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Martedì
16 agosto
2011

 

Infiltrazioni

Arrestato un concittadino calabrese con precedenti suggestivi
Nella sua casa una mitraglietta da guerra. Condannato per droga un anno fa, fu indagato per favoreggiamento di un omicidio
  
Calabrese e con trascorsi giudiziari tutt'altro che da dilettante.
Ad essere arrestato oggi a Roncade dalla polizia di Vicenza è un uomo di 46 anni, Antonino Foti, nella cui abitazione gli agenti hanno trovato, nascosta nel vano raccolta ceneri del caminetto, una mitraglietta “Skorpion”, dotata di munizioni.

Il reato, in questo caso, è di detenzione di armi da guerra, sufficiente per decretare il trasferimento di Foti nel carcere di Santa Bona anche alla luce di affinità conclamate e ripetute dell'uomo, negli ultimi dieci anni, con oggetti “pesanti” della stessa categoria.
Il sospetto, in quest'ultimo episodio, è che la Skorpion potesse essere presto utilizzata per un assalto ad un mezzo blindato, ipotesi legata al contestuale provvedimento di fermo per quattro soggetti, alcuni dei quali già ben noti alla giustizia, in un'inchiesta per una rapina – si suppone simulata – ad un furgone portavalori a Torri di Quartesolo, il mese scorso.

Ma veniamo a Foti, mai registrato all'anagrafe di Roncade, raggiunto dalla polizia in un'abitazione di San Cipriano, in via Volta, dove vive da qualche tempo con una sorella ed il cognato.

Di lui si parla, già nel 2004, a margine di un omicidio, quello di un animatore di discoteche di Gorizia, Paolo Grubissa, di 43 anni. Benché l'uomo sia stato ucciso da un siciliano, Salvatore Allia, reo confesso, Foti viene accusato di favoreggiamento e occultamento di cadavere e incarcerato nella città isontina il 13 gennaio del 2004.

Nel novembre del 2006 il nostro attuale concittadino fa ancora parlare di sé per un'inchiesta della squadra mobile di Trieste.
Foti ha la fissa dei caminetti perché già in quella circostanza la polizia, perquisendo la sua casa di Mestre (dove si era trasferito dopo la scarcerazione da Gorizia per decorrenza dei termini) rinviene una bomba pronta all'utilizzo, composta da un tubo di metallo contenente 250 grammi di polvere esplosiva ed innescabile con un telecomando.
Gli investigatori, in una conferenza stampa, osservarono che l'ordigno era “simile a quelli utilizzati dalle organizzazioni criminali del sud Italia per azioni di tipo estorsivo”.
Foti non spiegò mai perché avesse in casa quella bomba. Rimane il fatto che l'attività di indagine era iniziata con il controllo di una famiglia di origine calabrese da tempo presente a Monfalcone con alcune attività economiche, e ritenuta dagli inquirenti in contatto con personaggi legati alla 'Ndrangheta. Nell'inchiesta, fra i dieci indagati (per reati che vanno dall'associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti al riciclaggio di denaro, oltre che alla detenzione di esplosivi) figura anche un imprenditore della cantieristica navale di cui, combinazione, Grubissa (il morto ammazzato di Gorizia), era dipendente.

Antonino Foti rispunta sulle cronache giudiziarie ancora nell'aprile dello scorso anno quando il Tribunale di Gorizia – che nel frattempo aveva condannato Allia a 20 anni di reclusione per il delitto Grubissa – infligge una pena anche al calabrese, ritenuto dai magistrati “il braccio destro” del primo.
In questo caso l'accusa è di spaccio di stupefacenti.
Il pm chiede quattro anni ma i giudici si limitano a due.

Condanna evidentemente non passata in giudicato se Foti può vivere, almeno fino a ieri, libero, tranquillo e pieno di progetti nell'ignara Roncade.
 

Gianni Favero


     

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