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Sabato
27 aprile
2013

 

Guerriglia roncadese '80 - 1

Gli scherzi più memorabili di trent'anni fa sotto i portici
Memorie dalle cene fra coetanei rigorosamente verificate. Prima puntata: i bussolotti del fighetto
  
Non era sopportabile, il moroso della Silvia stava troppo sui maroni.
A tutti.
Forse non era del tutto colpa sua, ma è la natura: certe cose capitano e le devi accettare.

I motivi erano due.
Primo: non era di Roncade, era da fuori.

Peggio, oltre che essere da fuori era di Treviso, dunque un fighetto della città, che è due volte più grave.
Difendere il parco femminile locale dalle incursioni foreste, va detto, all'inizio degli anni '80 era ancora una specie di dovere ancestrale, tramandato nei secoli, anche se la vera ragione non era più così profonda dal punto di vista passionale.

Si cercava, è vero, di apparire vigilanti e minacciosi nei confronti di coetanei in ricognizione che giungevano da fuori Roncade, intendendo con questo anche Biancade o San Cipriano, ma era un po' come per un gatto gonfiare il pelo al passaggio di un cane restando dietro il vetro di una finestra. Niente di sostanza, qualche sfottò per tacito accordo (che sarebbe stato ricambiato al primo sconfinamento), ma mai una rissa degna di questo nome. Giri ricorrenti con il Ciao smarmittato attorno a qualche gruppetto di stranieri che si fosse radunato in aree non loro, magari solo per brevi incursioni alle sagre.
Così, tanto per sorvegliare se per caso qualche femmina del centro accettasse da un "immigrato" un giro in autoscontro, e questo forse era il massimo dell'affronto.

In simili circostanze, ma anche in questo caso abbastanza svogliatamente, occorreva prepararsi per il prossimo giro. Se il temerario era ben dotato di gettoni e intendeva continuare a pavoneggiarsi non rimaneva altro da fare che salire pure noi in tre o quattro macchinette sulla stessa pista e affrontarlo a scontri concentrici. Legittimi, dato che quelle apposta si chiamavano autoscontri.

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Era la sublimazione di una battaglia che al di fuori non sarebbe mai avvenuta e comunque sufficiente a lanciare il segnale e a sentire di aver fatto la propria parte.
Per nulla, in realtà. Non è che il parco femminile indigeno in realtà fosse così strepitoso e, soprattutto, anche lo fosse stato, nessuno di noi avrebbe avuto mezzi e capacità per farsene qualcosa.

A distanza di 30 anni si ha il dovere di essere onesti.

Tornando però al moroso della Silvia, il secondo motivo della sua insopportabilità - elemento di supponenza, questo sì, tale da legittimare qualsiasi rappresaglia - era l'abitudine a parcheggiare la sua berlina di grossa cilindrata - da figlio di papà studente in legge - di traverso rispetto alle linee oblique che segnano i parcheggi sul marciapiede parallelo al porticato, proprio sotto la casa della fidanzata. Casa che, per pura combinazione e sventura, era adiacente, parete contro parete, a quella del propulsore, ideatore nonché progettista esecutivo della maggior parte delle roncadesi azioni di civile guerriglia.
Il materiale utilizzato per il primo attentato consisteva una mezza dozzina di scatole vuote di latta, collegate fra loro attraverso uno spago lungo una decina di metri.

BARATT1.jpg (51908 byte) Mentre l'avvocatino faceva le sue cose con la Silvia, beneficiario della santa approvazione dei di lei genitori, il capo libero dello spago fu legato al paraurti della berlina. L'attesa durò almeno due ore, era notte ed anche inverno. Sul porticato opposto, nella completa oscurità, brillavano solo silenti braci di sigaretta.

Il ragazzotto alla fine scese, accese il motore con inutili rombi gagliardi, fece retromarcia e si avviò verso Treviso. Il rumore che udì pochi attimi dopo, nella piazza deserta, prima lo incuriosì, poi si chiese cosa fosse e, alla fine, comprese.
Arrestò l'automobile, evitò pure di guardarsi intorno, tanto non avrebbe visto chi, inosservato, ghignando lo osservava.
Slegò lo spago e ripartì, lasciando sprezzantemente sulla strada la scia di barattoli, poi trionfalmente raccolti come uno scalpo di uomo bianco.
Tornò, il giovane, la sera successiva, guardingo, e non accadde nulla. Qualche sera più tardi si decise di riattivare lo scherzo, anche per testare il grado di attenzione della vittima.

Lui se ne accorse per tempo, staccò subito la cordicella e fece un rombo più prolungato del solito prima di andarsene.
Quanto stava sui maroni. Ma quanto.

Trascorse un mese, ne trascorsero due. Qualche volta parcheggiava anche come si deve, magari non trovando due stalli liberi in serie.
In ogni caso non poteva finire lì.

Venne la primavera. La gente in piazza cominciò a indugiare di più nei bar.
Si costruì l'arma letale, quella del mito. Ai barattoli si sostituirono latte di olio da motori, un vecchio secchio bucato, uno scolapasta e pure una tanica da 25 litri. Lo spago venne sostituito con filo di nylon robusto, 30 metri abbondanti che Bruno Lorenzon non volle neppure sapere a cosa servisse quando andammo ad acquistarlo.

La prima sera utile il filo fu agganciato non al paraurti ma ad una sporgenza sotto la vettura, verso il centro. La serie di oggetti concatenati venne nascosta, nell'attesa, fra due automobili in sosta strategicamente affiancate. Si trattava solo di restare pronti a farla scivolare fuori dal corridoio fra le due auto senza che rimanesse incastrata nel momento in cui fosse giunta la tensione del filo.

Concentrazione da tagliare col coltello, la prova era decisiva.
Il fighetto scese, tranquillo, immemore del fattaccio di tre mesi prima. Sicuro, accese l'auto, nemmeno esagerò con il rombo del suo duemila da commendatore.
Retromarcia, partenza.
Blitz fulmineo, fuori le latte.

Un secondo, due secondi.
Era già quasi davanti al municipio e scoppiò l'apocalisse. Si fosse sfasciata, la torre Eiffel avrebbe fatto meno rumore.
I clienti del Grillo corsero sulla soglia del porticato con lo spritz in mano, altri uscirono dal “Cacciatore”.

Videro e compresero.
Quando la sagoma della berlina sparì finalmente nel buio, alle porte di Villa Ziliotto, l'ovazione popolare non si era ancora spenta.

  

Pico Zampirone