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Lunedì
19 settembre
2011

 

Ca' Tron, fine di un'epoca breve?

La tenuta è uscita dalle priorità dichiarate da De Poli
Il presidente di Fondazione Cassamarca ormai parla solo di università e di teatri. Ma senza (per noi) rimpianti
  
Fino a pochi mesi fa, quando il presidente di Fondazione Cassamarca, Dino De Poli, parlava delle difficoltà dell’ente, insisteva sulla disponibilità di un patrimonio immobiliare “non strategico” ai fini della attività centrale che avrebbe comunque salvaguardato gli asset fondamentali, cioè l’università, i teatri e Ca’ Tron.

Oggi l’ultima voce è sparita. Nelle sempre più difficoltose interviste dei giorni scorsi, in occasione della decisione assunta dai consigli di attuazione e di indirizzo della Fondazione di sforbiciare tutte le erogazioni secondarie, la “salvezza” di Ca’ Tron non è più stata inserita fra i driver essenziali.
Del resto, sull’acquisto della tenuta avvenuto ormai più di 10 anni fa occorre soffermarsi con alcune considerazioni, peraltro non sorprendenti.

Se domani Fondazione Cassamarca se ne andasse da Ca’ Tron, l’unico elemento evidente per i roncadesi sarebbe la sparizione delle targhe sui confini della proprietà. Al massimo, come conseguenza, l’ex sindaco, Ivano Sartor, responsabile dei preziosi archivi di storia contemporanea della Fondazione, sarebbe costretto ad andare a lavorare altrove, ma nulla più.

Lo smantellamento dei progetti avviati negli anni non è iniziato ieri.
L’indagine archeologica sul tracciato della Via Annia, nei primi anni 2000, dopo aver riportato alla luce suggestivi indizi della antica direttrice romana, è rimasta lì. Troppi soldi per pochi risultati. Nell’ambito di un progetto regionale di valorizzazione della strada, Roncade avrebbe dovuto inserirsi con una sede museale ma anche di questa idea si sono perse le tracce.

Dal passato al futuro, con l’istituto per la ricerca sulle possibili applicazioni dell’ingegneria genetica sulla specie vegetali, affidato ai luminari dell’Icgeb. Avviato fra le contestazioni nel 2003, nel 2009 è stato abbandonato per la necessità di un budget ritenuto da Ca’ Spineda troppo elevato.
Del resto si stava già avvicinando il momento in cui Unicredit avrebbe deciso il taglio dei dividendi per i soci (Fondazione Cassamarca possiede lo 0,7% del capitale di Piazza Cordusio) per quell’anno e la riduzione degli stessi dai consueti 25 milioni l’anno ai 5,7 di oggi.

Il passaggio successivo è stata la cessione di una parte marginale della tenuta e quindi la messa in vendita della metà dei 1.040 ettari alla Società Cattolica di Assicurazioni. Non ancora avvenuta, va detto. La compagnia ha manifestato il proprio interesse ma la transazione non si è perfezionata.
Allo stesso modo con cui la massima parte del patrimonio immobiliare di Fondazione – quello che avrebbe dovuto salvare i conti – non viene venduto. De Poli non intende “svendere”, e quindi venir meno ai valori ufficiali dei beni che figurano nelle relazioni di bilancio, ma i prezzi richiesti risultano inaccessibili, o almeno così vengono definiti dai potenziali acquirenti.

Tornando a noi, l’era-meteora di Fondazione Cassamarca a Ca’ Tron osservata da Roncade è stata di fatto insignificante. A parte qualche micro intervento, come il recupero di uno stabile utilizzato sporadicamente come centro sociale o la concessione occasionale della vecchia aia della tenuta alle associazioni, nessuno si è accorto di nulla. Si potrà sempre ripiegare sul consueto pensiero consolatorio secondo il quale l’appartenenza dell’area, integralmente, a Fondazione Cassamarca l’avrebbe anche protetta da spezzettamenti, speculazioni e usi distorti di male intenzionati (leggi cavatori).
Ma è una riflessione distorta. Non è l'anziano De Poli ad avere o meno il potere di tutelare ambiente, ecosistema e paesaggio, ma le amministrazioni politiche tanto spesso destinatarie, negli anni della sua gestione, dei suoi sbotti di insofferenza.


     

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