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Martedì
17 settembre
2013

 

Chiacchiere e distintivi/5

Giacomo Buldo: "Qui è tutto vecchio, serve una rivoluzione giovanile"
In consiglio o giunta con tutti i sindaci da 35 anni in qua. Da Battistella, "pigro ma bravo" a Rubinato, "spietata e cattiva"
  
Scarpe grosse. Telefono sempre acceso. Capacità di intuire la “rete” prima che la tecnologia riservasse per sé questo concetto in via quasi esclusiva.
Nel gioco di dire tre cose per definire una persona questo è uno dei possibili profili di Giacomo Buldo, “sindaco” di Musestre senza campagna elettorale e naturale generatore di empatia.

Da Nord a Sud, dentro e fuori Roncade. Interclassista e trasversale.
Più del sopportabile, evidentemente.
Esistono piccole meningi le quali, quando trovano imbarazzante esprimere una scelta in modo diretto, pure se legittima, si ispirano a manuali borbonici e inventano una regola. Anche a gioco iniziato, se occorre.

Avvenne nel 2004. Si stabilì che un assessore era come un sindaco e che due mandati erano il limite massimo e fu così che Giacomo Buldo rimase fuori dalla giunta.

Una fortuna, in un certo senso, dato che si salvò dall'appartenenza al governo cittadino meno fecondo di tutta la storia roncadese. Magari oltre la sufficienza sotto il profilo amministrativo, un sette più lo si può riconoscere.
Ma questa è solo la seconda cosa che una classe dirigente deve fare.

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La prima è spargere sementi e fertilizzante, scoprire le intelligenze che germogliano e nutrirle. Investire in pensiero, novità, futuro, in una scala di lungo periodo.
Invece le coltivazioni sono state in piccoli vasi in una serra pneumatica.
Vigilanza dentro e sorveglianza fuori.
“Qui attorno è tutto vecchio. Il Pd è vecchio. Il Pdl è vecchio”.

Questo è sconfortante, Buldo. Che via d'uscita suggerisce?
“Ci vorrebbe una rivoluzione giovanile. Deve esserci. Prendano il potere loro, anche a Roncade, soprattutto nelle periferie. Quando ho cominciato io a far politica Musestre era periferia, i giovani bivaccavano a Quarto d'Altino. Ho fatto di tutto perché Musestre avesse la sua identità”.

Se continua su questo ragionamento fra pochi istanti si andrà a planare sulla nostalgia per un passato migliore, su una società che era più genuina, solidale, eccetera. Da lei non mi aspetto uno scivolone così banale
“Non è una questione di nostalgia ma un dato di fatto. Venti o trent'anni fa c'era il vicino di casa con il quale potevi sempre parlare, c'era più semplicità ed il potere della televisione era limitato, per cui le modalità di ritrovarsi erano spontanee, non di rado in ambiti ristretti, anche banalmente parrocchiali. Oppure c'erano i partiti politici ma erano partiti con una loro etica, con una serietà notevole. Anche lì c'era un altro modo di rapportarsi agli altri, fatto di più amicizia e meno individualismo”.

(…)

Lei ha avuto modo di lavorare da vicino con una bella serie di sindaci roncadesi
“Da Gilberto Battistella a Primo Schiavon, da Diego Boscato a Gabriele Doratiotto, da Ivano Sartor a Simonetta Rubinato”.

Proviamo a descriverli ciascuno con qualche tratto di matita. Battistella?
“Quello con più cultura. Non aveva voglia di lavorare ma era molto bravo, sapeva fare politica. Riusciva ad amalgamare nel suo discorso gli interventi di tutti, dando ragione a tutti, e quando non la dava lo faceva in modo da non offendere”.

Schiavon?
“Persona semplice e che si dava da fare. Amava il territorio in modo molto autentico”.

E' il turno di Boscato
“Il più aristocratico. Si esprimeva molto bene, non si sporcava le mani, cercava di muoversi 'al di sopra'. Persona pulita, un tantino di destra. Amava le istituzioni, i militari, la forza pubblica e l'esercito”.

Doratiotto?
“All'inizio l'ho apprezzato molto. Era sensibile, capace di intuire i bisogni delle persone. Poi si è perso nelle mille luci di New York. Intendo dire che si è fatto abbagliare dal potere, dalle famiglie facoltose, dalle amicizie romane”.

Siamo a Sartor
“Il più rampante, il Matteo Renzi ante litteram. Ha fatto di tutto per mettersi in mostra tanto che io, finché è stato possibile, l'ho ostacolato. Poi all'ora di cambiare, cioè al momento della 'staffetta' fra Doratiotto e lui, ho detto 'vabbè'. Da allora comunque, l'ho sempre votato e sostenuto. Onestamente per l'impegno dato meritava di più, il suo errore è stato nella gestione di Simonetta Rubinato”.

Cioè?
“Di aver sottovalutato il fatto che lei non è più furba ma più cattiva. Donne in politica ne ho conosciute tante e il loro elemento comune è la cattiveria. Rubinato è più cattiva anche di Tina Anselmi. Del resto se non fosse così spietata non avrebbe consentito al suo ...

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Il testo integrale di questa ed altre 10 interviste a cittadini roncadesi sarà pubblicato in volume il prossimo autunno

  

Roncade.it

  

 
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