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Domenica
19 dicembre
2010

 

Sandra Casagrande, tutti i nomi

A 20 anni dal crimine irrisolto esce "Il gioco del torello"
Documenti, deposizioni, testimonianze inedite, ricostruzioni e nuove ipotesi. Fra qualche giorno in edicola e libreria
  
Gli atti giudiziari, i nomi di chi la frequentava o che con lei aveva comunque a che fare.
Le loro deposizioni, le contraddizioni, le testimonianze inedite.
Imprenditori, commercianti e marescialli, bidelli, ristoratori, albergatori, pasticceri, meccanici e dipendenti comunali.
Il feticista, il musicista, la ragazza slava e l'usuraio.

Ogni persona entrata nell'inchiesta sulla morte di Sandra Casagrande ha un proprio spazio ne "Il gioco del torello", libro prodotto da Piazza Editore, che sarà in edicole e librerie fra qualche giorno, a vent'anni dall'omicidio del 29 gennaio 1991.

Poi ci sono i verbali, le perquisizioni, il referto dell'autopsia. E tutti i ricordi di roncadesi e non su Sandra e Luciano Vio, il marito, morto suicida (?) nel 1980.

Un regalo di Natale, insomma, ad una città che forse non è mai riuscita ad interrogarsi fino in fondo - e ne avrebbe bisogno - su questo dannato ed irrisolto crimine.

Qui anticipiamo l'introduzione, curata da Gianfranco Bettin


INTRODUZIONE

Ci sono strani delitti irrisolti, nel profondo nordest.

Sono quelli attorno ai quali aleggia fosco il sospetto di estese complicità, e di moventi morbosi, inconfessabili. Inconfessabili non tanto per una soglia inaudita di orrore varcata (che pure a volte non manca), o per eventuali aspetti osceni (idem) o, ancora, per una colpa e per modalità talmente ributtanti da motivare ogni rimozione (tutte cose che pure non sono mancate in diversi episodi).
L’aspetto che favorisce, che anzi impone, l’omertà e che perciò produce il fallimento dell’indagine, riguarda proprio la rete di complicità che si intravede attorno e dietro il delitto, così estesa e così qualificata socialmente da rendere la questione della giustizia da tributare alla vittima secondaria rispetto all’interesse del contesto, direbbe Sciascia, o del microcosmo, per dirla con Magris (che pure dei microcosmi, specie del nordest, aveva soprattutto valorizzato le qualità positive), a lasciare irrisolto il caso. Troppa gente e troppo influente avrebbe da perdere dalla scoperta della verità. O anche, troppo dura sarebbe, questa verità, da considerare, troppo imbarazzante, o addirittura sconvolgente.
L’omicidio di Sandra Casagrande, una vedova di 44 anni, piacente pasticcera di Roncade in provincia di Treviso, uccisa nel proprio negozio con decine di colpi di coltello e di forbice la sera del 29 gennaio del 1991, è uno di questi casi (l’indagine, nei confronti di “ignoti”, viene archiviata presto, il 17 luglio dello stesso anno, neanche sei mesi dopo).
Gianni Favero, col mestiere di un cronista dell’Ansa (qual è), e con la tensione narrativa di chi ha già praticato il racconto lungo (nei suoi libri precedenti), ricostruisce la storia a distanza di anni.
Ne coglie le implicazioni complesse, non riducibili alla tipologia del delitto di paese. Mischia le carte con perizia letteraria e sagacia di giornalista esperto, giocando tra la cronaca rigorosa e la fiction (ma una fiction “dal vero” per così dire).

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Introduce personaggi immaginari, anche se hanno il ruolo di guide nell’universo locale in cui matura il delitto e in cui, dopo, si sviluppa la trama che (attraverso silenzi ma forse anche seminando apposta falsi e depistanti indizi) ne copre il colpevole (o i colpevoli). Una trama, che sia lucidamente tessuta o sia prodotta d’istinto, che, infine, cerca di far dimenticare tutto, sprofondandolo nell’oblio che sempre fa dissolvere le storie scomode e, appunto, indicibili.

Di questa vicenda ogni tanto, tuttavia, si riparla.
Escono voci. Documenti appaiono.
La luce si riaccende, i media tornano a esserne interessati. Poi, come se vi fosse una macchina segreta che nell’ombra lavora a troncare, sopire…, tutto ritorna nel buio e nel silenzio. Favero invece continua. A immaginare, a ipotizzare, come si fa di fronte alle storie rese oscure da qualche mistero ben custodito. Ne scrive, dunque. “Il gioco del torello”, questa “autopsia di un’indagine” (autopsia perché l’indagine è morta, anche troppo presto, e qui se ne parla in termini postumi), fornisce tutti gli elementi per farsi un’idea e lo fa con ricchezza e precisione di dettagli, sfogliando le pagine di una storia che si snoda improvvisa dalla commedia alla tragedia, incominciata e proseguita tra pettegolezzi di paese ma in ultimo, una notte d’inverno, suggellata dal sangue.

Il lettore può decidere.
Attraverso l’espediente narrativo di una lettera di un carabiniere alla fidanzata lontana (siamo nel ’91, e-mail e cellulari sono di là da venire, anche se ormai manca pochissimo…), attraverso questo espediente, però, l’autore non rinuncia a rivelarci una possibile verità. Perché questo fa la narrazione, e questo fa anche il buon giornalismo: ci danno i mezzi e gli strumenti, analitici e suggestivi, per farci un’idea, per “sentire” se non vedere la verità di una storia anche quando la verità ufficiale non si manifesta. Dietro la verità strenuamente cercata da Favero e messa in scena, e “parlata”, per noi dai suoi personaggi, autentici e immaginari, viene alla luce una verità più larga, più complessa, più inquietante. La lettura avvince, per la qualità della scrittura e la dinamica della trama. Avvince e, quindi, diverte. Ma quel che infine lascia è appunto quell’inquietudine.
Qualcosa è successo, qualcosa di oscuro, o forse di troppo chiaro, così chiaro da non poter essere guardato. Una ragione di più per raccontarlo.

Gianfranco Bettin

     

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