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Sabato
24 dicembre
2011

 

Natale, adesso faccio outing

Confesso un'infinita invidia per migliaia di roncadesi
Non so mettere insieme Galileo con Gesù bambino e nelle chiese entro poco e da estraneo. In ogni caso ecco un regalo.
  
Ho molta invidia per chi domani – o questa notte stessa – entrerà in una chiesa e sentirà nella propria profondità più silenziosa e personale l'incontro con Gesù.
Ho molta invidia per chi abbia un orecchio ed un cuore così capaci di accettare, comprendere e riconoscere l'esistenza di una fonte di forza che probabilmente non ha pari. Per chi da questa fonte sente, capillare dopo capillare, nascere dentro di sé un'idea di rinnovamento e di illimitato, di un senso di vita che non avrà fine.

Ho molta invidia e non percepisco, in essa, alcun peccato perché il peccato, come tutto il resto contenuto ed organico a quella normalmente chiamata fede, è un'idea che non possiedo.

Il mondo non si divide fra chi la fede (una fede religiosa, intendo) ce l'ha e chi non ce l'ha.
Il mondo si divide fra chi, a questo tema, ci pensa e chi no.
Io ci penso da molti anni e più ci penso più, come fosse una calamita dello stesso polo, quella parvenza di fede che ai tempi del catechismo pensavo di avere anch'io (comunione, confessione, cresima, etc. Ti mettono in testa che anche tu la devi avere) si allontana, si sfarina, si dissolve.
Scoraggiante eppure è così.

La linea che parte da Aristotele e passa per Galileo, quella che conduce a Newton, Einstein e a quelli che hanno misurato la velocità del neutrino. Quella che rende occidentale l'Occidente, insomma. Ecco, quella ti porta via.
Il tentativo si riduce a cercare la possibile conciliazione fra la rivelazione scientifica e quella divina. Si prova a leggere la “Caritas in veritate”, l'enciclica di Benedetto 16/o, laddove parla di cultura e scienza, di risultati scientifici che non potranno mai arrivare da soli a spiegare certe cose. Però di convincente – a parte le considerazioni su economia, società e lavoro, che non sono poco – c'è praticamente nulla.
Questa storia di tentare di mettere insieme ciò che faticosamente nei millenni l'uomo ha capito da solo con le verità di fede non funziona per niente. Sono idee che, man mano che le rileggi, vanno via, scappano come le faville dei fuochi d'artificio.

Si prova anche a parlare con preti amici, molto pazienti, ed è peggio, la nebbia si fa pece.

Per questo ho molta invidia per chi abbia saputo trovare – o almeno ritenga di essere sulla buona strada – un riscontro a quella proiezione di immortalità congenita nell'uomo fin dalle origini in un Gesù che non è un bambino qualsiasi piovuto nella storia ma il figlio di un Dio. DEL Dio.
Invidio dal più profondo chi in queste ore può entrare in una chiesa, trovarci dentro quel gomitolo dolcissimo di ricordi d'infanzia (messa a mezzanotte, messa cantata, incenso, organo che riempie le navate, scalpiccio di piedi che se ne vanno alla fine, sorrisi, baci, auguri) senza sentirsi fuori luogo.

Invidio chi ha la possibilità e la capacità di non percepirsi spaccato in due fra la voglia di esserci e la consapevolezza di non c'entrare per nulla con ciascuna delle singole sillabe pronunciate lì dentro.

Mi manca un file e mi duole come il buco di un dente appena estratto.
Voi tenetevela stretta questa possibilità che chiamate grazia. Pensateci e siate seri.

Questo il mio augurio. Il mio regalo è questo link.

Buon Natale, qualsiasi cosa voglia dire.

 

Gianni Favero
Direttore di Roncade.it

 


     

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