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Domenica
13 gennaio
2013

 

Edicolante ma per passione

Sergio Dal Ben, di Musestre, ci rimette ma non molla
La rivendita, aperta nel 1962, serve ormai un paese che compra 20 quotidiani al giorno
  
“Non vorrà mica che finisca a far la vita di quelli lì. Con tutto il rispetto”.

“Quelli lì” sono i sette-otto pensionati sull'ottantina che, ogni mattina, più o meno, se non fa troppo freddo, scendono dai loro appartamenti di Musestre per passare da un bar alla ricevitoria e poi rincasare per pranzo.
Sergio Dal Ben, classe 1933, tiene duro nella sua edicola, in cui vende si e no una trentina di quotidiani. Trentacinque la domenica, quando va bene, dopo messa. “Poi c'è la signora che viene a prendere 'Intimità', le ragazze che portano via due riviste con i programmi tv. E quello che si è messo in testa di costruirsi il modellino dell'Alfa Romeo e spende un sacco di schei. Anche quella è una passione”.
La sua passione, che è diventata un costo perché lavora in perdita, è quella dell'edicola.

“Vede qua? Questi sono gli incassi settimanali dei giornali. 400 euro o poco più. Ci metta i contributi, la tassa sulle 'scoasse', luce e il resto. Anche se qua dentro tengo spento e sto al freddo, alla fine ci rimetto 250 euro al mese. Faccio finta che la pensione di reversibilità di mia moglie, morta tre anni fa, non ci sia e con quella compenso il buco. Io tengo duro. Finché non passano quelli del manicomio e mi portano via”.
Apprendista sarto a nove anni, fuochista di fornace a 16 anni fra il Veneto e il Piemonte e fino alla pensione, Dal Ben ha aperto l'edicola con vendita di biscotti e latte a lunga conservazione nel 1962 assieme alla moglie.

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Musestre era un'altra cosa, piena di vita, affacciata su un Sile trafficato di barche e di commerci. “Non mancava nulla. Macelleria, fruttivendolo, fornaio e gelataio; orologiaio, sarto, barbiere e calzolaio. Ottanta lavoratori al mulino, altrettanti a cuocere mattoni. Vendevo 100 giornali tutti i giorni”. Adesso a Musestre le mattine d'inverno sono nebbia e silenzio. Nella nuova lottizzazione, con piazza e fontana, vengono a dormire, la sera, dipendenti delle aziende mestrine. Oppure impiegati, finanzieri e carabinieri che si fermano qualche anno e poi vanno via senza che nessuno se ne sia accorto. “Fino a 20 anni fa i bambini andavano a scuola a piedi, la mattina, e prima si fermavano a comprare le figurine dei calciatori. Adesso li portano in macchina. Neanche più la dottrina al pomeriggio, il prete è bravo se viene a dire due messe la domenica”.

Il negozio di alimentari che gestiva nella stanza accanto fino a dieci anni fa è stato spazzato via dagli studi di settore. “Pretendevano che fatturassi 60 milioni di lire l'anno. Ma quando mai? A Musestre? Gli ho mostrato tutta la contabilità ma niente da fare. Multa e arretrati, ho chiuso il giorno dopo”.
E l'edicola in perdita, allora? Perché? Entra una signora che gli promette per il pomeriggio un piatto di “fritoe”, rito annuale di inizio carnevale. “Anche per questo, se mi capisce. Qua dietro ci sono pescatori che stanno ore al freddo per prendere pesci che poi magari lasciano liberi. Un cacciatore non paga la licenza per mangiarsi un uccellino o una lepre ogni tanto. Dovrei forse star là a pisolare davanti alla televisione e poi fare un giro di ombre fra le ombre? Poi mi dicono tutti: Sergio, se chiudi tu il paese muore”. Ridacchia. “Muore? Non vedono che è morto da un pezzo?”

da: Corriere del Veneto - 13 gennaio 2013

  

Gianni Favero