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Giovedì
10 gennaio
2013

 

Spirito di servizio?!?

Sartor: "A me questo pare il mantra dei carrieristi"
Ho dei dubbi sulla "doverosità" che molti Sindaci avvertono di proporre se stessi alle cariche parlamentari
  
Le vicende politiche alle quali assistiamo in questi giorni riguardano un tema importante in una democrazia: la formazione e la selezione della classe dirigente del Paese, in particolar modo in quel suo vitale segmento che è il ceto politico.
Si tratta di una prassi che avviene in forme diverse in ciascun Paese civile, con delle peculiarità che riflettono il grado più o meno sviluppato di civismo presente nella rispettiva società e non è detto che quanto avviene sotto i nostri occhi in questi giorni sia il peggio.

Basti riandare con la memoria alle bassezze delle campagne elettorali americane, soprattutto quelle delle Primarie, che in genere avvengono non senza scorrettezze all'interno dei singoli partiti, prima ancora che tra propagandisti di diversi schieramenti.
Detto questo, qui da noi fanno comunque una certa impressione taluni comportamenti messi in campo dai protagonisti che si contendono la "nomination" e un posto sicuro nell'ordine di lista.
Ne è emerso, generalmente, un panorama abbastanza problematico. E ciò non tanto per la qualità delle singole persone inserite oppure escluse dagli agognati elenchi di chi entra e chi esce dal Parlamento nazionale, quanto per le motivazioni che si sono lette e ascoltate da tanti politici veneti – forse tutti – che si sono proposti per questa specie di "avanzamento di carriera".
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In genere essi si sono richiamati a delle loro qualifiche o a dei curricula, quasi fossero sufficienti a garantire un livello qualitativo della futura classe politica: chi alla rappresentanza sociale di determinati settori della società, chi alle già maturate esperienze nel campo dell'amministrazione pubblica, chi all'identità di genere e così via. Se non erro e se non sono stato poco attento, nessuno o quasi ha esposto di fronte all'opinione pubblica delle forti e convincenti motivazioni ideali o programmatiche, facendo intendere quale modello di società vorrebbe contribuire a costruire per gli italiani del futuro.

Né si potrebbe giustificare l'argomentazione che queste idealità e queste visioni generali della società futura sono già acquisite, anzi un pre-requisito, che si assume in se stessi nel momento in cui si viene candidati in una determinata forza politica, per se stessa portatrice di una visione della comunità nazionale; abbiamo visto, infatti, quanto sia stato limitato il tasso di coerenza tra impostazioni programmatiche d'inizio legislatura e risultati oggettivi verificabili a fine legislatura.

GATTOR.jpg (65030 byte) In un Paese occidentale a democrazia avanzata, qual è il nostro, si dovrebbe verificare puntualmente anche la coerenza d'impostazione di ciascun esponente politico e non solo della sua componente politica.
Ad esempio, lo "spirito di servizio" che tutti declamano al momento della candidatura andrebbe quantomeno verificato a livello individuale, per iniziativa dell'opinione pubblica s'intende, sia in rapporto alla storia personale del candidato, sia in relazione alle sue coerenze programmatiche.
Che "spirito di servizio" ci sarebbe mai, ad esempio, in chi non dimostrasse di saper privilegiare, tema per tema, l'interesse collettivo rispetto ai poteri forti, siano essi dell'economia, della produzione, dell'informazione, delle istituzioni ecclesiali e così via?
Non è una questione generica o generalista, come si ama dire, ma concretissima.

Come dicevo, i difetti della politica esistono in tutte le società, a Oriente e in Occidente, ma un Paese di grande civiltà come il nostro dovrebbe cogliere la consapevolezza dei limiti dell'agire politico per maturare riflessione e far progredire il senso civico, magari lentamente, ma portandolo sempre a livelli migliori, in modo che ogni generazione possa alla fine consegnare a quella che le subentra un'Italia più qualificante.

Non disperando che questa dinamica positiva si realizzi anche nel nostro Paese, sarebbe bene intanto avere consapevolezza sui limiti da superare, sui difetti da emendare, e sarebbe già un gran passo avanti se a certi comportamenti venisse chiaramente assegnato dall'opinione pubblica un marchio di negatività.
Alcuni di essi mi hanno colpito particolarmente in questo periodo e vorrei porli all'attenzione dei lettori, ben conscio della frammentarietà di queste mie osservazioni e magari che non si tratta degli aspetti più preoccupanti nella vita politica. Sono comunque fastidiosi.

Un primo. La rincorsa infinita del potere. In certe personalità si avverte quasi una frenesia all'autopromozione, nel passare velocemente e ripetutamente verso un impegno sempre più importante, prescindendo dal doveroso senso di autocritica che dovrebbe invece indurre chi si propone all'elettorato a interrogarsi sulla propria idoneità a rivestire incarichi superiori a quelli esercitati al presente (e dove magari si sta facendo anche bene). Ne discende che questi esponenti politici rivelano un difetto di serietà, che marchia chi lascia il lavoro a metà, e per di più per fini di "carriera" politica. Ecco qui una chiave di lettura per valutare l'alternatività tra lo spirito di servizio e carrierismo. Da capire, magari (e fin troppo generosamente), chi imbocca una strada diversa verso la fine del suo mandato in un'altra istituzione. O forse no: non sarebbe normale aspettare un turno e portare intanto a termine l'impegno già preso con gli elettori? Non avviene così in tanti Paesi a democrazia compiuta? Si dirà: la politica è questione di opportunità, di "essere al posto giusto al momento giusto" e si possono sciorinare banalità del tipo "il treno si ferma alla tua fermata una volta sola nella vita". Chi dice questo dovrebbe apparire chiaramente come l'archetipo del carrierista; altro che bene comune e spirito di servizio…

Un secondo aspetto negativo che voglio evidenziare è anch'esso d'ordine metodologico. Riguarda la "doverosità" che molti Sindaci avvertono di proporre se stessi alle cariche parlamentari. C'è quasi un dubbio sul finalismo della loro azione di amministratori locali, cioè che sia stata motivata da una progressione in carriera, mentre dovrebbe essere normale l'idea che ci s'impegna per far crescere la propria comunità e che quando tale impegno viene a concludersi dovrebbe essere del tutto naturale ritornare a far qualcosa d'altro nella vita. In questa visione opportunistica c'è una deprimente modestia di pensiero, quasi che l'orizzonte politico fosse l'unico degno di considerazione e la vita non possa invece riservare tante altre belle sorprese a chi la natura ha magari dotato di buone qualità, quelle stesse che i cittadini hanno apprezzato con il metodo elettorale.

Finito (ripeto: finito) l'impegno assunto con il proprio elettorato ci si può rimettere in gioco, sviluppare altri progetti, in campi diversi, essere utili in ambienti nuovi; basta avere spirito d'intraprendenza e soprattutto progettualità. Fa pena chi immagina se stesso dedito solo alla militanza istituzionale e non già a un servizio nelle istituzioni, necessariamente limitato nel tempo. Fanno pena soprattutto quegli "uscenti" che non avendo ottenuto la riconferma nelle Primarie o nelle alchimie delle liste si affannano nel riproporsi, nel brigare con Roma, nel calcolare ripescaggi. Come non notare in loro una stramba concezione del ruolo di classe dirigente? Come se si fosse classe dirigente solo in politica e solo in ruoli istituzionali. Come se non potessero comunque continuare l'impegno politico nel partito, nell'associazionismo, nella passione quotidiana di semplici cittadini. Come se non si potesse esercitare un ruolo di direzione della vita sociale in un'infinita gamma di ruoli utili alla comunità.

Deludente in maniera ancor maggiore è poi la dinamica della "transumanza" che non pochi casi concreti hanno rivelato: la pura ricerca di uno spazio politico in una lista, puranco in posizione non sicura, è stata spesso una motivazione sufficiente a far cambiare posizione partitica. Certamente la politica non è mai statica e "solo i paracarri stanno fermi", come diceva anche una volta qualcuno che in modo disinvolto cambiava giacchetta; tuttavia se il cambiare orientamento politico può essere comprensibile, tale non è se esso avviene con spericolata ripetitività e tantomeno se avviene nel momento della formazione delle liste.
Anche da questi comportamenti si può valutare in concreto la differenza tra "spirito di servizio" e carrierismo. E se l'alternativa al cambiare la propria formazione politica di riferimento nel momento preelettorale fosse la condanna all'irrilevanza politica, si sappia che non di "condanna" si tratta, ma di dignità. Se lo stigma degli elettori inseguisse in modo esigente l'opportunismo, alla fine sarebbe più conveniente anche per i partiti politici lasciar andare per la sua strada chi pone le opportunità in cima alla propria scala valoriale.
Nel mio passato sono stato Sindaco per dodici anni, Segretario Provinciale di un partito importante, Coordinatore Provinciale de L'Ulivo, candidato alla Presidenza della Provincia di Treviso; per non pochi anni ho avuto frequenza costante con i livelli politici provinciali e regionali, interazioni personali con esponenti politici di livello nazionale. Embe? Non mi sono mai sognato che gli incarichi ricoperti altro non fossero che un trampolino di salto. Il quadro politico era diverso, di sicuro, ma le opportunità non sarebbero mancate; ma era bene attendere. Poi la mia vita ha preso un'altra direzione, nel settore della ricerca e della cultura; la dignità invece credo sia rimasta fermamente e modestamente la stessa. Si può essere soddisfatti e felici anche lontani dagli incarichi pubblici.

Ho stilato queste considerazioni a bocce ferme, dopo la formazione delle liste da parte delle forze politiche, soprattutto di quelle che sono state e continuano sempre a essere ancora i miei riferimenti elettorali. Ciò per evitare strumentalità e per evitarmi quelle ingenerose valutazioni (vorrei dire maldicenze) che in Italia costituiscono spesso il surrogato marcio della vera politica, la quale dovrebbe piuttosto avere come suo oggetto idealità, rappresentazioni valoriali, programmi coerenti, qualità personali verificate.

  

Ivano Sartor