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Venerdì
9 novembre
2012

 

Il fante dei due mondi

Angelo Salvian, combattente per una terra troppo povera
Andare al fronte sotto Cadorna, sposarsi per procura e, a guerra finita, scoprire che sopravvivi solo emigrando
  
Alle tre e mezza del pomeriggio del 4 novembre 1918, lunedì, il cupo rombo del cannone e il crepitio delle mitragliatrici tacque per lasciare nei cieli, spazio, al più rassicurante, consolatorio e festoso suono delle campane. Questo accadeva ben 94 anni fa e Roncade con tutto il suo territorio, per circa un anno era stata immediata retrovia. Vi trovarono sede importanti comandi militari e migliaia di soldati, di ogni parte d’Italia, compresi i volontari Statunitensi della Croce Rossa Americana, attraversarono il suo territorio. Quelle pagine di storia patria, sono oramai patrimonio degli studiosi di storia. L’oblio del tempo, per legge naturale, ricopre con la sua polvere, quei tormentati anni lontani.
Voglio ricordare il soldato Angelo Salvian, fratello di mio nonno paterno Giuseppe. Un ricordo che si può moltiplicare per decine di migliaia di volte, tanti quanti furono i semplici contadini Veneti chiamati alle armi. Ben il 40% degli effettivi di fanteria erano Veneti. Questo si spiega, perché, almeno nei primi anni di guerra, gli operai furono lasciati nelle fabbriche a produrre armi e munizioni. Solo successivamente, con le stragi delle battaglie, furono sostituiti dalle donne e inviati al fronte.

A differenza del fratello Giovanni, non ha lasciato scritto alcun ricordo, sebbene avesse avuto il desiderio di lasciare traccia indelebile della sua vita e della sua esperienza di soldato.

Di Angelo ci rimangono una foto in divisa ed il suo foglio matricolare.

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Angelo nasce a Sant’Elena di Silea, in località detta “Franceniga” il 21 novembre del 1891.
Nel 1911, ventenne, viene chiamato al servizio militare. E’ stato estratto a sorte con il numero 1.906, perché in quegli anni vi erano più coscritti di quanti l’esercito potesse arruolare e dunque ci si affidava alla sorte. Angelo ha una statura di 161 centimetri, è di sana costituzione, non ha segni particolari, sa leggere e scrivere e di professione dichiara di essere agricoltore. Dal 1910, la ferma era stata portata a due anni, precedentemente erano tre.
Il 24 ottobre arriva al 34° Reggimento di Fanteria con sede in quel di Fossano, il reggimento con il gemello 33° di Cuneo, costituirà la brigata Livorno. Indossa la divisa di panno grigio-verde, adottata ufficialmente dall’esercito in quell’anno. Precedentemente la divisa prevedeva il colore turchino, come dire un ottimo bersaglio per l’avversario. L’addestramento militare è finalizzato per una eventuale guerra di movimento, siamo ancora alla teoria delle battaglie risorgimentali. Il 27 giugno del 1912, viene trasferito a Novara, presso il 23° Reggimento di Fanteria che si sta preparando per partire per la Libia, durante la guerra Italo-Turca. Anche la povera Italia, ambiva al suo posto al sole, dopo che la Francia, screanzata, aveva occupato la Tunisia.

Con il 23° nell’ottobre dello stesso anno, Angelo si ritrova a vivere l’esperienza della guerra di Libia: non sono più esercitazioni, ma si spara e si muore per davvero. Per questo ottiene la medaglia commemorativa della guerra Italo-Turca. Il 19 dicembre del 1913, rientra presso il 34° Reggimento, dove promosso caporale, viene congedato. La campagna di Libia, ha allungato di fatto, di due mesi il suo servizio militare. Rientra nella vita civile ventitreenne: nei due anni trascorsi in grigio-verde, ha viaggiato, visto realtà e vissuto esperienze altrimenti inimmaginabili.
Ma siamo solo all’inizio. Il 28 giugno del 1914, l’attentato di Sarajevo che uccide il principe ereditario al trono Austro-Ungarico, è la miccia che in poche settimane trascina l’Europa in una guerra mai vista prima. Angelo viene mobilitato e dal 15 luglio al 25 novembre indossa nuovamente il grigio-verde, presumibilmente presso il 34° reggimento. Il Natale 1914, vede l’Italia ancora in pace, ma il partito degli interventisti è in fermento e cerca di condizionare l’opinione pubblica verso l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria.

La famiglia Salvian, spera nella pace, sono gente semplice, povera, comprendono che dalla guerra, per loro, arriverà solo miseria, dolore. Si affidano fiduciosi all’autorevolezza del Parroco, spesso l’unica persona che si interessi a loro e che non vede, come la maggioranza dei suoi confratelli, di buon occhio l’Italia in guerra. Ad aprile del 1915, i reali Carabinieri, consegnano l’ordine di mobilitazione ed il successivo 20 aprile, Angelo è nuovamente in forza al 34°. Arriva il fatidico 24 maggio ed inizia la guerra contro l’Austria-Ungheria. Già il 26 maggio un battaglione del 34° attacca il monte Sabotino, pilastro settentrionale della testa di ponte di Gorizia. Nei mesi successivi i soldati conoscono l’angoscia e l’orrore della vita di trincea, gli assalti, la potenza distruttiva delle artiglierie, la morte che può ghermirti in ogni momento. Dopo ogni attacco si contano i morti ed i feriti: sempre troppi.

Il primo inverno di guerra 1915-1916 vede Angelo effettivo al 50° Reggimento fanteria della Brigata Parma. Conosciamo questi dati, non dal foglio matricolare che nulla segnala, ne dai fogli movimento soldati andati perduti (quando, molti anni fa, chiuso il distretto militare di Treviso, i documenti vennero consegnati all’archivio di Stato di Treviso), ma dal certificato di matrimonio.
Il Reggimento è spiegato contro la linea Col di Lana, Sief, Settsass. Nei primi giorni del gennaio 1916, si trasferisce nella zona fra Auronzo di Cadore e Villapiccola.

SALVIAN2.jpg (100942 byte) Il 6 gennaio 1916, Angelo sposa per procura, la sua “morosa” Noemi, una giovane ventenne che abita nella sua stessa borgata. Testimoni per la moglie sono il padre dello sposo, Antonio, e il sacrestano di Sant’Elena; per lo sposo il comandante del 50°, colonnello Guarnaschelli Giovanni che morirà di malattia, cinquantaseienne, nel 1920. Evidentemente le dure disposizioni del Comandante in capo Generale Luigi Cadorna, non permettono al novello sposo, di usufruire di una breve licenza matrimoniale.
Possiamo immaginare che questo matrimonio per procura, sia stato richiesto, non solo per l’amore che univa i due sposi, ma anche per motivi pratici. Angelo era stato ferito alla testa e forse pensava che in caso di sua morte, la giovane sposa, avrebbe potuto contare su una pensione, seppure modesta.

Quanti e quali pensieri, emozioni, desideri, speranze, timori, preghiere, abbiano unito i due sposi. Sicuramente ci sarà stato uno scambio epistolare che purtroppo non si è conservato.

Dei successivi anni di guerra non si hanno notizie certe: forse Angelo avrà continuato ad essere soldato del 50°, o trasferito ad altre unità. Certo è un suo atto d’eroismo cameratesco: riesce a riportare nelle linee italiane un commilitone ferito, originario di Vignola, salvandogli la vita. Una riconoscenza che durerà per tutta la vita dei protagonisti.
L’ attestato della “Croce al merito di guerra” concessa in zona di guerra l’11 novembre 1918, dal Comandante del XII Corpo d’Armata, Generale Pennella, certifica che Angelo è effettivo del 55° Reggimento di Fanteria, unità militare che aveva sede a Treviso (i fanti bianchi-azzurri dal colore delle mostrine) che con il gemello 56° di Belluno, formava la Brigata Marche. Nel 1918 il 55°, era dislocato nella zona di Ala e Sdrussinà, vicino al lago di Garda e per la battaglia del Solstizio (15-22 giugno) era stato avvicinato alle porte di Treviso in località San Pelajo. Ad agosto sul monte Grappa ed a ottobre sull’altipiano di Asiago, dove finalmente arriva l’armistizio. I

l 12 maggio 1919, presso il deposito del 55°, Angelo riceve un pacco regalo, 290 lire (corrispondenti a € 334,50 attuali) ed il congedo illimitato. La guerra è finita, la vita può riprendere, si torna alla famiglia, alla sposa, che da tanto tempo attendono. Seppur provati nel fisico e nello spirito, si è vivi: si ricordato i commilitoni caduti, 650.000, dei quali circa 50.000 Veneti.
Angelo ha ventisette anni e mezzo, dei quali 6 anni e sette mesi trascorsi in grigio-verde, a servizio della Patria. Sposo da 3 anni, trascorsi, salvo le poche licenze, lontano dall’amata Noemi.
Qui termina il racconto di Angelo soldato.

Inizia un periodo di delusioni: nelle trincee, ai combattenti, dopo Caporetto, erano state promesse giustizia e diritti. La guerra ha arricchito pochi, e impoverito molti. Angelo, ama l’Italia, le sue tradizioni, la sua gente, ma pensa che il futuro possa essere altri anni di sacrifici e lontananza, in un altro Continente, ricco di promesse, ma con il desiderio di ritornare.
Il 27 ottobre 1923, Angelo sbarca dal piroscafo America a Ellis Island (isola delle lacrime), New York. La solitudine pesa e il 18 giugno 1927, Noemi con i figli Alfredo, Rina e Ruggero sbarcano dal transatlantico Roma, per ricongiungersi al marito e padre in Canada. Rina, sposerà un signore Austriaco di Linz, figlio di un ex nemico. In Canada nasceranno altri figli (4) e numerosi nipoti che parlano una lingua che Angelo non comprende (non imparerà l’inglese). La nostalgia per la terra d’origine non passa e nell’autunno del 1957, per alcuni mesi il ritorno in Italia. Una parentesi, di là dell’Atlantico, ci sono gli affetti più cari: figli, nipoti e la tomba di Noemi sulla quale pregare.

Angelo lascia questa vita a Toronto il 12 febbraio 1972.

Come premesso, una storia comune, una storia di vita di una generazione che gli eventi hanno voluto prima soldato e poi emigrante di una Patria bellissima, ma ingrata. Una vita vissuta con coraggio e dignità.

Il nostro ricordo e rispetto per questi uomini e donne.

  

Stefano Salvian