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Venerdì
26 marzo
2010

 

La Chiesa e i valori negoziabili

Gatto: "Trent'anni fa la morte di mons. Arnulfo Romero"
Rigenerante rileggere i suoi scritti. Troppi predicatori da scrivania stanno parlando di sassolini e tacendo di macigni
  

In questi giorni ricorre l’anniversario dell’assassinio di Monsignor Arnulfo Romero. Il 24 marzo 1980.
Lascio a chi vuole la voglia di approfondire la figura di questo uomo di Chiesa e di Popolo ma in questi giorni in cui i predicatori da scrivania si muovono in modo così zelante a difesa di alcuni principi mentre tacciono su altri oppure sommessamente alzano il ditino senza convinzione, trovo rigenerante leggere alcuni passi di chi ha messo la propria vita a servizio della verità. Trent’anni dopo.

Monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador, veniva ucciso mentre celebrava la messa. Il giorno precedente aveva esortato i soldati salvadoregni a disubbidire agli ordini di chi li usava per una feroce repressione della popolazione. Simbolo di una Chiesa che si mette a fianco dei poveri, Romero in tutta l'America Latina viene chiamato santo. Ma ancora oggi non è Santo e tutt’oggi quest’uomo risulta scomodo anche per la Chiesa che sembra vedere con diffidenza le spinte cristiane che vengono dal Sud America. Pare che il suo corpo sia stato trasferito nel sotterraneo della cattedrale “per non recare danno al suo processo di canonizzazione”. Mah. Mica era dell’Opus Dei lui.

Disse 8 giorni prima di morire:
“Si, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benché alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano. Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare”.

E dire che all’inizio era ritenuto un conservatore ma qualcosa gli fece aprire gli occhi come spesso accade agli uomini di Chiesa che si trovano ad affrontare le missioni in terre difficili invece che stare nelle curie europee. Evidentemente ad un certo punto non ne poteva più.

Ecco l'ultimo discorso di Mons. Romero:
“Vorrei fare un appello speciale agli uomini dell'esercito, in concreto alla base della Guardia Nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli, siete del nostro stesso popolo, perché uccidete i vostri fratelli campesinos? Davanti all'ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale non ha l'obbligo di essere osservata. È tempo di recuperare la vostra coscienza e di obbedire prima alla vostra coscienza che all'ordine del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la Legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può restare silenziosa davanti a tanta ignominia. Vogliamo che il Governo comprenda che non contano niente le riforme, se sono tinte di sangue. In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più clamorosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!"

Volete che non sapesse a cosa andava incontro? Vi sono dei momenti che non si può tacere e che i valori non sono negoziabili neppure di fronte a qualche finanziamento. Dovrei dire che laggiù si gioca il destino della nostra religione; si combatte fra messaggio cristiano e paura di aprire a una visione più sociale anche della società altro che Islam. Troppo vicina al comunismo temo e qui basta la parola.

Qualche domanda da Cristiano me la pongo.
Saluti

Paolo Gatto

     

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