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Martedì
7 maggio
2013

 

Guerriglia roncadese '80 - 2

Il travestito di via Vivaldi
Seconda puntata degli scherzi di 30 anni fa. Il blitz moralizzatore con variante finale
  
Qualcuno senz'altro ricorderà che, fino ad una decina d'anni fa, il tratto di via Vivaldi che parte dalla pasticceria “Ketty” e arriva all'incrocio con via Menon era percorso da una mura in cemento prefabbricato la quale, proseguendo per altri tre lati, recintava il campo sportivo “Piero Grosso”.
Altri, ma meno numerosi, avranno presente come, a cavallo fra gli anni '70 ed '80 del secolo scorso, c'era l'infelice abitudine, nel periodo di carnevale, di gettare, oltre ai coriandoli, anche farina bianca. Pratica che in seguito fu vietata sia per l'inaccettabile spreco sia per la sporcizia che la polvere provocava.

In una di quelle fredde sere di febbraio, per il calendario nel cuore del carnevale benché in paese non vi fosse nulla che lo facesse presente, si decise di trascorrere il tempo nel modo seguente.
Uno della compagnia che, grazie all'attività di famiglia, aveva a disposizione una sufficiente risorsa di cosmetici femminili, recuperata una parrucca, un paio di collant, delle scarpe con il tacco e qualche indumento da donna, opportunamente e pesantemente truccato, avrebbe fatto la battona passeggiando sul marciapiede a ridosso della mura dello stadio, sul lato di via Vivaldi.

Gli altri, nascosti nelle vicinanze e armati di sacchetti di farina doppio zero, sarebbero rimasti in attesa.
Si trattò di pazientare in realtà molto poco.
Nella scarsa luce della strada, infatti, gli automobilisti che, avvistata l'apparente zoccola da marciapiede, creatura straordinaria per Roncade, decisero di accostare furono da subito frequenti.

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Secondo le intese, non appena il conducente avesse abbassato il cristallo del finestrino per contrattare, la formazione guerrigliera sarebbe entrata repentinamente in azione per riempire l'abitacolo di farina e l'uomo di insulti.
Cosa che paralizzava la vittima. Umiliata e consapevole di essere stata osservata, al fine di evitare guai peggiori, di norma se ne ripartiva subito, probabilmente bestemmiando, spesso spegnendo pure le luci nel tentativo stupido ma istintivo di rendere illeggibile il numero di targa.
Così funzionò per una mezz'ora almeno.

Poi lo scherzo cominciò ad essere troppo ripetitivo e si studiò la sua evoluzione. Una proposta, in particolare, venne accolta all'unanimità, mentre l'amico-battona svolgeva con diligenza il suo lavoro.
Semplicemente, si stabilì che, all'arrivo del “cliente” successivo si sarebbe rimasti nascosti a guardare.
Così fu.

L'automobilista giunse con la sua berlina scura, accostò con una lunga frenata entusiasta, abbassò il vetro per chiedere la tariffa.
Non accadde nulla.
La goffa meretrice iniziò a guardare a destra e a sinistra.
Non accadde nulla.
Si girò, si innervosì.
Silenzio e quiete.
Cominciò a spazientirsi anche il signore che, con i suoi almeno 190 corpulenti centimetri di statura, scese dall'auto e disse, con grande chiarezza ed evidente stizza: “Allora bambolina, vuoi o no venire in battaglia”?
Ma la bambolina fu colta dal panico.

Scappò via correndo senza alcuna grazia, incespicando sui tacchi e facendo furiosamente roteare una borsetta di paillettes.
Il cliente comprese che c'era qualcosa che non andava e si allontanò in fretta.

Quando ci ritrovò, l'amico sembrava un trans dei più brutti e pronunciò termini irripetibili.

  

Pico Zampirone

  

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