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Venerdì
18 novembre
2011

 

Profughi, la verità in primavera

Sperano in un permesso di soggiorno. Ma sarà dura
Ringraziano Roncade e i roncadesi, sono occupati in lavori socialmente utili ma non hanno reddito da mandare a casa
  
«Mio problema è “documanto”, senza “documanto” è un casino». L’accento è francese e il tono è dimesso, quasi in sordina, ma Moussa, del Mali, sa bene che da quel pezzo di carta dipende la sua sorte.
In Libia era immigrato, qui è solo “richiedente protezione internazionale”, poco più di nulla.

Lui e i suoi 7 compagni africani scampati alla guerra libica ora risiedono a Roncade e ciò che il governo italiano destina loro è amministrato quotidianamente dalla cooperativa "Servire". Non posseggono nulla, non possono decidere nulla e, per di più, hanno pochissime probabilità di farcela quando, il 13 dicembre, verranno convocati dalla commissione di Gorizia che sentenzierà se concedere loro il permesso di soggiorno per motivi umanitari e, con esso, l’unica possibilità di trovare un lavoro.

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I più sospirano «Il Signore ci aiuterà, quando sarà ora», la stessa frase fiduciosa che li ha fatti salire sui barconi. Però il sospetto che la situazione sia durissima aleggia anche tra di loro, da quando la cooperativa ha indetto un incontro per spiegare tutte le difficoltà del caso.
Frank e Asua (Ghana), Boubakar (Costa D’Avorio, qui con due suoi concittadini di nome Moussa, uno dei quali va a Giavera quotidianamente perché necessita di assistenza psicologica), Sadjo e Moussa (Mali) e Amos (Burkina Faso) sono gli 8 ragazzi di colore ospitati a Roncade. Sfoggiano abiti curati, berretti alla moda, caldi dolcevita, ma pochi sorrisi. Sono belli, compiti e dignitosi.
“Non abbiamo mai avuto problemi con i residenti, nessun episodio di intolleranza, anzi, sono tutti gentili con noi e per questo ringraziamo i roncadesi».

Vengono impiegati in lavori socialmente utili, chi nelle cucine del centro anziani, chi a pulire le palestre, chi nella squadra interventi dell’ufficio tecnico. Lo fanno volentieri, anche se non potranno inviare nulla del frutto del loro lavoro ai parenti lontani. Le loro chance di permanenza in Italia sono ridotte al lumicino, sicure solo fino al prossimo marzo. Se la commissione deciderà che non potranno rimanere, presenteranno ricorso con l’unico scopo di posticipare i tempi di un altro mese. Quindi, l’espulsione.
Nel frattempo faranno tirocini di formazione e orientamento, alleneranno il loro italiano, consolideranno le relazioni umane. Tutto potrebbe servire. «Ci danno biciclette, un posto caldo dove stare, da mangiare e da lavarci. Non ci manca nulla a Roncade, che è una città bellissima. Grazie mille», dicono in tono sincero e mesto.

Le istituzioni sorridono, comprensive. Tuttavia l’assessore Chiara Tullio, a nome del sindaco, alza il tiro e puntualizza che «non ci può essere integrazione senza cooperazione internazionale» e che «bisogna saper equilibrare gli aiuti con la sicurezza nazionale». Commenta: «Un buon input è la nomina del ministro alla cooperazione internazionale e all’integrazione». Aggiungendo subito dopo che «nulla è riuscito a fare in questo senso il governo Berlusconi - Bossi (e sottolineo Bossi). In più, i veneti hanno le spalle scoperte e gli enti locali devono arrangiarsi, perché non hanno avuto la fortuna di avere un governatore regionale che abbia stanziato un budget per queste emergenze».

Intanto i ragazzi neri non possono che inculcarsi il berretto in testa, alzarsi il bavero e affrontare l’antipatico inverno del Nord Italia. Tanto la primavera potrebbe essere ben peggiore.

 

Aldina Vincenzi


     

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