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Lunedì
3 ottobre
2011

 

Quando il nido diventa azienda

L'esperienza di "Arcobalena" di Musestre
Dall'idea alla struttura attraverso formazione, accreditamenti e normative sempre più esigenti
  
Il “Tagesmutter”, cioè la “mamma di giorno” che bada in casa propria fino a cinque bambini e così diffuso nel Nord Europa, non fa per noi. Qui è sporadico e, del resto, anche l'idea di “asilo nido” ha fatto fatica a radicarsi, complice la disponibilità di nonni spesso piuttosto giovani.
Rimane il fatto che qualcosa sta cambiando. Da qualche anno nei nidi esistenti vengono iscritti bambini sempre più piccoli, l'importanza di conservare il posto di lavoro e le esplicite pressioni dei datori ad un rientro più rapido possibile dalla maternità inducono ad affidare i figli a strutture extrafamiliari già a tre mesi.
Naturalmente chi può permetterselo. Se le iscrizioni stentano comunque a decollare è perché i redditi si sono affievoliti. Oppure perché la madre il lavoro l'ha già perso e il problema si risolve da sé.

A delineare lo scenario per sommi capi è la titolare di Arcobalena, una cooperativa sociale del settore di Musestre.
Loredana Cesaro, che guida un team di quattro donne – tre dipendenti e una volontaria, tutte diplomate - da settembre a giugno gestisce dai 25 ai 35 bambini di età inferiore ai tre anni ai quali si aggregano, d'estate, altri venti piccoli più cresciuti. Sono quelli che frequentano già le materne o le elementari, ma che, nelle vacanze, devono comunque permettere che i genitori continuino a lavorare. Arcobalena diventa allora una miscela fra un nido ed un centro estivo, c'è un grande giardino con giochi e piscine in cui si sta tutti assieme in costume da bagno. A volte la struttura, una casa a tre piani da 500 metri quadrati resa disponibile dal proprietario di un vicino polo artigianale, diventa anche un luogo per feste di compleanno.
Bisogna un po' inventarsi di tutto. “Il break-even per rendere l'azienda autosufficiente dal punto di vista economico – spiega Cesaro – è di 35 iscrizioni. Numero che non si raggiunge subito, ci si arriva di solito nel corso dell'anno. Per contenere la spesa facciamo da sole tutto il possibile, pulizie comprese. Certo, ci sono i contributi pubblici. Ma i 670 euro a bambino che riceviamo dalla Regione non sono più del 10% del costo complessivo”.

A scoraggiare le iscrizioni rispetto al potenziale bacino d'utenza - cinque o sei comuni attorno – non c'è però solo la retta. “Dalle nostre parti è ancora radicata un'impronta culturale secondo la quale il nido sarebbe una sorta di parcheggio per figli di coppie troppo impegnate con il lavoro. Una sorta di ripiego in assenza di soluzioni migliori. Non si pensa che è piuttosto un'esperienza educativa, che i piccoli imparano a vivere fra i loro coetanei. Chi, per varie ragioni, è costretto ad abbandonare questo ambiente spesso lo vive come un trauma. Certo, i nonni sono sorgenti infinite di affetto e sono gratis. Però sono persone adulte”.
Nido, in ogni caso, significa selezione e accreditamento. Occorre una certificazione, in questo caso della Regione Veneto, tale da assicurare che struttura è ineccepibile sotto tutti i punti di vista.

“Un percorso lungo e difficile – rileva ancora la titolare – che dopo anni di lavoro siamo riusciti ad ottenere soltanto nel 2010. Ma è giusto che sia così, che le aziende migliori siano riconoscibili attraverso una specie di 'marchio di qualità”. L'accreditamento significa, ad esempio, la rispondenza delle cucine alle norme di autocontrollo igienico Haccp, la regolarità di ogni parametro di sicurezza negli spazi interni, nella scelta dei mobili, nei bagni eccetera, la correttezza dei rapporti di lavoro per il personale. Uno slalom, insomma, fra le molte normative, che alla fine però apre possibilità importanti fra cui le convenzioni con le amministrazioni pubbliche locali.
 


     

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