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Mercoledì
27 aprile
2011

 

Roncadesi nel Risorgimento / 4

Il soldato scrittore Carlo Alberto Radaelli
Nato a Roncade nel 1820, contribuì all'insurrezione veneziana dal 1848 e collaborò con Daniele Manin
  
Alla figura risorgimentale di Carlo Alberto Radaelli sono dedicate alcune biografie e gli sono intitolate delle vie a Roncade (dal 1970), a Treviso (località S. Maria del Rovere), a Venezia (Marghera), a Jesolo, a Latisana, dove gli fu pure dedicata una caserma, e infine del Comune siciliano di Mineo.

LA FAMIGLIA RADAELLI
La sua notorietà discende dal contributo dato al Risorgimento nazionale. Fu in famiglia che il giovane ufficiale della Marina austroungarica Carlo Alberto Radaelli maturò quella formazione patriottica che lo portò all’impegno per l’unificazione dell’Italia; una famiglia, quella dei Radaelli, d’origine veneziana e poi transitata per il bergamasco, inquadrabile nella piccola borghesia emergente d’inizio ’800, dopo essersi arricchita durante il periodo della Repubblica di Venezia esercitando l’attività commerciale e la piccola industria come conduttrice di una fornace in Musestre, opificio segnalato già nella catasticazione del 1713.
Tra Sette e Ottocento la famiglia risultava bene inserita nel paese di Musestre, dove nel 1714 Giacomo Radaelli ricopriva la carica di «mariga», una specie di capo-colmello. Con l’avvento ottocentesco del Comune nel 1813 1814 Giovanni Battista Radaelli, padre del nostro personaggio, fu Sindaco di Roncade. In quel periodo la fortuna della famiglia può dirsi completata; possedevano molti beni anche nel paese di Roncade e abitavano in centro paese, nella villa già dei nobili Pisani, ora sede del Ristorante «La Rocca» (ex «Al Cacciatore»).
Proprio nella casa di Roncade il 17 giugno 1820 nacque Carlo Alberto Radaelli, figlio di quel Giovanni Battista che la lapide sepolcrale a forma d’obelisco presso l’ingresso della parrocchiale dice aver fondato la fortuna della propria famiglia “altrui giovando”. Carlo Alberto ebbe tre fratelli, Eliodoro, Mario e Giorgio; il secondo fu anche lui impegnato politicamente nella vicenda della Repubblica di Venezia del 1848 1849 con la qualifica di Sostituto Avvocato Fiscale Militare, mentre i figli di Giorgio divennero celebri avvocati del Foro di Treviso, molto impegnati nella vita amministrativa sia di Roncade sia del capoluogo, tra le file democratico radicali.
A 11 anni Carlo Alberto Radaelli entrò nel Collegio di Marina di Venezia, avviandosi alla carriera militare nella flotta asburgica, nella quale era diffusa una notevole ostilità per l’occupazione austriaca. Identico spirito risorgimentale animava la piccola borghesia roncadese, tra la quale accanto ai Radaelli troviamo i nomi significativi dei Selvatico, dei Manera (nella loro villa tra Roncade e San Cipriano si esponevano i busti di Washington e di Garibaldi, tuttora esistenti nel giardino), dei Lettis, dei Cutti, dei Wiel, ecc. Roncade non mancherà di dare il suo contributo di sangue: nelle guerre d’Indipendenza morirono due suoi concittadini, Giovanni Bragaggia e Pietro Furlanetto, caduti sul campo di battaglia di Sorio e Montebello l’8 aprile 1848, come riporta una lapide commemorativa affissa all’esterno del Palazzo dei Trecento di Treviso. Altri roncadesi parteciparono combattendo alle guerre per l’Indipendenza nazionale: oltre al già noto Silvestro Selvatico, anche Antonio Pasqualini detto Carbonella, milite nei famosi “Cacciatori del Sile”, e poi Matteo Tagliapietra, Luigi Torresini, Girolamo Tagliapietra e Giovanni Gasparini, tutti longevi Veterani delle Patrie Battaglie.

LA BIOGRAFIA
Nel Collegio di Marina di Venezia il giovane Radaelli trovò come insegnante Emilio Tipaldo e per condiscepoli Emilio Bandiera, Domenico Moro e diversi altri giovani destinati a diven-tare figure risorgimentali di rilievo. Benché fosse un istituto asburgico, nella Marina veneta erano diffusi i sentimenti flo-italiani. Scrive lo stesso Radaelli: «L’accademia militare di Marina in Venezia era la sola dove l’Austria formasse ufficiali per le sue flotte. L’educazione che in essa si riceveva era militare e nello stesso tempo scientifica». Come Cadetto di Marina partecipò a varie crociere, tra cui quella in Levante sulla corvetta Lipsia (1839) comandata dall’ammiraglio austriaco Bandiera, padre dei due futuri eroi. Nel 1840 prese parte alla guerra di Siria con la squadra austriaca.
Nel 1840 avviene la svolta politica nella vita di Radaelli: fu tra i primi ad aderire all’idea di formare una società segreta, la «Esperia», che iniziò a funzionare nel 1842, dopo un incontro tra Moro e Mazzini avvenuto a Londra. Nel 1841 conobbe Daniele Manin, instaurando, come lui stesso c’informa, «vincoli di salda amicizia (...) e questi legami, con lo scorrere degli anni, si resero sempre più forti, indissolubili».
Nel 1843 aiutò con denaro Emilio Bandiera a fuggire a Trieste ma, conclusasi come è noto tragicamente la spedizione dei fratelli Bandiera, il Radaelli, sconvolto, non sopportò più l’idea di poter ancora indossare l’uniforme straniera e rassegnò le dimissioni (1844).
L’eccezionalità della vicenda personale di Carlo Alberto Radaelli sta nell’alto valore dei contatti interpersonali che ebbe modo di stringere nella marineria austriaca di Venezia e che lo indussero a dare un contributo importante durante l’insurrezione veneziana del 1848, una vicenda della quale si farà poi storico e commentatore, quale «testimonio ed anche in parte collaboratore subalterno nei fatti che Manin provocò e diresse».
Insorta Venezia il 18 marzo 1848, Radaelli ebbe l’incarico d’impadronirsi della Gran Guardia austriaca che minacciava la popolazione con quattro cannoni in Piazza San Marco; fu poi incaricato di organizzare la Guardia Civica (decreto del 28 marzo): in poco più d’un mese costituì un Corpo di circa diecimila uomini, quasi tutti volontari, con i quali seppe mantenere l’ordine interno durante tutto il periodo dell’assedio cittadino.
Come disse il Giuriati nel Consiglio dei Ministri repubblicano del 25 aprile, Radaelli «alle cognizioni necessarie, unisce energia». Promosso Capitano e successivamente Maggiore di Fanteria, dal 22 settembre fece parte dello Stato Maggiore Generale con l’incarico speciale e delicatissimo delle ricognizioni. Un mese dopo preparò e diresse la sortita dei “Cacciatori del Sile” contro il nemico appostato al Cavallino, con esito brillante, tanto che il piano da lui preparato per la successiva sortita di Mestre fu accolto dal Ministro della Guerra Cavedalis e approvato dal Capo di Stato Maggiore Ulloa e dal Generale in Capo Guglielmo Pepe, il quale attesterà che il Maggiore Radaelli «si rese molto utile per le sue cognizioni topografiche e locali».
Al Radaelli fu affidato anche l’incarico di reclutare in terraferma nuovi soldati, per sostituire i cinquemila ritirati dal governo di Roma. Nominato in seguito Comandante della Divisione Navale di Sinistra e promosso Tenente Colonnello, contribuì con le poche forze di cui disponeva all’accanita difesa della città lagunare assediata dagli austriaci, cercando di rompere le fortificazioni nemiche ai Bottenighi e di forzare il blocco di Brondolo: in un disperato attacco alla baionetta, guidando lui stesso i suoi 700 uomini, tra i quali c’erano Alberto Cavaletto e Pietro Fortunato Calvi, i nemici furono volti in fuga. Ma la resistenza a ogni costo, vo-ata fin dal due aprile dall’Assemblea (di cui egli stesso faceva parte come deputato del sestie-re di Ca¬stello), volgeva ormai alla fine.
Caduta la città, anch’egli prese la strada dell’esilio, mentre a suo carico s’istruiva processo e gli venivano confiscati i beni; l’esule vagò per l’Italia, si portò a Parigi a visitare Manin, lavorò attivamente nei Comitati di Emigrazione e si stabili infine a Torino. Poté far ritorno alla sua Roncade nel 1853 ma solo per pochi giorni, con uno speciale salvacondotto.
Scoppiata la guerra nel ’59 inviò a Napoleone III un piano per penetrare nella laguna veneta e occupare Venezia eludendo il blocco austriaco, in modo da risparmiare alla città i danni del bombardamento; in vista dell’esecuzione del piano, la Francia lo accolse a bordo della «Algesiras», a disposizione dell’ammiraglio francese Romain Desfossés, ma il tutto andò a monte a seguito dell’armistizio di Villafranca.
Poco dopo Cavour lo nominò Tenente Colonnello al Comando del 21° Battaglione del V Reggimento di linea nelle truppe modenesi e parmensi, quindi Comandante del Battaglione Speciale dei Cacciatori Parmensi: con quelle truppe organizzò la Brigata «Parma», e a capo del 50° Reggimento di Fanteria partecipò l’anno successivo alla campagna nelle Marche e nell’Umbria (fu a Castelfidardo) guadagnandosi la medaglia d’argento e la promozione a Colonnello nella presa di Ancona.
Nel ’62, durante la campagna contro il brigantaggio nell’Italia meridionale, fu Comandante Militare del Circondario di Potenza e Presidente di quel Tribunale Militare territoriale.
Nel ’66 partecipò direttamente alla liberazione del Veneto, in quanto incaricato di riscattare i soldati italiani prigionieri in Prussia, dove venne inviato dal governo italiano. Nell’ottobre di quell’anno ebbe il Comando militare del Circondario di Palermo e nel 1868 ricevette la promozione a Generale.
Rimase in servizio fino al 1870, segnalandosi per l’opera svolta durante l’epidemia colerica del 1867 68, ottenendo la medaglia d’argento dei Benemeriti della Salute Pubblica.
Congedato, ritornò a Venezia. Non ebbe fortuna nei ripetuti tentativi di elezione al Parlamento nazionale del 1866 (candidato nel collegio di Oderzo, dove vinse il concorrente Manfrin), del gennaio 1867 (nelle liste dell’Unione Liberale) e del successivo marzo (dove si trovò a contendere con armi impari il seggio di Salerno al ben noto politico di levatura nazionale, il barone Giovanni Nicotera).

LO SCRITTORE
Carlo Alberto Radaelli è autore di due pubblicazioni: una Storia dell’assedio di Venezia negli anni 1848 e 1849 (edita a Napoli nel 1865 e rieditata, con revisione dell’autore, in Venezia nel 1875, in occasione dell’inaugurazione del monumento a Daniele Manin) e i Cenni biografici di Daniele Manin (Firenze, 1889), scritti in occasione dell’inaugurazione in Firenze del monumento al patriota veneto, «monumento – come dice l’autore nell’opuscolo – che i Veneti offrono ai Fiorentini, memori dell’ospitalità ricevuta, allorché esuli, ripararono sulle rive dell’Arno» (il Radaelli vi terrà il discorso commemorativo l’anno seguente, assieme al Sinda-co di Firenze, conte Francesco Guicciardini ed al Sindaco di Venezia, conte Luigi Tiepolo).
È lo scrittore stesso che fa presente ai propri lettori l’ottica e le finalità del suo impegno memorialistico, «ricordando – egli dice ai lettori – che chi scrive, è un soldato, e non uno scrittore abituato alla palestra letteraria».
Nella «Storia» egli specifica la finalità del suo contributo: «La storia di quel periodo non fu ancora narrata nella sua verità. Molti ne scrissero: ma, troppo vicini all’epoca fortunosa; forse non raggiunsero l’imparzialità necessaria ad apprezzare, come meritano d’esserlo, i tanti sacrifici e l’eroismo del popolo veneto».
Dalle due opere siamo in grado di cogliere, al di là della puntigliosa ricostruzione degli avvenimenti, il pensiero politico del personaggio e ciò è possibile soprattutto nella seconda di esse, scritta in pensione, quando ormai l’autore, libero da preoccupazioni contingenti o diplomatiche, era anche temporalmente sufficientemente lontano dagli eventi rivisitati, per cui emergono abbondanti le valutazioni d’ordine politico. Partito da posizione repubblicane, avendo anche dato vita, assieme ai fratelli Bandiera e ad altri, alla società Esperia, un ramo della «Giovane Italia» nella marineria austriaca (1840 42), compartecipe di una forma di governo repubblicana in qualità di collaboratore di Daniele Manin (da lui definito «veramente repubblicano»), Radaelli che successivamente si integrò ai massimi livelli militari dello stato unitario monarchico cerca nei propri scritti di giustificare ‘post factum’ le idee di partenza. Spiega, infatti, dapprima la scelta della forma di governo adottata dall’esperienza rivoluzionaria veneziana del 1848 49, cercando di rispondere a quegli uomini politici e storici che avevano biasimato come intempestiva e dannosa la forma repubblicana che Daniele Manin impose a Venezia il 22 marzo ’48. Alle critiche egli rispondeva che «per dare un adeguato giudizio conviene tener conto delle circostanze nelle quali trovavasi questa città. Da sei giorni in rivoluzione, senza notizie di fuori per le interrotte comunicazioni, ignorava l’eroica lotta di Milano, di cui la novella giunse soltanto il 24 recata dal Dall’Ongaro. Le altre province del Veneto pensavano a sé stesse, ed agivano tutte per proprio conto; finalmente, fra la Lombardia ed il Veneto nessun piano prestabilito. La rivoluzione prorompeva in ogni dove nello stesso momento, quando seppesi che Vienna insorgeva... La Repubblica ricordava a quel popolo quattordici secoli di gloria… Doveva forse Venezia darsi ad un Re? Ed a quale? Sapevasi forse allora che il magnanimo Carlo Alberto, avrebbe combattuto cosi virilmente per 1’Italia?. Manin proclamando la Repubblica obbediva alle esigenze del momento affatto eccezionale; ma però nel suo discorso al popolo, col quale proclamava il risorto governo, diceva quella forma esser provvisoria e riserbarsi quella nobile città di formare parte del tutto Italiano, come più tardi avvenne con la sua fusione al Piemonte. Però – continua il Radaelli – quel nome di Repubblica gettato là dal caso e dalle circostanze, fu in seguito uno spauracchio adoperato dai timidi e dai nemici d’Italia, per falsare il concetto generale della guerra d’indipendenza. Si volle far credere ad un principio di dissidenza politica: opinione codesta che per la mediocrità di coloro che reggevano la cosa pubblica in Italia, s’accrebbe e prese consistenza, cagionando cosi alla patria gravissimi danni. Cesare Balbo ebbe a dire che la proclamazione della Repubblica di Venezia, se fu errore, fu errore di pochissima importanza. Ed egli aveva ragione di dirlo, poiché osservati spassionatamente e studiati i fatti di quell’epoca avventurosa, si potranno e si dovranno deplorare errori ben più grandi e delitti di lesa nazione».
Nella stessa opera Radaelli cerca poi di dare spiegazione alla successiva conversione del Manin – e di riflesso anche la sua – dall’ideale repubblicano a quello monarchico. Daniele Manin, esule a Parigi, dopo l’avvenuta alleanza sabaudo francese inglese in funzione anti russa, mosso da realismo, dettò un “Programma di conciliazione per i patriotti italiani” nel quale, sorprendentemente, e pagando poi la scelta con l’isolamento fattogli attorno nell’ambiente dei fuoriusciti, affermava che «dopo la guerra la Nazione deciderà della sua forma di governo. Conviene che Mazzini si sacrifichi – diceva – al bene del paese, che egli si ritiri dalla scena politica. La sua presenza non può essere che dannosa alla causa italiana. Ci sono tre forme di governo possibile all’Italia; Monarchia unitaria; Repubblica federativa; Repubblica unitaria. Converrà scegliere quella che ha più possibilità di riuscita».
«Così Manin – commenta il Radaelli – dominato dal suo grande amore per l’Italia, sacrificava le sue convinzioni, e sempre eguale a sé stesso propugnava l’unificazione della penisola con la Monarchia, persuaso questo esser il migliore ed unico partito per conseguire l’Indipendenza... Egli repubblicano fino dalla culla (...) faceva olocausto sull’altare della patria delle proprie convinzioni, persuaso che la comune salvezza poteva soltanto derivare dall’unione di tutti gl’Italiani al Piemonte, ed al grido di “Unità d’Italia con Vittorio Emanuele Re”».
Assieme a questo motivo ricorrente, gli scritti del Radaelli sono pervasi anche dalla diffusa preoccupazione di dimostrare come l’atteggiamento del Manin fino alle soglie degli eventi rivoluzionari – nel qual caso subentra il diritto di guerra – si era concretizzato nell’opposizione agli austriaci utilizzando tutte le possibilità offerte dal pur restrittivo diritto vigente, quali petizioni, proclami, incontri, istanze, ecc... È un aspetto sottolineato più volte, evidenziando la preoccupazione legalitaria del militare, uomo d’ordine, timoroso di giudizi negativi per il suo passato rivoluzionario e repubblicano.
Nel pensiero di Radaelli è inoltre ricorrente il tema dell’anticlericalismo, sia contro il “tradimento” di Pio IX, sia (e più estensivamente) contro la Chiesa, accusata d’essere «dominata dai Gesuiti», base di garanzia locale all’Austria – concetto che troviamo anche in Tommaseo –; il suo non è però un atteggiamento ateo, anzi, per certi versi, l’evoluzione degli avvenimenti gli appariva preordinata o aiutata dalla Provvidenza. Per esempio, commentava l’arresto di Manin e Tommaseo avvenuto nel 1848 con la frase «Dio oscurava l’intelletto dei governanti, che commettevano errori sopra errori».

IL RICORDO
L’immagine del Generale ci è stata conservata in un grande ritratto a olio del XIX secolo custodito al Museo Correr di Venezia: il militare in divisa è raffigurato in posizione eretta, con la forza e tutta la fierezza delle sue decorazioni esibite sul petto, mentre poggia la mano destra sopra un libro riverso al tavolo, volendo certamente richiamare la sua fama di storico della guerra d’Indipendenza.
Carlo Alberto Radaelli trascorse gli ultimi anni della sua vita dapprima in una modesta villetta di Venezia (Castello) e poi presso la famiglia a Latisana, dove si spense il 9 novembre 1909. Il Sindaco di Roncade nella seduta consiliare del successivo 14 novembre informava: «Signori Consiglieri, nel mattino del giorno nove p.p. cessava di vivere in Latisana il Generale Carlo Alberto Radaelli. La giunta sapendo quanto Roncade andasse orgogliosa di aver dato i natali all’uomo che consacrava tutte le sue intelligenti energie, dalla gioventù alla vecchiaia, all’indipendenza del suo paese; all’uomo che prese tanta parte al risorgimento italiano dai primi suoi vagiti al ’70; dalla spedizione Bandiera alla liberazione di Roma, credette rendersi interprete dei sentimenti del paese mandando alla famiglia dell’illustre estinto un telegramma di condoglianze». Errori storici a parte (laddove si adombrava una partecipazione diretta del Radaelli alla spedizione Bandiera e alla presa di Roma), l’invio di un modesto telegramma appare estremamente riduttivo, specialmente se paragonato al lungo articolo pubblicato in prima pagina da «Il Gazzettino» del giorno dopo il decesso. Ma l’anno successivo, su pensiero e sollecitudine di Gino Lettis, il Comune organizzò una pubblica cerimonia con lo scoprimento di una lapide commemorativa – testo dettato dal prof. Giovanni Bordiga, ingegnere, docente universitario e assessore alla Pubblica Istruzione nella Giunta di Venezia presieduta dal cognato Selvatico – posta in facciata della casa natale, nella via principale del paese.
La si può osservare anche al giorno d’oggi e il testo recita: CARLO ALBERTO RADAELLI GENERALE DELL’ESERCITO / COMBATTÉ LE GUERRE DELL’INDIPENDENZA NAZIONALE. POSATE LE ARMI / DETTÒ LA STORIA DI QUELLA BREVE REPUBBLICA / CHE FRA I PERICOLI COLLA SPADA DIFESE / NELL’ASSEMBLEA COLLA PRUDENZA SOSTENNE / SERENO AUGURÒ L’OBLIO DI SE MA I CONTERRANEI / VOGLIONO CONSEGNATA ALLA FAMA / LA MEMORIA DI QUESTO UOMO CHE FU TUTTO DEL SUO TEMPO E PARVE DELL’ANTICO / RONCADE XX SETTEMBRE 1910.
La cerimonia fu celebrata il 20 settembre, data significativa e spesso caricata di senso anticlericale (presa di Roma) e il discorso, poi dato alle stampe, fu recitato dal dottor Luigi Coletti, il celebre storico dell’arte che di Roncade fu anche assessore e Sindaco.
Dopo questa prima pubblicazione, pregna di arte oratoria e di polemica antipapale, nel 1910 il prof. Gilberto Sécretant di Venezia pubblicò la prima biografia completa di Radaelli, dal titolo “Un soldato di Venezia e d’Italia”. Un altro saggio, improntato a metodo storiografico, benché oggettivamente limitato, comparve ad opera di Domenico Montini nel 1913 con titolo “Il Generale Carlo Alberto Radaelli e l’azione della flotta francese nel 1859”. Da ricordare che la sua biografia del celebre roncadese venne inserita nell’Enciclopedia Italiana, la «Treccani»: ne curò il testo Mario Menghini, già Conservatore del Museo del Risorgimento di Roma.
Pur in sintesi, cenni biografici di Carlo Alberto Radaelli appaiono in una pubblicazione del 1950 curata dal «Comitato Regionale Veneto per 1a Celebrazione centenaria del 1848 49» e nell’opera di Pietro Galletto edita nel centocinquantenario della Repubblica di Venezia per illustrare la vicenda di Daniele Manin.
Passarono poi molti anni di oblio, prima che a Roncade se ne riproponesse il ricordo per iniziativa dell’Amministrazione Comunale, che nel 1970 dedicò al concittadino una via e, successivamente, per merito del roncadese Mario Andreazza nella sua monografia “Roncade nella sua storia”.
Il sottoscritto ne curò infine la documentazione all’interno della mostra sui «Personaggi e visitatori celebri di Roncade» (1981), facendone stampare un cartello biografico, esposto assieme a varia documentazione pertinente al Generale e nel 1984 tenne una relazione a Treviso su “Carlo Alberto Radaelli da Roncade” presso l’Istituto per la Storia del Risorgimento (con pubblicazione del testo nel V volume degli atti), proponendosi di ridare il doveroso risalto «a un uomo che nel suo tempo godette di rilievo nazionale».

Ivano Sartor
(Fine)

     

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