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Giovedì
10 marzo
2011

 

Roncadesi nel Risorgimento / 1

Vita e campagne militari nelle Guerre d'Indipendenza
Ivano Sartor ripercorre i chiaroscuri di un'epoca a cavallo fra la dominazione austriaca e l'arrivo dei piemontesi
  
Dopo l’inquadramento generale sul periodo risorgimentale nel Trevigiano e prima di illustrare tre figure di roncadesi che hanno avuto un ruolo significativo in quel periodo storico, è utile riflettere sulla realtà del nostro territorio nella prima metà dell’Ottocento.

Roncade era un Comune notevolmente più circoscritto di quello attuale, poiché fino al 1877 Biancade era una frazione del Comune di Spercenigo. La popolazione della circoscrizione roncadese non raggiungeva i 4.000 abitanti.

Durante il periodo del Regno Lombardo-Veneto (1815-1866) Roncade era una realtà assolutamente agricola: quasi assenti industrie, se non per qualche fornace di laterizi a Musestre, niente artigianato, se non quello di servizio (pistòr, scarpèr, osto, munèr, i tramissieri e così via).

LOMBVEN.jpg (64877 byte) Tutti contadini, a eccezione di qualche famiglia borghese, prevalentemente d’origine veneziana, presente nel territorio in qualità di possidenti fondiari, oppure come esercenti le cosiddette “arti liberali”, quali i farmacisti, i medici, i “fattori”, ecc.; tra queste famiglie del notabilato locale si ricordano i Lettis, i Radaelli, i Manera, i Selvatico, i Simonato, i Groppo, i Barrera, i Dall’Acqua e altri ancora.

La ruralità di Roncade d’inizio ’800 trovava conferma nello sviluppo registrato, proprio in epoca asburgica, dalle tipiche manifestazioni del settore, quali erano le due Fiere annuali, che si aggiunsero al mercato settimanale esistente dal XVII secolo: le Fiere agricole, in una società pressoché esclusivamente rurale, com’era quella trevigiana del periodo nel regno Lombardo-Veneto, costituivano degli eventi di straordinario rilievo e modernità, capaci di richiamare avventori da tutta la zona e con gli anni andarono man mano aumentando il loro giro d’affari, rappresentando per il borgo di Roncade un’ulteriore opportunità per il suo prepotente emergere come un centro di gran lunga più importante e vitale rispetto a tutte le altre località della Bassa Trevigiana. Nel contesto della rivitalizzazione economico-territoriale del periodo successivo all’immobilismo veneziano e dell’ottusa aristocrazia che aveva retto la Serenissima negli ultimi secoli, alla storica Fiera di settembre si era aggiunta, nel 1853, una seconda Fiera annuale del bestiame, nel mese di aprile (poi spostata a marzo)

Nel nuovo assetto politico, tuttavia, le condizioni di vita del ceto contadino subirono un’involuzione e si assisté al passaggio dall’antica povertà decorosa alla miserabilità più sofferta; fu un periodo nel quale allo scontento per l’umiliazione della dominazione straniera, sentimento vivo soprattutto negli strati più elevati e acculturati della società, si sommavano i disagi causati dal progressivo deterioramento delle già miserevoli condizioni di vita delle classi rurali.

L’eccesso alimentare di granoturco (monofagismo), spesso avariato e ammuffito, comportava come conseguenza la diffusione della pellagra, malattia grave che negli stadi avanzati comportava le tipiche allucinazioni che hanno prodotto nella memoria collettiva ricordi di esseri fantastici e spiritistici quali il massariol, la lumiera, gli spiriti e altre improbabili creature di fantasia.

In quel periodo, oltre che per le malattie (dal 1836 si aggiunsero anche varie ondate di colera, temibili e letali), si moriva anche di fame, soprattutto in certe annate funestate da eventi metereologici negativi.

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Nel degrado generale dell’economia s’infittirono gli episodi criminosi e i furti campestri. Notevoli anche i fenomeni del contrabbando per raggirare i pesanti dazi sulle merci e della renitenza alla leva obbligatoria, che sfociava talvolta nel brigantaggio, favorito dalle possibilità di rifugio offerte dagli estesi boschi che coprivano buona parte della zona tra San Cipriano, Ca’ Tron e Musestre; nel 1866, ad esempio, le autorità segnalavano che nei boschi locali si aggiravano «sette in otto individui, qualcuno armato di archibujo, che si spacciano per disertori».

Sulla precarietà economica gravarono in forma diretta le campagne militari durante le “Guerre d’Indipendenza”, fin dal 1848, quando le truppe austriache stazionarono a Roncade, a Musestre e nei Comuni contermini, dovendo presidiare il corso del Sile durante il “blocco” imposto alla città di Venezia che, assediata, resisteva nella difesa della rinata Repubblica di Daniele Manin. Detto per inciso, era un altro tipo di Repubblica, una Repubblica democratica, del tutto diversa da quella aristocratica del passato. In particolare, i boschi roncadesi divennero allora dei luoghi di approvvigionamento di legna secca per le tre caserme di austriaci insediate a San Michele del Quarto (l’odierna Quarto d’Altino). Ormai riconquistato quasi tutto il Veneto all’impero, nella primavera-estate del ’49 il roncadese, così come tutta la zona attorno alla laguna veneta, fu direttamente coinvolto nel teatro delle operazioni belliche; in diverse località dell’hinterland vi furono scontri armati e gli austriaci condannarono a morte anche dei contadini innocenti della località di Altino, con l’accusa di aver contravvenuto alle disposizioni sul blocco di qualsiasi relazione con Venezia. Come riportano i registri parrocchiali dei morti, pure a Roncade vi furono scontri tra truppe “romagnesche”, giunte in soccorso alla Repubblica, e Battaglioni asburgici.

Le vicende delle guerre per l’Indipendenza coinvolsero ripetutamente il territorio e la popolazione residente. Il passaggio o ancor più l’acquartieramento di truppe produssero danneggiamenti agli immobili e imposero ripetute requisizioni di generi e di materiali. Gli acquartieramenti sono documentati nei registri comunali in forma indiretta, attraverso le notizie relative ai prelievi forzosi di cavalli, carri o altro in tempo di guerra, ma le requisizioni si verificarono con cadenza periodica anche nei periodi di non belligeranza.
La reazione dei colpiti dai provvedimenti militari non mancava: il primo gennaio 1860 il Regio Commissariato Distrettuale trasmise il ricorso presentato da Giovanni Torresini «sul fitto e sui poggiuoli [evidentemente ne lamentava il danneggiamento] del suo Palazzo divenuto alloggio Militare». Altri distaccamenti con cavalli erano alloggiati in Castello, dove un reparto d’Artiglieria occupava anche una delle torri d’angolo, con cannoni e uomini.
La presenza di militari stranieri, in gran parte slavi, dava problemi di convivenza con la popolazione locale, se nel gennaio 1862 il Comando Militare del posto dovette ordinare di chiudere a debita ora tutte le osterie. Il movimento di truppe assumeva carattere ormai di notevole entità: apprendiamo, per esempio, che nel giugno 1862 a San Cipriano fu inviato uno Squadrone di Sanità, ma potremmo continuare con l’elencazione. Tra le truppe austriache che combattevano nel Veneto vi erano anche soldati ungheresi: lo si apprende dalla «descrizione personale del disertore Giuseppe Szuas ungherese fuggito da Roncade» diffusa dalla Polizia nel gennaio 1860. Diversi documenti locali d’archivio riportano che l’atteggiamento della popolazione verso l’autorità austriaca fu nettamente di diffidenza e di riluttanza.

Anche nel contesto della campagna militare del 1866 e in seguito all’arrivo nel roncadese delle truppe piemontesi si disposero varie requisizioni e acquartieramenti: il 22 luglio si requisivano 30 carri e un cavallo e altri venti carri vennero prelevati il giorno successivo; altri carri per il trasporto di trecento quintali di riso proveniente da Musestre e destinato a Ponte di Piave furono requisiti l’indomani. Il successivo 25 luglio l’autorità requisì 570 «razioni di pane per conto dell’Armata Italiana». Nei giorni seguenti ulteriori requisizioni sono registrate con notevole frequenza: carri, timonelle, carrettine e paglia.

Quali reparti del nuovo Esercito stanziarono a Roncade in quelle eccezionali circostanze?

Il secondo Squadrone del Reggimento Cavalleggeri “Monferrato”, la VII Armata (solo di transito), il terzo Squadrone dei Cavalleggeri “Lucca” (nella villa di Ca’ Morelli, allora proprietà di Davide Cutti e in villa Morosini di Biancade).

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Nonostante la massiccia presenza militare dell’Esercito Italiano e nonostante i disagi materiali indubbiamente arrecati, il tutto avvenne allora in un clima ben diverso rispetto alla precedente occupazione austro ungarica: di quella presenza la popolazione locale andava fiera e lo stesso Sindaco in data 5 novembre esprimerà al Colonnello dei Cavalleggeri “Lucca”, a nome di tutto il Comune, il ringraziamento «per le gentilezze usate da tutto il Reggimento durante l’accantonamento».

Quel Sindaco di Roncade, il primo Sindaco dell’Unità d’Italia, era Luigi Manera. Il noto possidente, politico e scrittore trevigiano Antonio Caccianiga ricorderà più tardi che fu proprio il Manera, originario di Cavaso ma residente a Roncade dal 1865, a farsi carico dei festeggiamenti per l’arrivo delle truppe italiane: «egli apparecchiò – scrive Caccianiga – il ricevimento delle truppe italiane nel suo Comune, organizzando pubbliche feste, e provvedendo le sussistenze».
L’entusiasmo popolare dei primi giorni dell’annessione allo Stato nazionale si espresse nel festeggiamento del tricolore: il 18 luglio il Comune chiedeva l’autorizzazione di effettuare «la spesa del riordino della colonna [esistente in piazza] ed innalzamento dello stendardo nazionale»; per la circostanza diversi consiglieri e possidenti del Comune sollecitarono l’erogazione di «una somma di 100 fiorini per festeggiate l’inaugurazione dello stendardo Nazionale». Risale, invece, a qualche decennio dopo la decisione di apporre in facciata del municipio (ora abbattuto, si trovava nella Piazzetta, dove ora inizia via Vivaldi) due lapidi in onore di Giuseppe Garibaldi e di Vittorio Emanuele II, probabilmente collocate dopo la morte dei due Padri della Patria.

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La realtà complessivo del Comune di Roncade al momento dell’annessione del Veneto allo Stato italiano è riportata dal Dizionario Corografico dell’Italia dell’Amati, praticamente coevo, essendo stato edito a Milano nel 1868.
Va tenuto presente che il territorio comunale non comprendeva la frazione di Biancade, che ancora per un decennio di Stato unitario appartenne al Comune di Spercenigo.

RONCADE

Comune del Veneto, prov. e Distretto di Treviso.
Comprende le frazioni seguenti: Musestre, San Cipriano e Vallio: vi sono pure alcune case sparse.
Ha una superficie di 5.002 ettari.
La sua popolazione, secondo l’ultimo censimento, è di 3.736 abitanti.
Gli elettori amministrativi nel 1866 erano 125, e 38 i politici, iscritti nel collegio di Treviso.
Ha ufficio postale.
Appartiene alla diocesi di Treviso.
Il suo territorio si stende in colle [sic!] ed in piano, e viene bagnato dalle acque del Musestre. Il suolo è d’una non ordinaria fertilità: produce una gran copia di cereali, e lo intersecano numerose e fiorite piantagioni di viti e di gelsi. Abbondano i pascoli, e si mantiene una ragguardevole quantità di bestiame: nel 1857 si allevavano 168 equini, 601 bovini e 4.205 bestie minute.
La sistemazione delle strade comunali e vicinali lascia poco a desiderare. Si respira un’aria salubre.
Il capoluogo è una bella borgata, che giace in vicinanza della sponda sinistra del Musestre: sta a scirocco ed a circa 13 chilometri e mezzo da Treviso. Anticamente vi sorgeva un Castello, teatro di frequenti lotte fratricide. Vi si ammira il grandioso Palazzo Giustiniani, architettato dal Sansovino [sic!]. Di molto profitto riesce a questo paese la fiera che si tiene ogni anno per due giorni, cominciando dal 9 di settembre: ogni lunedì è giorno di mercato. All’istruzione elementare si provvede con pubbliche scuole comunali maschili e femminili. Gi abitanti sono in generale robusti, intelligenti ed attivi.

Ivano Sartor
(continua)

Puntate precedenti
1 - Trevigiani nel Risorgimento
     

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