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Sabato
24 marzo
2012

 

Outlet: Basso, "vittime delle lobby"

I democratici si astengono e salta l'emendamento risolutivo
La struttura resterà vuota. Puppato: "Rubinato sapeva, sarebbe stata una sanatoria"
  
“Siamo attoniti, abbiamo assistito alla seduta del consiglio regionale di mercoledì via web e quello che è successo ci fa intuire molte cose”.

Il Gruppo Basso, proprietario del Roncade Outlet Gallery, parco commerciale di Roncade ultimato ma immobile e vuoto per un coacervo di leggi contraddittorie che ieri l'assemblea regionale avrebbe potuto superare votando un emendamento fino alla vigilia dato per percorribile, non nasconde il senso di sbigottimento per il comportamento di consiglieri che non ha fatto transitare il provvedimento.
Oltre al Pd, che si è astenuto, i vertici del gruppo trevigiano non riescono a mandar giù la “fuoriuscita volontaria dall'aula, un attimo prima del voto, di molti esponenti in particolare di Pdl e Lega”. Un po' troppo, dunque, per non pensar male.

“Qualcuno intende affossare il Gruppo Basso realtà che non ha mai cercato scorciatoie e che ha interessi anche sull’area vicino al Veneto City? Un'area che è in vendita e che forse qualcuno pensa di acquistare in un modo forzato?”
Per semplificare, l'immobiliarista trevigiano, in conflitto con i gruppo di imprese coinvolte nell'affaire “Veneto City”, avverte l'odore di una lobby politico-industriale che sta cercando di metterlo alle corde ed indurlo ad un atteggiamento più conciliante attraverso il condizionamento dei suoi interessi in altre zone della regione.

Come Roncade, appunto, dove finora sono stati investiti poco meno di 60 milioni, comprese le opere di urbanizzazione e di compensazione chieste dal Comune, e dove la megastruttura continua a presentarsi a bordo Treviso-Mare con la sua veste immacolata ma intristita di inutilità. Le 500 assunzioni promesse rimangono un miraggio, così come le vetrine dei 78 negozi di altrettante griffe della moda previsti dal piano industriale.
“Il danno è incalcolabile – proseguono dal quartier generale di Treviso - e non ci resta che tutelarci in tutte le sedi opportune per chiedere un risarcimento di queste condotte inaccettabili e contrarie al buon senso”. Nel mirino ci sono gli enti appartenenti alla conferenza dei servizi che avevano dato il via libera alla costruzione della struttura, cioè Regione, Provincia di Treviso e Comune di Roncade. “Già alcuni mesi fa abbiamo fatto pervenire una notifica di messa in mora. Anche se, occorre sottolinearlo, con il Comune abbiamo sempre avuto un dialogo positivo e collaborativo”.

Tanto che a sentirsi tradito da Palazzo Ferro-Fini è lo stesso sindaco, Simonetta Rubinato. “Sono sbalordita dell’esito del voto – dice - esattamente contrario a quando prospettatomi fino al giorno prima. E’ paradossale che una struttura già realizzata con tutte le autorizzazioni previste dalla legge regionale, con il parere favorevole della conferenza di servizi, rimanga bloccata per l’incapacità della politica veneta di assumersi le proprie responsabilità. Come possiamo pensare in questo modo di attrarre investimenti sul nostro territorio?”.


23 marzo 2012

Rischia di diventare l'ennesima cattedrale nel deserto, un palazzo dello shopping desolatamente vuoto alle porte di Treviso. Ma non per colpa dei soliti speculatori brutti e cattivi, che impilano mattoni su mattoni e poi si vedrà, bensì a causa di una burocrazia cervellotica, che con leggi cavillose presta il destro alle interpretazioni più svariate, anche e soprattutto nei tribunali.

Il «Roncade Outlet Gallery» è oramai un caso di scuola. Bello e che finito da anni, con i negozi e l'elegante galleria affollati sì di clienti, ma solo nelle ricostruzioni virtuali, e le griffe pronte ad allestire le vetrine, non schioda le saracinesca a causa di un'odissea giudiziaria che l'ha visto prima sconfitto al Tar e vincente in Consiglio di Stato (era il 2008) e poi, con un ribaltone da capogiro, vincente al Tar e sconfitto al Consiglio di Stato (due anni fa), dopo i ricorsi presentati da alcuni concorrenti, tra cui l'outlet di Noventa. Al centro della girandola di sentenze, le norme che disciplinano la concessione di nuove volumetrie commerciali, per le quali è previsto un tetto massimo, ed in particolare la legge 15 del 2004 sulla programmazione commerciale, definita in aula «una porcata» dallo stesso assessore al Commercio, Isi Coppola (ma all'epoca la scrisse Fabio Gava).

Proprio per tentare di sciogliere il nodo gordiano dell'outlet di Roncade (di proprietà del Gruppo Basso, lo stesso protagonista di un recente contenzioso al Tar su Veneto City) i consiglieri di minoranza Andrea Causin (Verso Nord) e Raffaele Grazia (Udc) hanno presentato ieri un emendamento alla Finanziaria che proponendo l'interpretazione autentica (resa cioè dallo stesso ente che l'ha approvata) della legge 15, di fatto andava a sanare il caso, togliendo armi agli avvocati dei concorrenti e dando il via libera definitivo all'apertura del tempio dello shopping di marca che conta, in teoria per ora, 78 negozi ed oltre 500 dipendenti. L'emendamento, però, è stato bocciato con l'astensione determinante del Pd e ben 12 assenze tra le fila della Lega e del Pdl.

La scelta dei democrats, in particolare, stupisce, perché il sindaco di Roncade, che aveva chiesto alla Regione di risolvere questa faccenda una volta per tutte (anche perché nel frattempo l'azienda ha realizzato tutte le opere promesse al Comune, dalla pista ciclabile all'allargamento dei sottopassi stradali, dall'ampliamento della palestra al monumento ad un roncadese illustre) è la deputata del Pd Simonetta Rubinato. Spiega la capogruppo Laura Puppato: «La Rubinato era perfettamente a conoscenza della posizione che avrebbe assunto il gruppo, perché ci sono due anomalie che non potevamo far finta di non vedere. La prima è che si tratta di una sanatoria bella e buona di un caso provocato da una legge "porcata" di questa maggioranza; la seconda è che la sentenza del Consiglio di Stato è nota da 2 anni, dunque non si capisce perché si interviene solo adesso, e per di più con un blitz in Finanziaria. Che c'entra l'outlet con la Finanziaria?».

Infuriata la Coppola («L'ignavia del Pd mi lascia sbalordita») amareggiato Causin («Sono chiare le motivazioni di chi ha proposto la modifica, molto meno quelle di chi ha votato no o si è astenuto») al Gruppo Basso non resta che l'ultima carta, il ricorso per revocazione. Oppure chiudere i battenti e avviare una causa monstre per il risarcimento dei danni: si parla di 52 milioni di euro.

(Corriere del Veneto)