TIT.jpg (17099 byte)
 
PROF.jpg (18824 byte)
   
Domenica
24 luglio
2011

 

Li conosciamo i profughi di Roncade?

Breve viaggio nelle loro storie, preoccupazioni e speranze
Primo mese dopo la salvezza dalla guerra e la fuga in mare. Desiderio principale: lavorare per mantenere i familiari lontani
  
I loro nomi sono scritti con un pennarello grosso sul gesso di Boubakar. Una partita di calcio organizzata qualche giorno fa sul campo comunale fra due squadre di profughi è stata fatale per la sua caviglia destra, che per un po' sarà immobilizzata.
Danno relativo, tutto sommato.
Il suo status di richiedente asilo politico non gli permetterebbe di fare un granché durante la giornata.

E' questa alla fine la preoccupazione principale degli otto ragazzi fra i 19 ed i 36 anni che dal 25 giugno vivono in due appartamenti di Unindustria Treviso di Roncade aspettando, a tempo indeterminato, che accada qualcosa.

Lavorare non è loro concesso, così come nelle loro tasche non deve esserci un solo euro dei 46 al giorno che il governo ha destinato per vitto e alloggio.

PRO1.jpg (65596 byte)

Boubakar. Costa d'Avorio, 27 anni

Una volta la settimana, con gli operatori della cooperativa sociale “Servire”, si recano al supermercato per indicare loro cosa comprare. Cibo e prodotti per l'igiene, soprattutto, e un po' di biancheria. Una volta sono stati al mare per un pomeriggio. Il resto sono ore di ozio e televisione, sull'unico canale del digitale terrestre che trasmette notizie in lingua francese.

PRO2.jpg (66945 byte) Sempre settimanalmente ricevono una scheda per telefonare ai familiari, rimasti in Ghana, Mali, Burkina Faso o Costa d'Avorio.

E' da questi paesi che Noubakar. Moussa, Asua, Frank, Amos, Sadjo e gli altri due Moussa sono partiti, alcuni anni fa, per la Libia, a cercare lavoro. Hanno fatto i manovali edili, i giardinieri, gli agricoltori, e un po' di soldi a casa li hanno sempre mandati.

Poi a maggio è scoppiata la guerra e i militari sono andati a scovarli, casa per casa, per cacciarli via. Senza sapere dove andare, si sono accodati a fiumi di fuggiaschi e si sono trovati in qualche luogo della costa mediterranea dove c'erano vecchie imbarcazioni attraccate.

Moussa. Costa d'Avorio, 30 anni

I soldati li hanno perquisiti e si sono tenuti tutto quello che hanno trovato. “Avevo 600 dinari – racconta uno di loro – e me li hanno presi. Quanto era? Non so, ma ci si può comprare ad esempio un televisore al plasma”. Chi non aveva soldi è stato semplicemente buttato in barca, qualcuno è stato preso dal panico. Temendo di essere deportato per venire ucciso si è lanciato in mare ed è annegato. Altri, dopo tre o quattro giorni di pane ed acqua, vedendo la costa, hanno temuto che fosse di nuovo la Libia e la paura è stata la stessa. Invece era Lampedusa, nome insignificante non sapendo dove sia. Quindi Taranto poi, per i “trevigiani”, il rifugio di Giavera. Infine Roncade.

PRO3.jpg (122637 byte)

Asua. Ghana, 36 anni - Frank. Ghana, 19 anni

Fra loro si capiscono in uno strano esperanto di inglese, francese, ghanese e un po' di arabo imparato in Libia. “Gli italiani? Brave persone. I libici sono razzisti, gli arabi non possono vedere gli africani. Però quando non c'era la guerra si stava bene anche lì. Si lavorava”.
“Di poter lavorare è quello che ci hanno chiesto subito – dicono i mediatori – non fosse altro che per sdebitarsi. Per ora non si può, stiamo verificando se, magari, qualcosa di socialmente utile si possa fare. L'appello è al territorio. Qualche formula ci dovrà pur essere. Sono uomini salvi ma fra lo choc di prima e l'inattività forzata di adesso, la depressione è dietro l'angolo”.

PRO4.jpg (113649 byte)

Sadjo. Mali, 24 anni - Moussa. Mali, 21 anni

Il loro futuro prossimo sarà quello di vedere se l'asilo politico sarà concesso. In questo caso dovrebbe seguire un permesso di soggiorno per motivi umanitari, condizione minima necessaria per cambiare il corso delle loro esistenze dato che, grazie a questa nuova condizione, finalmente un lavoro potrebbero trovarlo e ricominciare a mandare soldi a casa.
Amos dice che, in teoria, nell'allontanarsi dalla Libia avrebbe anche potuto tornare verso sud, verso il Burkina Faso dove vivono i suoi genitori. “Ma sono entrambi invalidi. Io sono emigrato per non pesare sulle loro spalle e per cercare di aiutarli da lontano. Se tornassi indietro sarebbero loro a dover aiutare me e questo non lo potrei accettare”.

Moussa e Asua hanno figli piccoli, in Costa d'Avorio e in Ghana. Nell'area ivoriana è però inutile cercare di tornare perché la situazione politica è instabile. Tutto quello che si può fare per i piccoli è sentirli il più spesso possibile al telefono e sperare di riprendere a lavorare per spedire loro del denaro.

La frontiera di chi in questo momento sta aiutando gli scampati dalla guerra è una successione di piccoli passi attraverso i quali restituire loro il più possibile una struttura di vita autonoma a persone che prima autonome lo erano ma che ora non possono né procurarsi dei soldi né spendere quelli che spettano loro di diritto.

PRO5.jpg (67222 byte)

Amos. Burkina Faso, 19 anni

“I 46 euro al giorno – spiegano gli operatori – devono bastare anche a pagare l'affitto degli appartamenti, che è all'incirca a livello di mercato, oltre al nostro lavoro. In questo primo mese abbiamo verificato che la cifra è sufficiente, le spese per il vitto e per il vestiario sono affrontabili.

PRO6.jpg (56395 byte) Fortunatamente abbiamo persone giovani e sane, che si arrangiano in tutto e che non hanno bisogno, ad esempio, di farmaci o assistenza medica.

Nel prossimo tavolo di coordinamento con la Prefettura vorremmo cercare di capire se, con un sistema di 'buoni' e di negozi convenzionati, magari possa essere consentito loro di usare in qualche modo il denaro.

Contemporaneamente resta prioritaria la dimensione del tempo da riempire, magari con piccole occupazioni di manutenzione di aree pubbliche.

Moussa. Costa d'Avorio, 24 anni

E' fondamentale che la società che ora accoglie questi ragazzi conosca la loro storia, sia sensibilizzata e contribuisca a non farli sentire corpi estranei o, peggio, pesi inerti da mantenere”.


     

LUCA5.jpg (5860 byte)

Costruiamo il vostro futuro
cell. 348 9972665