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Lunedì
18 febbraio
2013

 

La ragione delle mosche

Anatemi contro Grillo e memoria corta
Sul Movimento 5 Stelle le stesse parole che sulla Lega di 20 anni fa. E sappiamo com'è andata
  
Dicevano: “questi non hanno contenuti, non hanno cultura di governo. Questi sanno solo alzare la voce, parlano a slogan. Con questi sarebbe una rovina, nessuno di buon senso li voterà mai”.
Dicevano così, nei convegni e nei comizi della Dc, nei primi anni '90, parlando della Lega e di quel pazzo sconosciuto, improbabile e grottesco, che era Umberto Bossi.
Chi si occupava di cronaca politica, come il sottoscritto, queste frasi se le ricorda bene anche a Treviso.
Poi, una domenica pomeriggio, durante uno di quei convegni di fine estate dei democristiani - a Caprile oppure a Falcade, a seconda della corrente – un saggio assessore provinciale uscì per fumare e, come parlando fra sé, disse qualcosa del tipo: “attenzione a dire che la merda non si può mangiare, milioni di mosche non possono avere torto”.

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Pochi mesi più tardi, con la tangentopoli veneta di Felice Casson, Carlo Nordio e Nelson Salvarani a far da sponda, anche alcuni democristiani e socialisti trevigiani finirono in manette e sappiamo com'è andata.
La Lega sta lì da 20 anni. La disprezzata Lega dei barbari sognanti ha governato l'Italia a lungo.
Bisogna avere una memoria lunga 20 anni per rendersi conto che di Grillo ora si stanno dicendo all'incirca le stesse cose? Google lo usiamo solo per le ricette degli antipasti?
Le stesse cose si dicevano. Anche se il Movimento ha un programma un tantino più credibile della secessione padana e sostenitori ben scolarizzati che non reinventerebbero la storia introducendo l'equivalente di discendenze celtiche o quant'altro.

Teniamo presente la metafora delle mosche e, per inciso, non sottovalutiamo il piccolo sondaggio roncadese (sotto, il risultato al 18 febbraio con 200 votanti). Il Movimento 5 Stelle sembra se la giochi con il Pd, al netto di tutti i distinguo (Pdl svanito, Lega floscia più che mai, Pd vitale ma per trazione individuale, eccetera). Un anno comunque è lungo, succederà di tutto.

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Torniamo al voto di domenica.
Non è servito a nulla classificare Grillo come “antipolitica”, “voto di protesta”, “termometro che misura la febbre” o cose simili. Formule di esorcismo, patetiche. Lui è ancora là.
Gli anatemi da tutte le parti fanno peggio.
Domenica si vota.
La lezione che non si è capita è il linguaggio.

I candidati dei partiti tradizionali si sforzano di dire anche cose sensate, si impegnano a costruire riflessioni coerenti e consapevoli, tracciano analisi delle criticità e responsabilmente propongono formule per la loro soluzione. Diffidenti, malfidenti, dietrologi. Usano una sintassi alta e ineccepibile, elencano in bella calligrafia i misfatti degli avversari, individuano altrui ipocrisie con la soddisfazione di chi trova pepite d'oro.

Ma è del suono della loro voce che una parte grande dell'elettorato non ne può più. Qualsiasi cosa dicano è la forma dei loro interventi e la scrittura dei loro comunicati stampa (o i goffi tentativi di ricostruirsi una accettabilità mediatica su facebook o twitter, usati ingenuamente come il Caro Diario di adolescenti demodè, con la tenera illusione che i “mi piace” o i “follower” siano specchi di consenso) che mandano immediatamente in saturazione i neuroni del raziocinio.
Sbrecciano le dighe della pazienza: parlano come prima, dunque sono come prima e non li voglio sentire ancora.

Oltre non si va, uno sforzo logico successivo richiede polmoni che molti non hanno più.
Invitare gli elettori a compierlo è come cercare di smacchiare i giaguari, per dirla alla Bersani, che pare la vetta più alta di genialità verbale del Pd.

GRILLO.jpg (47946 byte) Ascoltare Grillo, è vero, richiede fatica.
Fisica in senso stretto anche.
Elettori da divano, non siamo più abituati a stare in piedi in una piazza, bloccati e compressi, per due ore e passa.

E poi c'è davvero un casino come quello della Lega di una volta, i timpani soffrono.

Però, ecco, guarda: si alza un elicotterino da dietro il palco, un telaio fatto a croce con quattro eliche e un led lampeggiante. Vola sopra di te, è una webcam.
Accendi il tuo smartphone e, meraviglia, ti vedi dall'alto, mentre la macchinetta vola, leggera sopra la gente.
Il comico, intanto, può dire dal palco tutto quello che vuole. Anche che i giornalisti non servono più a nulla, anche che Pd e Pdl sono la stessa cosa.

Non importa.
Di tutte le pesantezze del mondo, dei comunicati stampa tutti uguali e dei confronti elettorali cronometrati non ne puoi più.
Ecco perché con la mente te ne stai nel buio là sopra, con l'elicotterino che pesa niente, ad accarezzare una piazza luccicante di smartphone.

  

Gianni Favero