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Giovedì
29 agosto
2013

 

Chiacchiere e distintivi/4

Bruno Vianello: "Mai imparato e sopportato l'inglese"
Il fondatore di Texa si racconta. "Gli invidiosi? Mi dispiace per la loro sofferenza, so che ci saranno sempre"
  
L'insofferenza ai banchi di scuola e a tutti quei luoghi pieni di regole nei quali il tempo trascorre senza che con le mani si fabbrichi nulla fa tutt'uno con la memoria magica di una gavetta smaltata bianca e blu.
La connessione sta in un ricordo di Bruno Vianello, ragazzo che a scuola, volente o nolente, per un certo periodo e fino a diventare perito ci è dovuto andare, facendo il conto alla rovescia dei giorni che mancavano alla data in cui gli sarebbe stato finalmente concesso di fare altro.
Ad esempio fondare la Texa, azienda della diagnostica per motori che oggi dà lavoro a qualcosa come 450 persone e che dialoga con i colossi mondiali del web come Google.
Di Texa giornali e riviste internazionali scrivono lunghi articoli che Vianello si fa tradurre perché, ammette, “di inglese non ne so nulla. Ho sempre odiato anche cantare in inglese quando, con il mio gruppo musicale, andavo a suonare per le sagre”.

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Prima di andare avanti occorre svelare l'incantesimo della gavetta, l'abbiamo lasciata in sospeso
“L'unico modo per convincermi ad andare all'asilo, dove ci sono sempre andato ma controvoglia. Mi portava mio nonno, sulla canna della bicicletta. Però avrei preferito rimanere a casa dove ero libero. In asilo no, c'erano delle regole e c'erano le suore. Penso che la maggior parte delle suore sia fatta di donne frustrate, che dovrebbero essere buone e invece non lo sono e che fanno funzionare tutto a regole e punizioni. Insomma, all'asilo dovevi stare seduto e per me il rimanere fermo in un banchetto era una sofferenza. Alla fine mi sono rassegnato. Per fortuna a pranzo io aprivo il mio cestino celestino e dentro c'era la gavetta in metallo, uguale a quella che usavano i muratori che in quegli anni stavano costruendo la casa di mio zio”.

La coperta di Linus...
“Di più. Io vedevo queste persone grandi che lavoravano e poi si scaldavano il cibo nella gavetta e a me piaceva un mondo. Anche a casa avrei preferito mangiare nella gavetta piuttosto che nel piatto. Perciò anch'io, all'asilo, quando all'ora di pranzo tiravo fuori la mia gavetta, mi sentivo grande, come le persone che lavorano, e non un bambino come gli altri”.

(…)

“A scuola non andavo bene. Dopo le medie ho studiato per diventare perito tecnico, non sono mai stato bocciato ma non mi applicavo molto, limitandomi a quello che mi piaceva. Non mi piaceva l'inglese, non so come abbiano fatto a promuovermi perché di inglese non so nulla. E poi alle medie avevo studiato francese e mi sono trovato molto male il primo anno di superiori”.

Essere il presidente di un'azienda che esporta in tutto il mondo, viaggiare per affari da un continente all'altro e non conoscere l'inglese non è un handicap?
“Ho sempre degli interpreti che mi accompagnano, una conversazione diretta con un interlocutore straniero non esiste, all'estero sono sempre andato con persone che parlano inglese. Forse è stata anche una fortuna. Mentre gli altri parlavano, in attesa della traduzione io mi preparavo meglio.
Ma io l'inglese non lo voglio neanche imparare, vorrei fossero gli altri a parlare italiano".

(…)

L'invidia altrui, magari mascherata dai sorrisi, la percepisce?
“So che c'è qualcuno che soffre per invidia e mi dispiace, ma ci sarà sempre. Magari anch'io posso essere stato invidioso di qualcuno, fa parte dell'animo umano. Io mi vedo come una persona che è sempre rimasta se stessa, c'è chi per molto meno cambia atteggiamento”.

(…)

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Il testo integrale di questa ed altre 10 interviste a cittadini roncadesi sarà pubblicato in volume il prossimo autunno

  

Roncade.it

  

 
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