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Martedì
20 luglio
2010

 

Sì, sono orso ma piaccio così

Conversazione con don Paolo Cecchetto, in partenza da Musestre
Bilancio di undici anni nella frazione, con molte più luci che ombre. "La mia sesta marcia? il volontariato"
  

Don Paolo Cecchetto, parroco di Musestre del 1999, a settembre lascerà la frazione roncadese per assumere la guida di Santa Maria di Sala, nel veneziano. La notizia è stata resa nota alcuni giorni fa e la data della partenza non è ancora stata fissata.
La parrocchia di Musestre sarà dotata di un collaboratore, don Stefano Lachin, e parroco sarà don Valeriano Mason, leader della comunità religiosa di Roncade.

Insomma, don Paolo, è ora di partire
“Bè, era previsto. Noi sacerdoti abbiamo un periodo più o meno variabile di 10 anni che consente a tutti noi di avere la possibilità di esprimerci. Se uno potesse rimanere in una parrocchia a tempo indeterminato e altri, invece, fossero sostituiti, si potrebbe pensare a questioni di merito. Ma così non deve essere. Io, poi, sono qui da 11 anni, quindi ho già ‘sforato’”

I parrocchiani di Musetre come l’hanno presa?
“La notizia, come ho detto, era nell'aria da un paio d'anni, non ho mai nascosto che ero provvisorio. Pensavamo fino a qualche tempo fa che la mia sostituzione potesse essere rimandata al prossimo anno, quando scadrà il mutuo per la ristrutturazione della casetta accanto alla chiesa della Madonna della Salute. Ma immagino che il vescovo nuovo, mons. Gianfranco Agostino Gardin, per non far torto a nessuno, nella raffica di spostamenti decisi mi abbia inserito subito, dato che, per il tempo già trascorso, ero il primo della lista. Rimanere ancora a Musestre sarebbe stato un privilegio non giustificato. I parrocchiani si sono dimostrati intelligenti in questo.

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Dispiace a tutti, anche perché non sarà garantito al mio posto un sacerdote che risiede in parrocchia, ma riescono a capire”.

In che modo l’ha comunicata la novità?

“Per il mio modo di fare non mi piace né farmi commiserare, né legare a me le persone. Ho condiviso subito la notizia ma ho chiesto che non venisse fatta alcuna dimostrazione, in qualche modo, di recriminazione. L'avvicendamento è scontato e viene fatto dal vescovo con rispetto del sacerdote. Anzi, l’aver designato a Musestre don Stefano Lachin, sacerdote giovane e che conosco bene, per me è un riconoscimento che il vescovo mi fa. Ha meno di 40 anni ed è vicario parrocchiale a Santa Maria di Sala, dove sono destinato io”.

Di quella parrocchia cosa conosce?
“Ho operato in precedenza tre anni a Mirano, lì vicino, quindi è un territorio di cui ho già qualche esperienza. Geograficamente è l’ultima parrocchia del versante sud occidentale della diocesi di Treviso, un’area ad alta industrializzazione e quindi, presumo, con inevitabili problemi legati alla disoccupazione. E’ una parrocchia che coincide con la località in cui ha sede il Comune, con il quale avrò necessariamente rapporti più frequenti che qui . Avrò un asilo da gestire, cosa che qui non ho avuto. La singolarità è che a Santa Maria di Sala ci sono tre parrocchie, tre sotto la diocesi di Padova e due nei confini di Treviso. Una di queste due è gestita peraltro da don Sergio Foltran, che è originario di Musestre ed ha 72 anni”.

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Torniamo a Musestre. La sua cifra caratteristica è senz’altro l’energia impiegata per accendere un turbine di iniziative prima mai viste. Com’è andata?
“Diciamo che all’inizio sono stati alcuni fatti contingenti a creare delle scelte che hanno avuto risonanza sul territorio.
Ad esempio, per cominciare, la discarica prevista a Bagaggiolo. C’era già in paese un’attività di sensibilizzazione, io sono arrivato in quel preciso momento storico e mi sono sentito di dare un contributo specifico ma anche particolare. Per due anni ho portato, ogni giorno, un cero della Madonna della Salute nella discarica. Fino al giorno della sentenza del Tar che ha scongiurato ogni pericolo.
Allora, al posto del capitello piccolo di legno dove portavo il cero abbiamo costruito un capitello di pietra. Questo grazie alla generosità della signora che mi ha concesso il terreno e dei volontari. Ne è venuta fuori una piccola chiesetta che riproduce in miniatura la madonna della salute. Era il 2003”.

Lei aveva anche organizzato una partita di calcio fra preti e amministratori per raccogliere fondi, no?
“Certo. Abbiamo vinto noi cinque a zero. E non dico altro”

E poi?
“Nello stesso tempo, mi cresce un alberello nella cella del campanile. Chiamo i pompieri per toglierlo ma loro mi dicono che c’è un’estrema urgenza nel mettere mano alla cella campanaria. Perciò decidiamo di restaurare campanile e soffitto della chiesa. E’ stato un lavoro che ha portato via altri cinque anni. Alla fine i volontari hanno anche stabilito di ridare il colore, dentro e fuori, alla chiesa”.

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Come se non bastasse Musestre…
“Già. Nel 2003 don Carlo Parisotto viene trasferito da Ca’ Tron a Cappella di Scorzè e la diocesi sceglie di collegare la frazione non più a Marteggia ma a Musestre. E’ stato immediato assegnarla a me come parroco, per alcuni versi a Ca’ Tron avevano già a che fare con Musestre, ad esempio con i bambini che frequentavano il catechismo. Insomma, dato che le strutture erano ferme da un pezzo, abbiamo messo a posto chiesa e tetto, in modo che alla fine del restauro ha avuto luogo, nel 2006, la consacrazione. Prima la chiesa era soltanto benedetta”.

E con la specialità di parlare ai sordomuti?
“Loro preferiscono essere chiamati sordi. Le difficoltà nel linguaggio vengono di conseguenza. Comunque, nel 2004 mi metto a studiare il Linguaggio italiano dei segni (Lis), una volta al mese vado a celebrare messa esprimendomi a gesti e, nelle feste più grandi, abbiamo un contingente di menomati dell’udito che vengono a Musestre. Certo, anche questo ha portato una certa originalità nel mio personaggio”.

Il 2006 è anche l’anno dei “bond parrocchiali”
“Si è presentata l'opportunità di acquistare la casa a fianco della chiesetta della Madonna della Salute. La parrocchia ha emesso i famosi ‘titoli’, in sostanza è stato un impegno all’autotassazione di ogni famiglia per 450/500 euro da coprire in quattro anni.

Hanno aderito 220 famiglie su 500, oltre ad altre senza impegni formali.

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Il quorum delle cifre promesse copriva la cifra richiesta dal proprietario, abbiamo fatto il mutuo e comprato la casa. Poi i volontari prima l’hanno imbiancata e alla fine restaurata del tutto”.

Alla fine ha fatto i conti di tutti gli investimenti sostenuti a Musestre dalla parrocchia?
“Sì. All’incirca 1,5 milioni di euro in dieci anni, per la precisione 1,3 per Musestre e 200 mila euro per Ca’ Tron. Tutti coperti dalla generosità delle persone. Se le famiglie sono 700 vuol dire che ciascuna ha mediamente contribuito con più di duemila euro. Mediamente, certo. Ma di fatto non c’è quasi nessuno che non ci abbia messo del suo. C’è gente tutta molto generosa, organizzano mercatini, lotterie... con la raccolta di carta, ferro e nylon per i restauri sono stati raccolti dai 15 ai 20 mila euro l’anno”.

Sta insistendo molto sul volontariato
“Il volontariato fattivo è stato determinante. In altre parrocchie magari ti danno i soldi ma non lavorano così. Qui ci sono tanti artigiani capaci di lavori specifici. E mentre l'artigiano fa il lavoro, la gente si sente in dovere di pagare il materiale. E’ una fortuna che no so se troverò in altre parrocchie, una vera marcia in più. Posso ricordare una persona per tutte?”

Certo
“Parlo di Danilo Rizzetto, uomo stimato da tutti, collaboratore da sempre con la parrocchia, umile e generoso, che ha fatto un lavoro stupendo, quasi meglio di quello del parroco. Ha censito ogni oggetto di proprietà della parrocchia, oggi abbiamo un archivio storico di quasi mille schede. Ogni volta che si è fatta una manifestazione ha collaborato, fra cui le due mostre di oggetti sacri. E’ stato il miglior mediatore fra parrocchia e popolazione. E’ una fortuna indicibile avere un collaboratore del genere”.

Lei ha lavorato molto sul recupero di memorie storiche. Perché?
“L’orgoglio di appartenenza è fondamentale e questo va creato, dove non c’è, con la ricostruzione autentica del proprio passato. Tutto ciò che storicamente ho potuto reperire l’ho condiviso, come ad esempio il timbro parrocchiale, o le spiegazioni sul perchè Musestre sia chiesa arcipretale. Quindi le notizie sul patrono, sui primi martiri, sugli sviluppi storici nel tempo. Aver creato questo orgoglio sulle proprie origini ha facilitato la ricerca da parte di tutti. Ancora, quando mi hanno reso partecipe del fatto che vicino al capitello di Bagaggiolo c'era la “Crose del bosco”, una lapide a stele marmorea, ricordata da tutti gli anziani ma rimossa e trasferita nella sua villa dal conte Giulay, ho cercato i nuovi proprietari della casa per ottenerne la restituzione. Che è avvenuta. La ‘Crose’ è tornata al suo posto e tutti lo hanno subito saputo. Operazione simile per la lapide che copriva la tomba dei sacerdoti, in chiesa, rimossa negli anni ’60 quando furono tolte le balaustre. L’abbiamo ritrovata in una casa privata ed il proprietario ce l’ha donata per essere riportata in chiesa. Così il paese si è appassionato della propria storia”.

Fin qui tutto quello che ha funzionato. E le difficoltà?
“Le fatiche forse sono state determinate anche dal mio carattere. Sembro buono ma sono orso. Il rapporto con più attriti l’ho avuto con il Gruppo sportivo e culturale di Musestre (Gscm). Realtà molto in gamba, che si è sempre ritenuta del territorio ma non espressamente della parrocchia. Quando ho investito tutti i fondi per i lavori di restauro della chiesa, ho messi il gruppo nella condizione di scegliere di lasciare tutti gli introiti della sagra alla parrocchia o che la sagra fosse assorbita dalla parrocchia. E’ vero che hanno sempre contribuito organizzando, ad esempio, la festa degli anziani ed altro ma io avevo bisogno di liquidità subito. Un braccio di ferro rispettoso ma lungo che si è ricomposto del tutto solo quest'anno. Ci siamo alla fine resi conto che entrambi lavoriamo per il bene del paese”.

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C’è qualche ‘male’ di cui socialmente soffre Musestre?
“Non parlerei di mali in senso stretto. Certo, con le politiche residenziali degli ultimi anni abbiamo avuto 150 famiglie nuove sui 500 in poco tempo, tutte o quasi in blocchi centrali. Un quinto del paese sono persone nuove, con il vantaggio di essere coppie giovani e quindi di portare nuovi nati. Ma non sempre è facile integrarli subito, far loro percepire l'identità. Alcune iniziative sono state fatte in questa direzione, ad esempio il ‘Palio di San Ulderico’, l’ avere creato attorno alla figura del Santo patrono una coreografia con i costumi d'epoca medioevale. Chi ha meno risposto è stata la parte più nuova, ma quest'anno, dopo otto anni, si sono viste persone di questo quartiere nuovo accettare e vestirsi con i costumi d'epoca. C’è bisogno di tempo, questo è un territorio fatto di famiglie storiche, che conservano l’identità di paese, che conoscono vita morte e miracoli di tutti. Le nuove famiglie stentano a trovare la loro collocazione. Man mano che i bambini entrano in età scolare, però, le cose migliorano”.

E Ca’ Tron? E’ una terra felicemente isolata o prigioniera della propria stessa lontananza?
“Ca’ Tron è un mondo a sé, sono tre paesi in uno. Nel 1900 c'erano 1900 abitanti, ora 450, la presenza si è ridotta all’osso ma sono ancora tre parti distinte. Quella del ‘Burano’, la parte centrale 'storica', e Bagaggiolo, che hanno continuato a vivere come autonome. Ogni volta che si fa un'iniziativa i rispettivi residenti si sentono di una parte o dell'altra. Hanno la particolarità, forse perchè il territorio è agreste e bucolico, sia perchè chi esce dal territorio porta la nostalgia dei tempi che furono, di far tornare con un colpo di telefono gli amici lontani. Per la sagra tutte le sere si registra il pienone, per un concerto in pieno inverno abbiamo contato 920 presenze. Una sagra con 50 collaboratori è una sagra autentica, significa che l’ottava parte della popolazione contribuisce. Sono felicemente autonomi, direi”

E la coabitazione con la Fondazione Cassamarca? E’ vero che viene sentita come un’astronave aliena indifferente al resto del mondo?
“Quel territorio, che prima era di altri, a partire dagli Armeni, è sempre stato sentito come impossibile da sfruttare. I parrocchiani sono sempre stati lavoratori ma nulla di più. Chi ha avuto, con la legge agraria, la casa e due campi da coltivare è stato per un privilegio acquisito. Nessuno anche oggi si è sentito coinvolto dalla presenza di Fondazione Cassamarca ma nessuno anche sente quel territorio come proprio al punto da creare azioni rivendicative di qualche tipo”

Perché ha detto di essere un orso?
“Perché non ci sono santi. Quando ho un’idea in testa posso al massimo accettare consigli e leggere varianti. Ma nessuno me la fa cambiare”

Lei è diventato in qualche modo famoso per le molte manifestazioni pubbliche organizzate. C’è qualcosa di più ‘segreto’, fosse pure anche a livello simbolico, per cui sente che la gente la apprezza?
“Mi vengono in mente due cose semplici. La prima è girare anche in automobile o in bicicletta per le vie del paese. Il solo vedere che il parroco è presente fa bene alla gente e fa bene a me. Non vado neanche in ferie, qui sto da Dio, non c’è nulla che mi stanchi o che mi opprima, non ho bisogno di pause o di periodi di riposo”

La seconda?
“Capisco che non tutti possono averne il tempo ma io, in occasione dei funerali, i defunti vado sempre a prenderli a casa loro o all’obitorio. Credo che per le famiglie colpite dal lutto in certi momenti sia importante anche questo”.

     

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