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Giovedì
17 novembre
2011

 

Quelli che la piazza

Apocalittici, metaforici, diffidenti. Commercio e Piazza Longa
Entra nel vivo, con la definizione anche del piano del commercio, la "rivoluzione" nel centro storico
  
Quelli che la piazza.

La discussione su cosa succederà una volta approvato, messo in moto e portato a termine il progetto di riqualificazione del centro storico di Roncade – mentre parallelamente si discute anche di San Cipriano e Biancade – sarà senza dubbio l'asse portante di molti ragionamenti, confronti, conflitti e convergenze nella vita cittadina dei prossimi mesi.
Al di là del solo aspetto squisitamente architettonico-urbanistico, tuttavia, non va sottovalutata la valenza collaterale che un simile momento porta con sé, cioè quella di essere un'occasione per una società locale di riflettere su se stessa. Capire chi è, com'è fatta, come immagina i rapporti con il mondo. In una parola che idea ha del proprio futuro, sempre che si faccia lo sforzo di uscire dai margini di un quotidiano appagante o del quale, comunque, ci si accontenta.
La riunione pubblica di venerdì scorso sul piano commerciale (questione legata a filo doppio con la trasformazione del centro cittadino detta "Piazza Longa"), aggiornata per i roncadesi a lunedì 21, per sommi capi ha permesso di mettere a fuoco alcune fasce “psicologiche” nelle quali si suddivide il composito mondo degli operatori del settore.

Gli apocalittici
Il loro motto è: “se chiudete il centro alle auto (o anche: se diminuite i parcheggi) uccidete il commercio”.

A poco vale far presente che nella quasi totalità dei casi in cui centri storici di tutte le dimensioni sono stati pedonalizzati, interamente o in parte, l'esperienza – a meno di assestamenti iniziali – si è rivelata vincente. Si è osservata, insomma, una progressiva sostituzione della parte di clientela che fruiva di quei negozi mossa prevalentemente dalla facilità di accesso e di parcheggio in auto con un'altra componente attratta invece dalla tranquillità e dalla riduzione di rumore e gas di scarico.
La posizione degli apocalittici denota una scarsa fiducia nei prodotti che vendono, pensano che la qualità offerta non valga la fatica di una passeggiata e che gli stessi siano, dal punto di vista del cliente, immediatamente rimpiazzabili da altri che si trovano a portata di automobile. In sintesi, sono convinti di avere in negozio merce nulla più che ordinaria.

I metaforici
Il motto di questi è, invece, “il nostro centro commerciale è il centro storico”. Posizione più positiva ma anche questa decadente.

Un centro commerciale è un luogo in cui si aggrega un grande numero di persone che non si conoscono, mosse solo dalla necessità, o dal desiderio, di trovare qualcosa che devono o potrebbero acquistare. Il momento massimo di vicinanza e di opportunità di un eventuale scambio di parole è quello in cui sono in coda alla cassa. Valesse la corrispondenza in postulato, basterebbe disporre una serie di carrelli all'inizio di via Roma e in piazza I maggio: forse la loro visione – integrata da grandi insegne al neon luminose e musica leggera di sottofondo – compenserebbe lo choc da parcheggio lontano.
Un centro storico è ben di più, inutile sottolinearlo.

A meno che non si accetti l'equivalenza tra cittadinanza e capacità di acquisto. In tal caso diventano ridicoli tutti quei termini come “comunità”, “identità”, “solidarietà” eccetera tanto enfatizzati in altre sedi.

I diffidenti
La loro convinzione è di essere stati esclusi dal percorso di concepimento del progetto della nuova piazza e qualche ragione oggettivamente ce l'hanno.
Il criterio con cui ci si è arrivati, cioè la scelta degli stakeholder da coinvolgere, per quanto ci si ragioni non è molto chiaro anche perché arbitrario. Traspare la sensazione che per la discussione l'amministrazione comunale abbia scelto soggetti ritenuti più “ragionevoli” di altri, e quindi meno rischiosi ai fini della fluidità del processo. Con la conseguenza di irritare proprio i “piazzarotti” più rocciosi, a prescindere dalla bontà delle loro ragioni.
Se è stato davvero così – al netto di considerazioni sui meccanismi di rappresentanza, che sarebbero complesse – l'errore è stato prima di tutto di opportunità perché la diffidenza è uno dei sentimenti umani più difficili da convertire.

I 2.0
Sono gli entusiasti, quelli ansiosi di novità. Quelli che, se hanno un difetto, è di eccedere in velocità, di vedere troppo in avanti. Non sognano cose irrealizzabili, sia chiaro. Sono semplicemente locomotive zavorrate da un convoglio frenato.
Sono quelli che sperano in criteri di partecipazione democratica così avanzati e trasparenti da proporre la diffusione video via web di ogni momento pubblico di confronto e di decisione. Quelli che in un centro storico accogliente vedono come valore aggiunto la fruibilità capillare e gratuita della rete wi-fi prima che i metri che separano il più vicino parcheggio dal negozio o bar.
Quelli che queste cose le dovono dire sottovoce perché la fronda reazionaria interna della loro categoria è ancora predominante. Quelli, insomma, che hanno fretta ma devono avere pazienza. Fra dieci anni o anche meno - quando ciò che loro oggi desiderano sarà normalissimo - occorrerà ricordarsi di ringraziarli.

 

Gianni Favero


     

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