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Mercoledì
1 giugno
2011

 

Mirko che beffò le Brigate nere

E' scomparso Dino Piaser, il partigiano sindaco
Nato a Roncade nel 1921, guidò la Resistenza a Quarto d'Altino. Fu torturato ed ebbe la casa incendiata dai fascisti
  
Un necrologio apparso su "Il Gazzettino" di sabato 28 maggio annunciava che è morto, novantenne, Dino Piaser e che sarebbe stato sepolto a Quarto d'Altino lunedì 30. Se non fosse stato per questa inserzione, la sua morte sarebbe passata inosservata: eppure Dino Piaser è stato una personalità importantissima per l'intera zona che si stende sul basso corso del Sile, una specie di "padre della democrazia". Tra l'altro, pur avendo legato la sua vicenda personale soprattutto a Quarto d'Altino, il Piaser nacque a Roncade, il 14 gennaio 1921.

La sua speciale vicenda umana e politica è qualificata dal ruolo che ebbe nella Resistenza. Iniziò quando l’avvocato veneziano Celeste Bastianetto, altra grande figura della Repubblica e futuro senatore, che aveva la sua casa di villeggiatura in centro di San Michele del Quarto, convocò alcuni giovani del posto per parlare di liberazione dal fascismo e invitarli a diventare operativi nella Resistenza.
Tra di loro c'era, appunto, Dino Piaser, assieme ad altri, e fu proprio il Sottotenente Piaser a prendere l'iniziativa di costituire un primo nucleo clandestino partigiano presente in San Michele del Quarto, il Battaglione Autonomo “Sile”, costituito il 10 ottobre 1943 sotto il Comando dello stesso Piaser e del suo vice Angelo Gobbo (Franco). Gli obiettivi dei primi partigiani consistevano nel cercare di organizzare i militari sbandati, raccogliere o farsi consegnare le armi, procurarsi il tritolo che sarebbe stato utile in vista del ritiro dei tedeschi, nel qual caso sarebbe stato opportuno far saltare i ponti sul Sile e sul Dese con lo scopo di evitare un transito delle truppe nemiche per il territorio comunale.

Il gruppo poté giovarsi dei contatti col il Maggiore Attilio Rizzo, che comandava le formazioni partigiane di San Donà di Piave, mantenuti vivi fino al giorno del suo arresto avvenuto il 2 agosto 1944, in seguito al quale venne deportato in Germania, da dove non fece più ritorno.
Nei mesi successivi il nucleo si ingrossò con alcune decine di aderenti.

Secondo l’impostazione data da Piaser (nome di battaglia Mirko), in relazione alle condizioni tipiche dell’operare in pianura e all’esigenza di proteggere e salvaguardare l’incolumità dei civili, il nucleo partigiano avrebbe dovuto limitarsi a disarmare i militi della Guardia Nazionale Repubblicana di stanza presso le stazioni ferroviarie di San Michele, di Gaggio e nel Distaccamento Marina di via Claudia Augusta (oggetto anche delle missioni aeree alleate), a sabotare il cavo telegrafico internazionale Bologna-Vienna-Berlino ed altre vie telefoniche e telegrafiche, a sabotare la linea ferroviaria Venezia-Trieste, a recuperare le armi paracadutate dagli Alleati nella zona di Monastier, a provvedere del necessario vettovagliamento la Brigata “Nannetti” operante in Cansiglio, a propagandare la diserzione tra i giovani.

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Dino Piaser con la madre

Anche nella ristretta dimensione locale, tuttavia, si ripropose una problematica che caratterizzò tutte le formazioni partigiane, all’interno delle quali vi era da un lato chi si preoccupava maggiormente di controllare il livello dello scontro con le truppe nazifasciste per evitare ritorsioni e rappresaglie sulla popolazione, dall’altro vi era chi percepiva di più l’esigenza di dimostrare la presenza e la determinazione del movimento di liberazione oltre che al nemico alle stesse popolazioni, anche con azioni militari ardimentose. Questo dissenso portò una parte delle formazioni partigiane locali a sganciarsi e a formare un gruppo autonomo, comandato da Gobbo.
Ad alimentare l’azione del gruppo resistenziale comandato da Piaser contribuivano intanto numerosi altri giovani che si erano dati alla macchia dopo la disgregazione dell’esercito, non ripresentandosi ai ricostituiti reparti militari, nei quali invece avevano dovuto forzatamente arruolarsi altri loro coetanei, inquadrati soprattutto nel temibile “Battaglione San Marco”.
Dopo l’arresto del Maggiore Rizzo, dell’avvocato Bastianetto e di altri la Resistenza del posto subì una battuta d’arresto e, in alcuni suoi componenti, anche di sbandamento. Il Comandante stesso del Battaglione, Piaser, denunciato da tale Gasparinetti, gestore dell’osteria di Portegrandi, dovette provvisoriamente abbandonare la sua casa e rifugiarsi in zona tranquilla.

Nonostante la fuoriuscita dei giovani in dissenso con la linea prudente e pur con difficoltà il Battaglione Autonomo “Sile” riprese i contatti ed estese i rapporti con le formazioni del vicino Comune di Roncade, in particolare modo con Italo Fantin (futuro primario ospedaliero), il conte Beppe Oniga Farra, Gigetto Pavanetto, Gino Fava, Aldo Cattarin, Virgilio Pasini e altri. Per qualche tempo il Battaglione si aggregò alla IV Zona del Battaglione “Treviso”, comandato da Ruggero Berengan (Guido). A seguito dei contatti presi nel settembre del 1944 con Giorgio Trentin, figlio dell’esule Silvio Trentin, venne fondato il Battaglione Autonomo “Giustizia e Libertà” intitolato a Vito Rapisardi, collegato al CLN di Treviso e posto sotto il Comando di Dino Piaser, avendo come Commissario di Guerra Giuseppe (Pino) Fiorin.

Le notizie sin qui riportate mi sono state rese per iscritto dal comandante partigiano Dino Piaser, con un suo scritto consegnatomi in data 28 maggio 2000. Il dott. Piaser conservava anche un appunto dattiloscritto del tempo nel quale sono riportati i nomi degli aderenti al Battaglione “Rapisardi” di Roncade. Tre persone vengono definite come “partigiani”: Aldo Cattarin, Silvano Bonel e Italo Zamuner.
Come “patrioti” sono invece iscritti: Umberto Malapelle, Giuseppe Oniga Farra, Italo Fantin, Luigi Pavan, Vittorio Lorenzon, Angelo Cimenti, Romolo Callegari, Romeo Callegari, Luigi Marcaletti, Giuseppe Bonel, Giovanni Callegari, Giuseppe Cattarin, Enrico Carnio e Virgilio Pavan.
Venivano poi qualificati come “collaboratori”: Virginio Fantin, Marco Angelico, Domenico Mazzon, Antonio Mazzon, Giuseppe Fappani, Attilio Boccuzzi, Bruno Scaglia, Guido Cartera, Giovanni Lorenzon, Antonio Barzi, Vittorio Cervellin, Bruno Ferro, Sergio Bassetto, Urbano Paro, Renato Zamuner, Renato Stella, Bruno Botter, Gaetano Rinaldi, Alberto Bolognesi, Germano Corradini, Mariano Bagaggia, Antonio Bassetto, Erminio Calza, Angelo Faraoni, Alberto Cervellin, Ugo Damelico e Giuseppe Damelico. A questi il ricordo del dott. Piaser aggiunge i nomi di Giuliano Davanzo di Roncade e dell’insegnante Luigi Dotto di Vallio.

Ma ritorniamo alla vicenda di Dino Piaser, una vicenda straordinaria, che comprende anche una fucilazione da lui subita da parte delle Brigate Nere.
Siamo nell'inverno tra il '44 e il '45, quando le squadre partigiane furono in grado di mettere sotto pressione le Brigate Nere stanziate con una propria caserma a San Michele del Quarto, con azioni messe a segno nella zona, compresa la vicina Marcon, dove nella notte tra il 10 e l’11 novembre fu incendiato il Municipio. Come reazione, nei giorni successivi i militi fascisti organizzarono un accurato rastrellamento del territorio, durante il quale vennero catturati sei partigiani, i quali nel tragitto di trasferimento verso la caserma di San Michele tentarono la fuga, protetti dal fuoco di una formazione partigiana che nel frattempo si era appostata lungo il percorso: in quel contesto rimasero uccisi due partigiani ed altri due furono feriti. Un successivo rastrellamento eseguito il 30 novembre '44 alle Crete portò alla cattura di un gruppo di partigiani che il giorno successivo, 1 dicembre 1944, fu sottoposto a fucilazione, lasciando sul terreno un solo caduto, Tommaso Abbate, proveniente da Roma.
In quel contesto, Dino Piaser, Comandante del Battaglione Autonomo “Vito Rapisardi”, non venne catturato direttamente dalle Brigate Nere che invano lo avevano cercato in casa, ma si costituì spontaneamente l’indomani, allo scopo di evitare il minacciato arresto di sua madre, vedova e responsabile di una numerosa famiglia.

I giovani catturati vennero sottoposti a duri interrogatori, al termine dei quali alcuni furono rimessi in libertà. Piaser fu trattenuto per essere sottoposto a un prolungato interrogatorio, che si svolse senza risparmio di percosse e umiliazioni: molti anni dopo, secondo quanto mi riferì, il dottor Piaser ricordava quell’esperienza come “una cosa tremenda”.
Nonostante le torture a cui fu sottoposto e nonostante gli inganni messi in atto per indurlo alla delazione, Piaser non collaborò; gli furono mostrati i portafogli dei suoi collaboratori dicendogli che erano stati fucilati, ma che prima avevano reso le informazioni richieste e lo avevano indicato come Comandante dei partigiani. Legato a un letto, ripetutamente interrogato e percosso durante l’arco di quella giornata, sottoposto a confronto con un altro arrestato, il Piaser non rivelò alcuna notizia in suo possesso circa l’organizzazione e a conferma della sua fermezza nessun partigiano del Battaglione fu poi arrestato: Piaser preferì la certa fucilazione alla delazione.
In effetti, il Comandante partigiano venne alla fine sommariamente condannato senza esitazione alla pena capitale per fucilazione.

La sera, verso le ore 20, una pattuglia lo portò sull’argine del Sile per eseguire la sentenza. Anche qui, dopo essere stato ammonito, si rifiutò ancora una volta di rivelare quanto di sua conoscenza sull’organizzazione partigiana. Pochi istanti prima che partisse la raffica del plotone d’esecuzione ebbe però la prontezza di gettarsi giù dall’argine, in direzione di un fossato. Colti di sprovvista, i militi reagirono scaricando a raffica le loro armi e lanciando una bomba a mano, ma Piaser, agevolato dal buio, riuscì a fuggire di corsa, in ciò avventurosamente aiutato dal sopraggiungere lungo il Sile di un’imbarcazione di militari tedeschi che, ritenendosi attaccata dai partigiani, iniziarono a loro volta a rispondere al fuoco, inducendo le Brigate Nere ad arrestarsi. Su Il Gazzettino del 1 gennaio 1945 venne fatta pubblicare la notizia del ritrovamento del suo cadavere: la notizia era destituita di fondamento e fu una crudeltà nei confronti della madre. Piaser aveva trovato rifugio dapprima a Treviso, passando per un convento, per il lazzaretto e quindi a Sant’Antonino; dopo alcuni giorni ritenne prudente riparare a Milano, dove riprese la sua lotta per la libertà in collegamento con le forze partigiane lombarde.

Il 25 aprile maggio 1945 il Gen. Faldella, Comandante della Piazza di Milano per il CLNAI conferì a Piaser la nomina a Capo di Stato Maggiore del Settore Operativo di Vigentino della Piazza di Milano.
Il certificato rilasciato il 2 giugno 1945, all’indomani della Liberazione, dal CLN di Milano e firmato dal Commissario di Guerra Rizzo riassume l’attività partigiana di Dino Piaser, accertando che «è stato Comandante del Battaglione Autonomo “Sile” sin dalla sua costituzione (10/10/1943) fino all’1/12/44, giorno del suo arresto operato dalle Brigate Nere di stanza a S. Michele del Quarto; in processo sommario fu condannato a morte ma portato sul posto dell’esecuzione riuscì a e mettersi in salvo; per rappresaglia contro la sua fuga, i fascisti diedero fuoco alla sua casa che bruciò completamente e la sua famiglia rimase sprovvista di tutto. Nel gennaio 1945 riparò a Milano dove immediatamente riprese la sua attività partigiana, fondando la Brigata Giustizia e Libertà ‘S. Trentin’. Tenne il comando di tale unità fino al giorno dell’insurrezione; da tale giorno e fin al 17 maggio fu Capo di S. M. del Settore operativo della Zona Vigentina, del quale fu poi Comandante fino al 24/5/45. Dipendevano dal Settore: la Va Divisione Garibaldina composta di 3 Brigate (la 114, 115 e 120) e le Brigate ‘Matteotti’, ‘Malatesta’, ‘G. L. S. Trentin’ e una Democristiana».

Dopo la fuga di Dino Piaser, i fascisti di San Michele eseguirono una dura rappresaglia contro la sua famiglia mezzadrile, famiglia che aveva ben tre giovani tra le file partigiane, Dino, Italo e Miranda: la loro casa fu bruciata (ne restano le terribili immagini fotografiche), senza permettere alla numerosa famiglia di mettere in salvo le masserizie e l’abbigliamento.

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Come si legge in una deliberazione comunale successiva, ben 24 persone si trovarono completamente sul lastrico, quasi completamente senza indumenti e costrette a dormire in letti presi a prestito.

La storia personale di Dino Piaser è interessante anche per il periodo seguito alla Liberazione.
Membro del CLN locale, aderente al Partito d'Azione, l'allora ventiquattrenne studente universitario Piaser fu designato a ricoprire la carica di primo Sindaco di Quarto d'Altino dopo la Liberazione. In quel ruolo rimase anche dopo le elezioni amministrative del 1946, vinte da un raggruppamento progressista. Dopo un'interruzione tra 1947 e 1951, per motivi di studio (si laureò in Veterinaria), ritornò a capo dell'Amministrazione Comunale nel 1951, come indipendente nella lista della Democrazia Cristiana e rimase Sindaco fino al 1956.

Il contributo dato da Dino Piaser alla democrazia e alla comunità locale è stato certamente straordinario e va doverosamente ricordato.
  

Ivano Sartor

     

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