare le colpe?)
I drammi che si consumarono in quei due minuti, fino a quando il segnalatore si spense tremolando, non li sapremo mai.
Ma la perfezione fu raggiunta.

  

Pico Zampirone

  

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