DIARIO DI GIOVANNI LORENZON
  

 
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Alle prime lezioni sul motore mi diede l'incarico, cioè, dato che io sapevo il funzionamento del motore, di fare scuola a questi allievi, altrimenti, lui spesso doveva sospendere l'insegnamento per non perdere il noleggio auto.
A Treviso per il servizio pubblico di automobili erano solo due autonoleggiatori cioè Cappelletto e Carbonin. Quindi il Sig. Cappelletto, visto che ormai non c'era più bisogno di lui, oltre che fare l'istruttore mi mandava anche a presentarli all'ingegnere per l'esame di idoneità a condurre motociclette, mentre io non potevo avere questa patente no avendo ancora l'età.

Quando andai da Cappelletto avevo capito subito la sua idea, credeva che ci andassi sempre, perchè oltre il vitto voleva che rimanessi anche a dormire, ma era impossibile perche a casa avevo già molto lavoro ci andai soltanto per conoscere qualche cosa di più sui motori e per poter appena possibile avere una patente di guida per motocicli e auto. Inoltre i miei genitori avevano bisogno di me anche perchè mio fratello era troppo piccolo e non solo per questo, ma rimaneva tutto sospeso il lavoro di orologi, biciclette, macchine da cucire e tante altre cose. A che mio zio da Porto di Fiera, che si era trasferito a Treviso mi voleva da lui, perche i miei cugini avevano poca voglia di lavorare. Anche lui ha insistito molto ma non abbiamo accettato, così ho mollato tutti, sono rimasto a casa a lavorare e aiutare i miei genitori.

Nel 1917 la guerra mondiale continuava, il mio lavoro, come quello della bottega aumentavano molto, ma, con la ritirata di Caporetto, che i tedeschi erano arrivati fino al Piave ho dovuto scappare con un mio amico, profughi a Milano, dove io trovai subito lavoro come meccanico. Avevo portato con me la sacchetta di fustagno nero, quella che andavo a scuola, piena di attrezzi per riparare orologi, che nell'eventualità non avessi trovato lavoro, avrebbe potuto servirmi per fortuna non ne feci uso.
Siamo partiti da Mestre col treno che portava i profughi a Milano. Questo viaggio è stato fatto senza alcuna fermata, ma era tutto già predisposto perche all'arrivo in stazione c'erano tante persone incaricate a ricevere i profughi che ci accolsero a gruppi. Nel mio gruppo eravamo una cinquantina che siamo stati accompagnati subito all'umanitaria, era un ambiente che ci sistemarono tutti in vari luoghi, cioè per il lavoro, l'alloggio e per il vitto, perciò non si pensava tanta accoglienza. Io avevo soltanto la sacchetta da scuola e un pacchettino che mia mamma mi aveva preparato, ma quasi tutti avevano fagotti di merce varia, valigie e sacchi pieni, che si erano portati via per paura che i tedeschi arrivassero fino da noi, mentre sono stati fermati al Piave.

Dopo circa due mesi la mia famiglia, avendo venduto molta merce del negozio, mi ha raggiunto a Milano e la stessa Umanitaria ci aveva trovata una abitazione, camera e cucina vicino uno stabilimento dove siamo stati assunti: io come meccanico, mio papà fattorino e mio fratello apprendista elettrico.
Io ero m,olto contento del mio lavoro, il quale era al banco, però, quei che richiedevano la fornitura, fresatura e lavori in altre macchine, avrei dovuto incaricare gli operai addetti, invece ho voluto fare tutto da solo. Il capo reparto mi lasciava fare tutto quello che volevo, ma il fatto più sorprendente era che più volte mi trovavo il Balzarini (proprietario dello stabilimento) dietro le mie spalle, forse osservava il mio lavoro e quando che mi accorgevo di lui, faceva un sorrisetto e andava via. Qualcuno osservava queste ispezioni di Balzarini nei miei riguardi e mi offendeva dicendomi che ero un profugo vigliacco. Il motivo era che io lavoravo sempre a modo mio, mentre gli operai, quasi tutti, lavoravano per i soldi, non per fare il loro dovere, per questo ero invidiato da tutti. La mia paga era di Lire 5.50 al giorno, mio papà 6 Lire e mio fratello 2 Lire.

Mia mamma ci preparava tutto in ordine e nonostante la carenza di pane, pasta ecc, essendo tutto tesserato, noi, guadagnando bene ci siamo pure trattati bene.

Ma venne il giorno della chiamata alle armi della classe 1900, era in marzo del 1918, io non mi sono presentato al distretto con la speranza che la guerra dovesse finire presto, invece, in seguito a minacce su grandi avvisi per tutto Milano veniva spiegato che chi non si presentava subito al distretto militare veniva dichiarato disertore e quando veniva trovato veniva mandato subito al fronte. Per non fare questo rischio mi sono presentato, era il 25 aprile del 1918, un mese prima di compiere 18 anni. La mattina seguente mi hanno mandato assieme ad altri a Mantova al 72° Reg. fanteria, ci hanno consegnato la divisa militare, tutta roba roba vecchia, e mi hanno consegnato una giacca di stoffa quasi bianca e con tracce di sangue, molto corta, un gilè scuro, lungo che sporgeva dalla giacca, le scarpe non ho potuto metterle perche troppo piccole e non ho trovato da sostituirle con altri soldati, così intanto ho consumato le mie, ma quando avevo messo quelle militari dopo le marce i piedi sanguinavano. Questa vita durò poco perche nella mia compagnia ero l'unico che aveva fatto la quinta elementare, perciò sono passato presto in fureria come scritturale e magazziniere al depositi indumenti. Alla sera, io col mandolino e un'altro soldato con la chitarra si suonava il tempo suonando, dentro questa fureria.

Una di quelle sera che si suonava più forte del solito essendo con noi anche alcuni soldati, sentimmo picchiare alla porta, smettemmo di suonare per paura che fosse qualche ufficiale venuto per punirci, un soldato va ad aprire vedo entrare mio papà. Mi sono fatto subito il permesso, ho salutato gli amici e sono uscito con lui per tutta la serata. Il guaio però venne quando il tempo necessario per l'istruzione militare stava per finire, che , dopo si doveva andare in guerra, perchè non si sapeva più l'ora del ritorno dalle marce, si partiva sempre per ignota destinazione, qualche giorno si tornava in caserma, altre volte, dopo due o tre giorni di cammino ci si trovava in mezzo i campi o in un'altra caserma, dove si trovava sempre il rancio pronto, quindi si doveva portarsi sempre lo zaino completo che pesava abbastanza, e inoltre molti di noi anche una cassettina o valigetta di cosette personali.
Spesso, in coda al plotone( 4 compagnie) c'erano i carri tirati da cavalli con le marmitte e fornelli per cucina da campo e viveri. Quindi sempre a piedi si facevano queste passeggiate di dieci, forse quindici o venti chilometri al giorno, si a arrivava sfiniti dalla stanchezza, ma in compenso ci trattavano bene, molto meglio che in caserma, ci davano anche vino, sigarette e alla sera anche un po' di anice. Però queste partenza per ignota destinazione con inizio dalle parti di Viadana in provincia di Mantova ci hanno portato in un paese del trentino dove si sentivano le cannonate al fronte. Ignari di tutto questo, abbiamo detto: ci hanno fregato.

Io e qualche altro, pensando a quello che ormai si andava incontro, malinconici non si usciva più in libera uscita, io passavo il tempo a leggere e fumare sigarette, fumavo anche a letto, un letto fatto con un telo da tenda con dentro un po di paglia e lo zaino per cuscino. Una sera presi il sonno con la cicca in bocca, non so se cicca o fumo sia stata la causa, mi ha tolto il respiro, ricordo soltanto che mi son messo a saltare e correre come impazzito, qualcuno mi ha pigliato, sdraiato e non ricordo quanto tempo dopo ripresi a respirare. Lo spavento è stato talmente grande che da quel lontano 1918 non ho più fumato.
Io avevo un po' di speranza di cavarmela da quella situazione, perchè qualche mese prima avevo chiesto a Cappelletto ( che era ancora a Treviso) un certificato di meccanico specializzato in motori, che questo, con tutta premura me lo aveva mandato e lo presentai subito al comando questo documento unito alla domanda di passare all'aviazione.

Quindi il 20 settembre 1918 al ritorno di una marcia, al pomeriggio mentre ero molto preoccupato ad ammazzare pidocchi, che ne avrò avuti a centinaia o forse migliaia fra maglia e camicia però non in testa perchè erano di razza bianca, sentii uno che gridava dalla porta del camerone Lorenzon Giovanni, alzo la testa questo soldato mi vede e dice: è arrivato un ordine di mandarti subito a Torino per fare il corso di motorista d'aviazione. Figuratevi la mia commozione, avevo in mano la camicia, ma non trovavo più la maglia, l'avevo dietro le spalle, ai pidocchi non ci pensavo più, mi vestii in fretta, corsi in fureria, mi fecero subito il foglio di via per Torino. Mi dissero che l'indomani mattina partiva un treno per Milano e che proseguiva poi per Torino. Io presi i documenti, consegnai il fucile, zaino ecc. così avevo soltanto la mia casettina. Salutai tutti e non ricordo con che mezzo andai alla stazione ferroviaria, che non era molto lontana da noi.

Fortuna volle che trovai subito un treno che andava a Verona ed in coincidenza con un'altro per Milano, dove sono smontato a salutare e dare la bella notizia ai miei genitori. Era di notte, avevo poche ore di tempo per poi partire con un'altro treno per Torino. Non ho potuto fermarmi tanto, perchè il viaggio l'avevo fatto con un'altro soldato che mi aspettava in stazione, Tutto andò bene e siamo partiti per Torino. Dopo qualche giorno di attesa in caserma, eravamo una quindicina, siamo andati in una officina per fare il capolavoro, mi hanno consegnato un pezzo di ferro, tagliato da una barra quadrata di circa cm 3x3 che con una lima dovevo finire bene questo incubo, mi diedero anche una squadretta e mi misi al lavoro come tutti gli altri soldati. Io ho limato soltanto una base e appena cominciato la seconda, un ufficiale mi disse: basta così e mi indicò una stanza di attesa fuori dell'officina, mi diedero un foglietto con la scritta tra l'altro: corso motoristi d'aviazione.

Questo corso l'avrò frequentato per 20 giorni invece di un mese, perchè, essendo arrivata una richiesta di montatori, io ne approfittai di questa occasione per fare anche questo corso, sempre per l'unico motivo di tirare avanti, con la speranza che andasse finita la guerra, infatti è stato proprio così.

(3 - continua)

 
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