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Mercoledì
2 novembre
2011

 

La guerra di Giovanni

Diario di un prigioniero a Mauthausen nel 1918
Giovanni Salvian racconta la Grande Guerra vista dalla prima linea, la cattura, la detenzione
  
Il 4 novembre di 93 anni fa, per noi Italiani terminava la 1° guerra mondiale. Un evento ormai lontano nel tempo che ha visto, loro malgrado, protagonisti i nostri nonni e bisnonni. Con il senno del poi, possiamo affermare che fu una guerra, come tutte le guerre, che si sarebbe potuto e dovuto evitare. Invece fu un inutile massacro, come già nel 1917 definì la guerra Benedetto XV, chiedendo alle Nazioni belligeranti di porre fine alle ostilità.
         
Nei quarantuno mesi di guerra, furono chiamati alle armi 6 milioni di uomini, nati tra il 1874 e il 1900. Alla fine si contarono 650.000 caduti e più di un milione di feriti e mutilati. A ricordo di quel sacrificio collettivo, non solo dei combattenti, ma anche delle loro famiglie, rimangono i cimiteri di guerra, i musei, le trincee ed una enorme produzione storiografica: filmati, foto, libri.

Tra quegli uomini, in gran parte agricoltori e contrari alla guerra, ma che nell’orrore della trincea e del combattimento onorarono la loro ubbidienza, c’erano anche mio nonno paterno ed i suoi 4 fratelli. Tutti tornarono a casa, qualcuno ferito nella carne, tutti provati nello spirito per quanto avevano vissuto.

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Nonno Giuseppe, classe 1885, per problemi di salute, dopo alcuni mesi di trincea fu assegnato alle truppe territoriali ai margini dell’altopiano di Asiago.
I fratelli Giovanni classe 1887, Angelo classe 1891, Nicolò classe 1893 e Giorgio classe 1898, vissero per intero le vicende belliche.
In particolare: Giovanni con una dura prigionia, Angelo con i suoi 52 mesi in grigio-verde, Nicolò ferito nella ritirata di Caporetto e Giorgio con la battaglia del Solstizio.

Salvian Giovanni arrivò al fronte il 6 maggio 1916, inquadrato nel 27° Reggimento di fanteria, Brigata Pavia che nella successiva 6° battaglia dell’ Isonzo (4–17 agosto 1916) entrò per prima a Gorizia conquistata. Dal successivo 16 giugno 1917 era in forza presso la 10° compagnia del 275° Reggimento Brigata Belluno che partecipò alla 11° battaglia dell’Isonzo (17–31 agosto 1917), per la conquista dell’ Altipiano della Bainsizza. Di questo fatto d’armi, del cadere prigioniero e della successiva prigionia a Mauthausen, principale campo di prigionia dei soldati italiani degli Austro-Ungarici e lavoro coatto presso una industria chimica, ha lasciato ricordo in alcune paginette. Mauthausen divenne tristemente famoso come campo di sterminio durante la seconda guerra mondiale. Nei pressi della cittadina, c’è un cimitero militare che raccoglie i resti di 6.000 soldati, commilitoni di Giovanni, morti in prigionia. Ricordo anche che la moglie e la famiglia, tramite la Croce Rossa, riuscì inviare al prigioniero 14 pacchi di generi alimentari, tra il 9 maggio ed il 24 ottobre 1918 che sicuramente riuscirono a salvargli la vita ed a rientrare al termine del conflitto, dopo sedici mesi di prigionia.

Di seguito il breve diario scritto da Giovanni, volutamente trascritto con qualche errore d’ortografia (come la maggior parte della sua generazione aveva la licenza di 3° elementare), per non tradire lo spirito ed il valore della testimonianza.

 
“Ricordo il 24 Agosto 1917 cavalcando rocce e sentieri pericolosi la oscura notte accompagnata da un furioso temporale si recavamo in prima linea. La mattina del 25 eravamo giunti in prima linea. L’ordine è di cominciare la tacco. Era già venticuatro ore che non si mangiava ma fame non si aveva soltanto sete, ma tanta sete Dio mio e cuanto stanco, acqua non ce ne da nessuna parte.

Incominciamo il fuoco tutto il giorno senza mai cessare, quanti morti e quanti feriti mi vidi cadere vicino. Al tramonto del sole cessò la fucileria si riparammo un po’ dietro qualche sasso per riposare qualche ora. Cercai acqua ma inutilmente non ne trovai. Dalla gran sete non ero capace di parlare. Dalla gran sete mangiare non si parla passai la notte. Alle quattro del mattino giorno ventisei, arriva mezzo bicchiere d’acqua e un po’ di caffè per ciascuno, ne avrei bevuto due litri; ricevetti anche un po’ di pane, ma non lo mangiai, perché avevo troppa sete.

Verso le ore sei riva l’ordine che bisogna cominciare l’attaco. Cominciamo col fucile e con le mitragliatrici, il nemico rispondeva: era una piova di piombo: proiettili che scoppiava di destra e sinistra. Quanti compagni vidi cadere feriti e chiamavano soccorso nessuno poteva soccorrerli. Oh che momenti orribili! Alle ore sette del (26 agosto) perdei collegamento dal bosco fitto che era e gran urli che sentiva. Senza sapere mi trovai in linea nemica e non vidi nessuno soltanto zaini e fucili che aveva lasciato il nemico. Allora io vedendo questo credevo che la mia compagnia fosse andata avanti, non sapeva più cosa fare, stetti li fermo alcuni minuti. Sentii la compagnia indietro che cominciava di nuovo far fuoco. Allora io mi misi a gridare avanti avanti che il nemico si è ritirato, ma inutilmente con quel rumore nessuno poteva sentirmi.
In quel momento mi accorgo che il nemico ritornava di nuovo gettando bombe che una mi è caduta proprio vicino, per fortuna non è scoppiata altrimenti sarei rimasto ucciso. Ormai ero fra meso due fuochi, mi gettai a terra pian piano mi feci un po’ di riparo con la speranza che venissero a salvarmi.
Le pallottole mi sfioravano la testa, mi credevo perduto. Aspettavo l’aiuto, ma la mia compagnia stette ferma e il nemico veniva avanti: fuggire non potevo ormai son morto dico fra me: la munizione l’avevo terminata. Difatti mi presero, io credeva di rimanere ucciso, due di loro mi presero e mi accompagnarono fuori del pericolo. Stetti li un quarto d’ora e poi si mettiamo in cammino.

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Stanco come era camminai tutto il giorno. Trovai del’acqua, mi pareva di aver risuscitato. Dopo bevuto mangiai un po’ di pane e camminai fino sera, verso sera (del 27 agosto?) mi condussero in una baracca e trovai dei soldati austriaci che mi diedero una tassa di caffè e me la mangiai con un po’ di pane. In questa baracca passai la notte.
Dalla gran stanchezza mi addormentai. Ma anche li credevo lasciare la vita, perché cadevano le nostre granate proprio vicino, bastava una sola per mandare all’aria la baracca e quanti ci stava dentro. Finalmente viene giorno, si mettiamo di nuovo in cammino (28 agosto). Per queste strade si trovavano dei cadaveri: una puzza che non si poteva resistere. Camminai tutto il giorno senza mangiare.
Verso sera mi portarono in un palazzo, mi chiusero in una stanza e mi portarono una tazza di caffè e un quarto di pane e me lo mangiai con molto appettito.

Dopo mangiato mi condussero alla stazione, salii in treno: quando fu la mezzanotte arrivai in un paese chiamato Birinbran. Scesi dal treno e mi condussero in un palazzo, mi misero in una stanza lì per terra senza paglia, senza coperta, ma dormii tanto come se fossi stato in un letto di piume. La mattina fanno la sveglia (29 agosto): mi vedo un cortile serato di reticolati, lì eravamo in cinquanta. Alle dieci mi diedero un quarto di pane e un mescolo di pastorelle, ma la farina era cattiva. Con quel vito e quel dormire passai quindici giorni, si soffriva molta fame. Alla fine di questi quindici giorni, viene l’ordine di partire. Tutto allegro credendo passarmela meglio si parte. Era la sera del dodici settembre mi diedero una pagnotta e una scatola di carne per il viaggio che impiegavamo tre giorni, ma dalla gran fame che tenevo incominciai mangiarmela. Difatti alla mezzanotte del terzo giorno arrivai a Mauthausen. Scesi dal treno e mi condussero in una baracca senza paglia, senza coperta. Cominciava far freddo.

Per vito mi davano un quarto di pane al giorno per rancio si aveva due mescoli al giorno di sguse di barbabietole o tre presenti di zucca col’acqua o di crauti.
Passai 54 giorni, soffri fame e freddo. Viene il cinque di Novembre ci fanno partire per i lavori che ero appena capace stare in piedi.
Ma inutile la sera si parte mi danno mezza pagnotta per il viaggio e dalla fame che avevo me la mangiai subito e ho fatto quasi due giorni senza mangiare, per fortuna siamo fermati un paio di ore in una città chiamata Ausig.
Ci diedero una zuppa alla notte del giorno sette arriviamo allo stabilimento dove c’era il lavoro.
Lì scendiamo e ci condussero a riposare prima mi diedero mezza pagnotta, mi pareva che mi avessero dato il mondo in mano, me la mangiai con grande appetito.

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Poi ci condussero a riposare, rimasi contento , perché trovai la branda coperta e la stufa per scaldarsi. Il giorno seguente stammo in riposo e il giorno otto cominciammo andare al lavoro. Il freddo si faceva sentire ero mal vestito con misera camiciola e dovevo lavorare tutti i giorni sotto la piova, la neve. Tutte temperie si doveva stare al lavoro dalle sei in sei per vito si aveva due pagnotte alla settimana, una al mercoledì e una al sabato. Appena me la davano me la mangiavo tutta, perché la fame era grande e poi dovevo stare tre giorni campare così quel po’ di rancio e lavorare dalla mattina e sera. Ricorderò sempre il primo giorno dell’anno (1918), lo passai senza saggiare un tozzo di pane. Con molto soffrire abbiamo passato l’inverno, ora siamo in primavera, non soffro più il freddo, ma soffro più fame, non c’è più da mangiare; una pagnotta di seicento grammi fatta con farina di grano turco per settimana e per rancio due piccole razioni di cappucci e lavorare che non ho forza nemmeno per stare………
 

(qui termina il racconto, perché le pagine successive del diario sono andate irrimediabilmente perdute).

Salvian Giovanni, dopo una vita di sacrifici, nella quale non è mancata l’esperienza dell’emigrante, allietata e spesa nell’accrescimento dai suoi 5 figli (2 maschi e 3 femmine), sempre sostenuto dall’amore della moglie Elisabetta, ha concluso la sua esperienza terrena nella giornata del 31 dicembre del 1963, a Sant’Elena di Silea.

Stefano Salvian


     

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