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Giovedì
12 luglio
2012

 

Se il necroforo diventa becchino

Discussioni pelose sul titolo di un giornale
Qualcuno si è indignato per il linguaggio usato da un quotidiano. Però è qualcosa dietro che dovrebbe far pensare
  
La sintesi di una mezza dozzina di e-mail che abbiamo ricevuto nelle ultime ore è: come ci si può permettere di scrivere su un giornale che “è morto il becchino del paese”?

Tema che ammacca.
Si può scegliere di non rispondere, che tanto non è affar nostro, o di provare a “leggere” l'accaduto, rischiando di urtare ancora di più le sensibilità di molti, il che alla fine è meno peggio di un'alzata di spalle e via.

Per chi si fosse messo all'ascolto solo ora, precisiamo che stiamo parlando della recente ed improvvisa scomparsa di Donato Trevisin, titolare della principale impresa di onoranze funebri della zona.
Per diffondere la notizia un quotidiano ha definito il defunto il “becchino” di Roncade, facendo irritare, evidentemente, più di qualcuno.

Tecnicamente il termine non è sbagliato. Per quanto popolare, indica con chiarezza il mestiere che faceva il trapassato. La definizione è di uso corrente nel linguaggio parlato ed è come chiamare “spazzacamino” un manutentore di canne fumarie, “netturbino” un operatore ecologico, “handicappato” un diversamente abile.

Il problema è la connotazione generalmente negativa che si associa al termine “becchino”, nella letteratura e nella cinematografia spesso riferito a personaggi sinistri e grotteschi che, data la natura della loro attività, portano anche sfortuna.

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Naturalmente quando il linguaggio diventa scritto, quindi la parola si fissa sulla carta, di solito si cerca un sinonimo più neutro. In questo caso poteva andare bene “necroforo” ma lungi da noi entrare nelle scelte di altri mezzi di stampa, ci mancherebbe.

La questione da sviluppare, piuttosto, sta nel segnale che un tale uso del linguaggio (ri)propone.
Ed è un segnale di perfetta sintonia con un sacco di altri indizi di volgarizzazione della morte e di banalizzazione dei sentimenti, siano essi privati o collettivi, che abbiamo intorno.
Abbiamo sdoganato da anni gli applausi alla fine o all'inizio dei funerali, abbiamo decomposto un pezzo l'essenza spirituale stessa del 2 novembre per affogarla in feste di Halloween che sono quanto di più lontano dalla nostra piattaforma culturale europea.

Fino a tre anni fa si rabboccava l'acqua dei fiori nei cimiteri con i flaconi usati di detersivi e ammorbidenti, con tanto di etichetta. Qualche bella persona ha poi capito che la civiltà la si misura anche dai dettagli ed ha rimediato.
Accettiamo senza batter ciglio, assuefatti, intorpiditi, che le epigrafi vengano appese in quell'orrenda bacheca in centro, mescolate con i manifesti delle sagre e delle rassegne di cinema all'aperto. Basta abituarsi e tutto diventa perfettamente normale.

Bisognava che qualcuno chiamasse “becchino” il “necroforo” per avere un sussulto.
Meno male che c'è stato.
Però è estate, fa caldo, si suda anche a pensare e, alla fine, non è successo niente.
Un'alzata di spalle e via.