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Venerdì
27 settembre
2013

 

Si fa presto a dire integrazione

Salvian: "A che pro insegnare la cultura araba nelle nostre scuole?"
Prima di finanziare corsi del genere il governo marocchino pensi a riportarsi a casa i concittadini nelle galere italiane
  
Cortese direttore, in fatto di integrazione ammetto la mia ignoranza (nel senso di non conoscere), ma ad intuito percepisco che anche con simili complesse problematiche, agiamo da italiani, cioè in maniera emotiva e per nulla razionale.

Si va dal razzismo più o meno velato, mandiamoli tutti a casa, al buonismo inconcludente, sono tutti bisognosi e buoni. Abbiamo un ministero ad hoc, ma chi presiede quel ministero, la signora Kyenge, non sembra avere quell’empatia, quella sensibilità e quello sguardo lungimirante necessari a reggere il dicastero. Certe sue dichiarazioni sono state quantomeno improvvide, pure redarguite da “Famiglia Cristiana”.
Sottolineo: lungi da me, volgari e gratuite affermazioni alla signora Kyenge che in questi mesi le sono state rivolte da persone di entrambi i sessi che squalificano la loro umanità.

Ma veniamo al dunque: il Gazzettino, a firma del suo collega Paolo Calia, ci informa che nelle attività didattiche ed in orario scolastico, per le classi elementari dalla terza alla quinta, presso l'istituto comprensivo di Treviso Coletti, è stato istituito un corso di alfabeto e cultura araba, pagato dal governo marocchino.

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Saranno quattro ore settimanali, rispettando le festività italiane ed arabe, aperte, sembra, agli alunni di tutta la Provincia. Lo stesore dell’articolo conclude affermando: Treviso, batte un altro colpo nel campo dell’ integrazione. Un’idea partita dalle scuole Coletti per favorire l’integrazione tra culture, oltre ad essere una marcia in più per i lavoratori di domani.

Qui iniziano le mie domande e la mia ignoranza sul termine integrazione.
Da Wikipedia: “Nelle scienze sociali il termine integrazione indica l'insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società”.
Ma la società multietnica nella quale viviamo, a maggioranza ancora di veneti, si riconosce in valori comuni ad iniziare dalla terra dove è nata e vive (i tedeschi la chiamano Heimat o Vaterland). In una lingua comune, in usi e costumi, in una storia fatta di povertà e voglia di riscatto, in una forte connotazione solidaristica ed anche, seppur a maggioranza solo a livello epidermiale, la condivisione del credo religioso cattolico.
Io roncadese, posso o dovrei disinteressarmi delle vicende scolastiche di un istituto trevigiano, ma la scuola è il futuro del Paese e sono anche contribuente.

On line, qualche lettore del Gazzettino, ha commentato l’articolo. Mi ha colpito la testimonianza di un italiano che per 25 anni ha lavorato all’estero (non specifica in quale Paese) ed i suoi figli hanno studiato italiano (non dice da chi pagato) in previsione di un suo rientro, poi avvenuto, in Italia. Ecco allora, a mio modo di vedere, una discriminante fondamentale nel percorso di integrazione: l’Italia è un paese dove con sacrificio e sofferenza, costruisco un futuro migliore per me e i miei figli, ma con la prospettiva di tornare, o diventa la nuova Patria, quantomeno per i figli ?

Nel primo caso è doveroso mantenere i contatti con il Paese, la lingua e la cultura d’origine, sempre nel rispetto di chi ti ospita. Nel secondo caso i valori originali si devono fondere e rivitalizzare nei nuovi, a partire dalla conoscenza della Costituzione italiana, la lingua, la cultura, la storia, l’arte, la bellezza del paesaggio, la capacità del fare bene dei tuoi nuovi concittadini. A dire il vero, facendo domande a studenti di vari ordini di studi, si percepisce poca conoscenza dovuta a carenza di studio e preparazione anche nei giovani Italiani che sono e saranno il nostro futuro. Sarebbe il caso di utilizzare quelle quattro ore per un approfondimento, almeno delle principali materie. Personalmente ho dubbi su questa iniziativa, al contrario, immagino, di quegli insegnanti (e non mi riferisco alla realtà roncadese), “talebani” che per un errato senso di integrazione sono arrivati a proibire presepi, canti e poesie natalizie, adducendo il rispetto agli ospiti che hanno respinto la “gentilezza” al mittente.

Forse mi sbaglio, ma a quel corso di cultura e alfabeto arabi, i bimbi trevigiani saranno pochi, preferendo un corso d’inglese o tedesco o di matematica.
Un’ ultima osservazione: meritorio che il governo marocchino trovi le risorse per questo corso arabo, immagino finalizzato ai suoi concittadini, per quanto sopra esposto, ma sarebbe altrettanto meritoria ed apprezzata anche una collaborazione nel riprendesi, almeno una parte, di propri concittadini, non proprio modello, ospiti a nostre spese nelle carceri italiane.

  

Stefano Salvian

  

 
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