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Anno
Domini
2009

Chiacchiere e distintivi

Non c'è scampo. Una volta ogni cinque ci tocca
Gli animali assumono i comportamenti più estremi nella stagione degli amori, gli uomini in quella elettorale

BLOG PERSONALE DEL DIRETTORE

 
20 - In spigolosa memoria di Bruno Lorenzon

20 dicembre 2009

Poco fa mi sono recato ad assistere alla presentazione del libro postumo di Bruno Lorenzon "Il conte Amoèri ed altri racconti", edito da Piazza editore, nell'edicola di Roncade.
Sono anche arrivato tardi e ad un certo punto Giacomo Buldo ha detto che da lì a poco ci sarebbero stati interventi da parte di amici e "colleghi" del mondo dei libri, fra cui il sottoscritto.

Non era previsto, non me l'aspettavo e quindi, nei minuti successivi, ho cercato di articolare un minimo di ragionamento sulla figura e sull'opera di Bruno.
Mi è tornata in mente una cosa che avevo scritto il giorno della sua morte, poi, in disordinata successione, altri episodi e i cazziatoni che prendevo sul finire degli anni '80 quando, da cronista del Gazzettino, a suo dire non recepivo o valorizzavo a sufficienza la lista civica di cui era stato fondatore e consigliere comunale.
Poi mi sono tornate alla mente ripetute discussioni con Silvano Piazza, che con Bruno Lorenzon per certe cose era tutt'uno, sui temi che Bruno sviluppava.

Qui ho assemblato alcune opinioni ed impressioni in cui, anche con l'intento di uscire dalla celebrazione fine a se stessa, ho provato a rendere evidente una cosa che va detta. Cioè che, nel massimo del rispetto delle sue capacità e nella mia stima sincera nei suoi confronti, su alcuni temi fra me e il tandem Lorenzon-Piazza non ci sarebbe mai stata aderenza.
Fatta salva l'indiscutibile efficacia e lucidità della sua penna e l'ironia che Bruno sapeva quasi militarmente organizzare attorno ad ogni argomento che rischiasse di diventare troppo serio rispetto alla sua reale sostanza, il cuore della divergenza sta nell'immaginazione del passato.
Certo, la differenza d'età non rende semplice il ragionamento, comunque ci provo.

Voglio dire che, a differenza della filosofia Lorenzonian-piazzesca, io non credo affatto nella maggiore qualità dei rapporti umani e sociali ai tempi della civiltà contadina o, in generale, in quelli da Bruno spesso descritti, della prima metà del secolo scorso se non nei decenni precedenti.

Se si tratta di esplorarli, quei tempi, va benissimo e Bruno lo ha fatto magnificamente attraverso il linguaggio e le tradizioni. Da lì ad averne in qualche modo nostalgia però ce ne passa.
Non sono, ad esempio, affatto convinto che la dimensione della solidarietà fra uomini fosse più spiccata e genuina allora. Se le famiglie si aiutavano a vicenda nelle fatiche dei campi era certamente per necessità e non penso che i quadretti fatti a posteriori di bonaria serenità bucolica corrispondano alla cruda realtà di mezzadri sempre sul limite della fame.

Così - e come ho detto questa sera - rabbrividisco all'immagine di donna che pur scherzosamente si delinea in "Che a tasa, che a piasa, che a staga casa". C'è voluta la fatica di due generazioni, nel dopoguerra, per restituire alla donna quella dignità di "persona umana" e pure con diritto di voto, negata per secoli e compressa in un ruolo di attore secondario, appena grossolanamente pensante ma mai parlante, e fondamentale alla società in sostanza solo a fini di riproduzione o di amministrazione delle stanze domestiche.

Dunque, se l'opera di Bruno è una fotografia-inchiesta su un'epoca fortunatamente superata merita il massimo della considerazione.
Se invece l'intenzione è anche quella di trasmettere una qualche "poesia" di quel mondo credo sia un'operazione - la sua come quella di molti altri cantori della civiltà veneta - semplicemente visionaria e reazionaria. Simile a quella di insegnare per forza il dialetto nelle scuole.

Per concludere, comunque, se un uomo è in grado di suscitare dialettica anche dopo morto vuol dire che è indubitabilmente un grande.

Gianni Favero


 
19 - Bersani, Franceschini e il Gringo

20 novembre 2009

Allora, è passato quasi un mese, la ricognizione sulle primarie del Pd a Roncade si può dire ormai conclusa e alcune deduzioni possono pure esser fatte.
Fra Bersani e Franceschini è finita 181 pari, nonostante la massiccia diffusione di lettere di sollecito al voto per il segretario uscente e l’ascendente dell’attuale sindaco, senza troppi dubbi orientata su Franceschini.

A dirla tutta confesso che mi sono recato al seggio ma, lette meglio le regole sul manifesto, mi sono fermato sulla soglia e non ho votato. La preparazione di liste ufficiali e pubbliche in cui il mio nome sarebbe finito come cittadino in qualche modo incluso nel perimetro del partito mi ha bloccato (testimone Luciano Damelico che ho incrociato sulla soglia).
Per ragioni spesso spiegate ritengo eticamente inconciliabile il mio mestiere con l’appartenenza dichiarata ad una formazione politica. Accade a giornalisti che si mettono in politica col Pd di avere idee (per quanto legittimamente) confuse anche in altre sfere della propria vita e di passare dei guai.

Comunque, finché lo si sa qui in paese fra quattro amici è un conto e lo posso anche dire. Senza il mio scrupolo i voti di Bersani sarebbero stati 182 (ho pianto) e l'avrei scelto sostanzialmente per una questione di buona educazione. Poche settimane prima avevo incontrato Franceschini a Mogliano il quale, di fronte ad una mia domanda sulle regionali in Veneto, non ha risposto, ha girato le spalle e nemmeno ha salutato. La stessa domanda fatta a Bersani in un contesto simile ha avuto non solo una risposta ma anche un ragionamento a registratore spento. Lui voleva cercare di far capire qualcosa, nonostante la fretta, e non aveva guardaspalle ai lati.
Fra un signore e un chierichetto saccente la differenza si vede.

Ma veniamo a Roncade.
In sintesi e tagliata con l’accetta: per Franceschini hanno votato le fasce d’età medio-alte e più strettamente collegate agli ambienti degli attuali consiglieri in carica. A Bersani sono andati i voti dei più giovani, dei meno rappresentati in assemblea e delle frazioni meridionali.

Dopo la “vittoria” di Bersani confesso anche di aver pensato male e di aver temuto che Rubinato iniziasse a smarcarsi per entrare nel campo magnetico clerical-centrista di Casini, Rutelli e quella gente là. Il suo ingresso nella direzione nazionale del Pd mi ha rilassato, nel senso che la guerra la possiamo riprendere più avanti.
Del resto io Simonetta la voto nella speranza di avere un bel bersaglio tosto per i successivi cinque anni. Con chiunque altro nel circondario sarebbe come avere un videogame in cui non sali mai di livello.

La situazione or ora è dunque ottimale per focalizzare il tiro sulla irrisolta contraddizione umana dell’uomo dell'ufficio accanto. Il quale, se facesse il tecnico punto e basta, potrebbe anche restare lì, ma così non è.
Il Gringo (detto anche Podestà, oppure 'o vicerè) sappiamo che non si limita a questo, così come sappiamo che se vede Bersani in tv tocca immantinente il cornetto che si racconta tenga in una tasca.

Prendiamo un ritaglio a caso del 1996 da un faldone sul quale ho messo un’etichetta con la scritta a pennarello grosso “Iaconeide”

ISCHIA, 18 NOVEMBRE – “La vittoria del Polo a Serrara Fontana è stata molto sofferta perché si trattava di confermare la fiducia nella amministrazione uscente che ha governato questa difficile stagione di cambiamento senza avere adeguati strumenti legislativi oltre che finanziari, ma la maggioranza della popolazione ha espresso fiducia nella nostra capacità di continuare nell’azione di risanamento finanziario del Comune”. Così ha commentato la vittoria della lista del Polo della Libertà Luigi Iacono, sindaco uscente e confermato di Serrara Fontana (...)

Il top manager del municipio di Roncade spesso, in anni recenti, si è qualificato come consulente politico di Rubinato.
Possiamo chiederci, una volta tanto senza spreco di verbi, come la mettiamo?

Gianni Favero


  
18 - Inceneritori? Che roba è?

19 ottobre 2009

Ha ragione Lorenzo Pezzato nel far rilevare nel suo ultimo intervento come a Roncade ci sia un' indifferenza da parte delle classi dirigenti - che coincidono al 90% con il mondo politico - rispetto al tema degli inceneritori di Silea e Mogliano.

Roncade non è Silea per poche centinaia di metri, la ricaduta di diossine sulla parte settentrionale del comune, dicono gli studi, sarà del tutto simile a quella riservata a Silea, Carbonera e San Biagio, per non parlare dell'altro impianto di Bonisiolo. Il vento non guarda i confini geografici.

A Silea ci sono amministratori con il coltello fra i denti, a Carbonera ci si sta scuotendo con un certo vigore, San Biagio dichiara a lettere aperte - con il sindaco precedente e con quello attuale, di colori diversi - che la ciminiera non si deve costruire. Lo dicono e se necessario lo urlano sui giornali, senza quei linguaggi prudenziali o burocratici che al primo ascolto (vale il primo ascolto: per l'opinione pubblica il secondo non c'è) suonano vagamente possibilisti.

Gli inceneritori saranno, molto probabilmente, una leva formidabile per le prossime elezioni regionali. Il Pdl, funzionale al sistema confindustriale, li sostiene. La Lega, in nome della difesa del territorio, li respinge spiegandolo alla gente con la micidiale chiarezza di sempre. Se dovessi esprimere una sola ragione per cui Giancarlo Galan è bene lasci il suo ufficio sul Canal Grande per me questa basta e avanza.

Veniamo all'altra sponda. In anni recenti, ricordiamolo, il sindaco di Montebelluna, Laura Puppato, oggi uno dei pochi rompighiaccio della flottiglia Pd, coagulò attorno a sè un muscoloso consenso dietro la passione spesa contro un progetto di inceneritorie di rifiuti urbani.

In tutto questo roncadese irresponsabile silenzio mi chiedo se pure un orientamento del Pd su una macchina che produce diossine h24 per i democratici sia legato all'esito del 25 ottobre. Sembra il gioco dell'"un-due-tre-stella!", tutti pietrificati come calchi di Pompei fino alla designazione del segretario.
Comunque, se è così ci si dica come la pensano Bersani, Franceschini e Marino, almeno chi andrà a votare saprà come orientarsi.

Gianni Favero


  
17 - Incidenti sul lavoro a Kabul

18 settembre 2009

Il consigliere comunale Boris Mascia chiede di ricordare l’opportunità di osservare un minuto di silenzio in memoria dei sei ragazzi morti in Aghanistan. Riporto integralmente il suo messaggio.

"Chiedo un momento di rispettoso raccoglimento per onorare la memoria dei sei giovani militari Italiani uccisi ieri nell'adempimento del loro dovere, in missione di pace all'estero...e con essi ricordare il già pesante tributo di sangue pagato dai figli dell'Italia alla causa della pacificazione
Internazionale. Boris Mascìa"

Sono assolutamente d’accordo. Le morti sul luogo di lavoro sono una delle piaghe a cui si fatica a porre rimedio e quindi l’attimo di riflessione è moralmente obbligatorio ogni volta che qualcuno perde la vita mentre svolge quel servizio necessario a portare a casa uno stipendio, indipendentemente dal datore di lavoro.
E’ per mantenere se stessi e la propria famiglia, per coltivare i propri progetti che ci si alza dal letto la mattina e si va a far fatica.
Naturalmente ciascuno di noi, se può, cerca di scegliere la professione che sintetizzi meglio certi fondamentali ingredienti. Il rapporto fra stipendio e ore lavorate, o quello fra carriera e rischio, o ancora la possibilità di trovare in essa una realizzazione delle proprie passioni e idealità.
A questo proposito sappiamo bene che i militari in missione su teatri delicati come l’Afghanistan desiderano fortemente andarci, c’è una selezione molto rigida e liste d’attesa assai nutrite. Del resto la retribuzione non è male: un capitano, ad esempio, oltre alla busta paga ordinaria, ha un’indennità di 150 euro netti al giorno. Tre mesi di Kabul risolvono il mutuo per due anni.
Su dati come questi ogni uomo calibra liberamente e legittimamente la sua disponibilità a mettere in discussione la propria vita.

Tutto il resto sul perché un militare va in Afghanistan – il ripristino della pace, il contrasto al terrorismo, il contributo all’istituzione della democrazia, il servizio allo Stato eccetera – per quanto mi riguarda credo appartenga più alla leggenda, ad una visione epica che egli ambisce a conferire alla propria vita, piuttosto che a contenuti verosimili e realistici.
Ci sono molte buone ragioni per sospettare che le motivazioni di base di interventi militari all’estero siano collegati a dinamiche appartenenti ad un altro ordine di obiettivi, non sempre tutti dichiarabili. Se invece ci sono sufficienti le spiegazioni ufficiali allora, per carità, in casi come quello di oggi ci possiamo pure mettere tranquilli e limitarci alla sincera contrizione.

Personalmente, così, a pelle, mi pare che presentarci ad insegnare la democrazia con un mitra in mano sia un po’ come se un diabetico assumesse un pasticcere per dietologo.
Naturalmente sono opinioni, le sensibilità su temi come questi sono tante e diverse. Parlo così perché forse ho un cromosoma difettato, il fascino delle armi e di una divisa che non sia quella della Juventus non l’ho mai percepito. Per non correre il rischio di dover toccare una pistola fra il 1986 e il 1988 ho svolto un servizio civile in alternativa alla leva durato 20 mesi (allora era una scelta censurabile e quindi il ministero della Difesa la puniva con una ferma di due terzi più lunga).

Capisco e condivido in ogni caso l’attenzione di Mascia per i deceduti per cause di servizio e, anzi, rilancio. Un minuto di silenzio per ciascun soldato caduto in tempo di pace, un minuto di silenzio per ciascun muratore caduto da un’impalcatura in tempo di pace.

Gianni Favero

Per un ulteriore contributo alla discussione sul ruolo dei militari in Afghanistan invito, anche su suggerimento di un lettore di Roncade.it, a seguire lo scambio di opinioni generato dalle parole di un sacerdote su questo blog: http://bellaciao.org/it/spip.php?article24893


 
16 - I Nike infilati fra le due Italie

6 settembre 2009

Premetto che non saprei davvero come valutare l’opportunità di acquistare o meno la ex base missilistica di Ca’ Tron, né eventualmente – almeno così, su due piedi – come valorizzarla. Le considerazioni e le scelte su cosa sia vantaggioso o no per la collettività non spettano ad un residente qualsiasi ma all’assemblea dei rappresentanti in consiglio comunale, visto che è per questo che li abbiamo eletti.

Sono anche percorso da un brivido di orticaria quando sento usare a larghe mani espressioni come “bene comune” o “beneficio pubblico”, come queste avessero un significato univoco e non dubitabile. Il più delle volte non si tratta di concetti misurabili in termini matematici e perciò anch’essi sono soggetti a scelte più o meno arbitrarie. Chi decide ha, più realisticamente e modestamente, la responsabilità di scommettere sull’opzione che ritiene possa andare meglio alla maggioranza dei residenti.
Bene comune non vuol dire bene di tutti. Magari.

Ma qui non mi dilungo e torno all’effetto collaterale postumo dei Nike catronensi.
Convergo per più aspetti sull’opinione espressa da Roberto Silvestri, ma soprattutto su uno perché meglio di altri afferma l’esistenza di due Italie.

Che non è, attenzione, Nord-Sud.
La contrapposizione di cui parlo, pericolosa faglia che si allarga, è quella fra lavoratori del pubblico impiego e dipendenti privati.
Mi riferisco alle ferie del responsabile tecnico. Diritto sacrosanto, siamo d’accordo. Le conquiste sindacali non si toccano.

Però anche il diritto ha una grandezza variabile che si colloca su una scala di pesi relativi.

Alcuni anni fa mi è capitato, da giornalista dipendente di un’azienda privata, di essere richiamato dalle ferie per l’eccezionalità di un fatto di cronaca accaduto in estate. Il diritto del cittadino di essere informato nel modo più completo possibile è stato in quel caso ritenuto prevalente rispetto al mio diritto individuale al riposo retribuito.

Non so se il responsabile tecnico di Roncade sia davvero una figura insostituibile e non so, ripeto, se l’”affare” proposto dal demanio, prendere-o-lasciare, sia un’occasione che nella vita passa una sola volta.
Rimane il fatto che la sola ipotesi di richiamare al lavoro il tecnico non è stata nemmeno lontanamente contemplata. E neanche quella di convocare in fretta e in furia, attraverso un giro di telefonate, un consiglio comunale straordinario in poche ore. (E per cortesia adesso non mi si parli di regolamenti, tempi e modi della convocazione...)

Forse il numero legale non era in vacanza, più facilmente (oso supporre e mi scuso se mi sbaglio) lo era l’apparato burocratico necessario ad organizzare l’assemblea.

Ecco le due Italie: quella che ha paura di tornare dalle ferie e di trovare la fabbrica fallita e quella con un diritto alle ferie così granitico che neppure una pioggia di Nike potrebbe scalfire.

Gianni Favero


  
15 - Quando la Lega va in depressione

17 agosto 2009

Difficilmente un intervento di un roncadese mi ha dato più da pensare dell'ultimo del 6 agosto di Gianni Meneghel, ho percepito subito che in esso c'era un tarlo che non poteva fare a meno di rosegare dentro la scatola delle riflessioni agostane.
Quando c'è qualcosa che non si capisce per più di un motivo occorre fermarsi e provare a trovare l'intoppo più a monte, quello che origina i conti che non tornano a valle.

Una premessa va comunque fatta perchè c'è anche una sorpresa. Pensavamo tutti che Zerbinati fosse stato designato candidato per l'esistenza di un patto risalente a cinque anni prima, quando lo stesso cedette il posto a Gianni Rachello nella leadership del centrodestra.
Meneghel ci dice che non è così, che Zerbinati è stato preso per eliminazione, per l'indisponibilità di nomi a lui preferibili. Insomma perchè era il meno peggio fra quelli che restavano.

Detto questo veniamo a quello che fatico a risolvere.

Non è il fatto che la Lega corra in soccorso del vincitore proponendosi come collaboratore quando, nei luoghi in cui vince, è al contrario solita occupare tutti i nodi dei pubblici poteri non lasciando ai perdenti se non un fastidioso ma obbligatorio diritto di parola nelle assemblee.

Non è il fatto che adesso esprima riverenza verso il vincitore senza essersi prima pubblicamente scusata per certe cadute di stile nella campagna elettorale (ma forse di leghe a Roncade ce ne sono due, una maleducata e l'altra invece molto più a modo).

No, il fatto è che - Lega o non Lega - non capisco come possa stare in piedi l'idea di una minoranza che non sia opposizione.
Non è mica una parolaccia l' "opposizione".
In democrazia è necessaria tanto quanto le forze che sostengono il governo, è il cane da guardia della cittadinanza che non si addormenta mai, è quella forza intelligente che fa le pulci ad ogni atto amministrativo e che, con cognizione di causa - dati, date, norme, linguaggio - sa mettere sempre sul chi vive chi governa e sa proporre qualcosa di meglio.
Che verrà bocciato quasi sempre, siamo d'accordo, ma che verrà comunque ricordato (della passata opposizione, ahimè, non si ricorda quasi nulla di questa sostanza).

Insomma: l'opposizione serve come l'ossigeno nell'aria, e se non la fa la minoranza chi la deve fare?
Se la minoranza si affianca alla maggioranza, alle prossime elezioni chi saprà distinguere fra le due?

Quindi, siamo seri. Proprio dalla Lega un discorso da maggiordomi depressi che riporta dritto dritto ai consociativismi della Prima Repubblica è stonato. Innaturale, sorprendente, arrendevole, rassegnato.

Gianni Meneghel, per favore e per responsabilità, fate l'opposizione come dio comanda, come non avete fatto nei cinque anni precedenti, e tenete la testa alta. La soddisfazione vi verrà da questo.

Molto sinceramente e, se mi è concesso, con amicizia.

Gianni Favero



14 - Zerbinati, Buldo e quelli sottocoperta

3 agosto 2009

Ho atteso 19 giorni dopo la pubblicazione dell'intervento di Guido Zerbinati che ha per centro il mio comportamento e anche la mia dimensione professionale.
Sul contenuto non mi soffermo, classifico le espressioni dello scrivente come frutto di uno di quei momenti di scarsa serenità che possono toccare a tutti.
Non c'è problema.

Ho atteso più che altro per vedere quante e.mail di riprovazione da parte di quei 3266 suoi elettori - a giudizio del dottore colpiti tanto quanto lui dalle mie offese - mi sarebbero giunte. Se me ne fossero arrivate anche soltanto dieci, mi ero detto, magari questa volta avrei fatto bene a fare un po' di esame di coscienza.
Però non ne ho ricevuta alcuna e allora penso una volta di più che il consenso non dà diritto in automatico all'avere ragione.
La seconda cosa che penso - e che non esclude la prima - è che la solidarietà nelle stanze della politica non ha diritto di cittadinanza.
Ossia: che dei torti che Zerbinati asserisce di aver subito da un opinionista irriverente non importa nulla a nessuno (o comunque non a sufficienza da esternarlo).

Una cosa simile tocca a Giacomo Buldo.
E' vero che la sua usita di scena è avvenuta attraverso la porta più sbagliata, che le sue scelte degli ultimi mesi sono state imbarazzanti, goffe, irragionevoli, astiose ed ambigue. Tutto quanto poteva fare per farsi del male il mio compare Giacomo Buldo lo ha fatto e lo dico con dispiacere per questioni non secondarie di affetto nei suoi confronti.
Però tutto questo non dovrebbe ossidare nell'opinione pubblica il suo impegno credo trentennale per la vita di questa comunità. Eppure non una parola buona - ha ragione in questo Renzo Bettiol pur riferendosi al solo Pd - è stata pubblicamente pronunciata in suo favore dopo la sua estromissione dai giochi.

Io purtroppo non me ne sorprendo, casi di questa risma ne vedo da sempre e a tutti i livelli.
Scrivo queste righe per le matricole. Abituatevi all'idea: dove ci sono posizioni ottenute su un consenso prima o poi si perde e il perdente puzza.
Non investiteci l'anima altrimenti un giorno, senza capire cos'è successo, vi troverete congelati di solitudine anche senza passare per Dongo.

Gianni Favero


 
13 - I consulenti del centrodestra

11 luglio 2009

Quando le bocce si fermano e la temperatura scende arriva quella condizione in cui gli elementi inutili si sfrondano da soli e quelli importanti spiccano con maggiore chiarezza.
In più, quando ormai quello che è stato è stato, un po' per il disincanto un po' perchè non c'è più niente da perdere le serali partite di chiacchiere sono più nette.

Non voglio andare sull'analisi di ciò che è accaduto, giorno dopo giorno, nella campagna elettorale finita un mese (o un secolo?) fa, arrivo dritto alla mia conclusione.

Che si formula sostanzialmente così: chi ha perso (Guido Zerbinati) si è fidato di consulenti ricchi ma sbagliati. Gente confusa, obliqua, in mala fede.
In caso contrario avrebbe vinto?
No, ma avrebbe perso solo le elezioni e non anche quel po' di buona immagine che si era costruito in molti anni di lavoro da consigliere.

Sono parecchi quelli che si chiedono ancora perchè non abbia accettato il confronto diretto di sabato 30 maggio.
Ve lo spiego subito: i suoi consulenti gli hanno spiegato che dietro a Roncade.it c'era un disegno di complotto, che un manipolo di mezzi bolscevichi soggiogato dal sottoscritto gli avrebbe teso una trappola, tacendogli le domande prima del confronto ma consegnando i quesiti con largo anticipo a Rubinato.

Cinque anni prima mi arrivarono simili contestazioni scritte - per lettera raccomandata - dallo stesso canale (non da Gianni Rachello!) e l'essermi confrontato personalmente e per un paio d'ore con l'estensore della missiva mi rendo conto ora che non servì a nulla.
Chi ha i neuroni concatenati in modo da temere sempre cose ambigue e sleali - oltre a condurre una vita di cattiva qualità in quanto esperto di ambienti ambigui e sleali - perde il senso delle cose semplici.

La cosa semplice da capire era una sola, e cioè che c'era gente che pensava di rendere un servizio al paese con un'operazione di pura e semplice informazione sotto forma di intervista simmetrica.
La cosa impossibile da capire per certe menti è che la libertà di informazione per la vita di una democrazia pesa tanto quanto la libertà di partecipare ad una gara elettorale attraverso un partito.

La cosa infantile che è infine accaduta - con tutto il rispetto per i bambini - è che gli ultimi due candidati di cui nessuno ricorda ormai più nè viso nè nome, si sono legati mani e piedi alla stessa agenzia di consulenza, promettendo a Zerbinati di dire di no al confronto (e prendendo vigliaccamente in giro quei pochi che alla lista di Sinistra per Roncade hanno creduto in modo genuino).

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Gianni Favero


 
12 - L'antipatia del pallottoliere

9 giugno 2009

La matematica non è un’opinione e tantomeno l’aritmetica. Arbitrario è l’utilizzo dei dati ma qui, se mi si consente di ragionare per estremi e per assurdo, le interpretazioni su quanto è accaduto nel centrodestra a Roncade non sono poi tanto sindacabili.

Primo passo: prendiamo i risultati delle europee e - tenendo da parte per il momento i 2.767 voti leghisti – assumiamo che sulla lista Zerbinati siano confluiti i 2.219 votanti del Pdl, i 47 di Forza Nuova e gli altrettanti di Fiamma Tricolore. Arriviamo a 2.313

Secondo passo: sempre sulla base dei risultati europei, assumiamo che tutti gli altri – e ancora facendo finta che la Lega non ci sia - siano finiti a Rubinato. Fa 3.390.

Terzo passo: correggiamo un errore. Essendoci alle amministrative altre due liste che assieme hanno raccolto 346 voti, immaginiamo che il loro peso abbia inciso negativamente su Rubinato e Zerbinati in modo uguale (anche se erano nate per penalizzare il centrosinistra). Dunque togliamo 173 voti a testa e arriviamo a 2.140 voti per Zerbinati e 3.217 per Rubinato.

Quarto passo: rispetto ai risultati ottenuti alla fine constatiamo che a Zerbinati mancano quindi 1.482 voti e a Rubinato 1.451.

Quinto passo: tenendo presente il gioco delle schede bianche e nulle alle europee che possono essere diventate voti validi alle amministrative, dove le idee di solito sono molto più chiare, il pacchetto di voti mancanti a entrambi è per forza arrivato grosso modo per metà a testa dagli elettori all’inizio non conteggiati, cioè i 2.767 della Lega.

Perciò: di questi, quelli andati a Zerbinati hanno permesso abbondantemente di far eleggere i tre consiglieri leghisti, gli altri hanno consentito a Rubinato di vincere con il vantaggio che sappiamo.

Variante: se vogliamo possiamo ripetere un simile ragionamento postulando invece che tutti i leghisti alle europee abbiano votato per Zerbinati e che sia stato il Pdl a dividersi. Ma mi pare un tantino più azzardato.

Ricordo in ogni caso che il ragionamento fin qui svolto è fatto per estremi, cioè addossando ogni responsabilità per la fuga verso Rubinato del blocco di voti fatali solo agli elettori di un partito.
Più realisticamente si tratta di un mix e dunque la frase va riformulata così:

Affermazione: gli elettori di centrodestra che a Roncade hanno preferito votare Rubinato piuttosto che il loro candidato naturale sono minimo minimo 1.300. Fossero stati anche solo la metà Zerbinati avrebbe vinto comodo.

Va detto, è vero che i militanti sono una cosa e gli elettori sono un’altra, ma è vero anche che i militanti hanno di solito il compito di indirizzare gli elettori a votare in un modo piuttosto che in un altro.
Se poi vogliamo infierire e pensare che forse non tutti quelli dell’Udc hanno votato per Rubinato ...

Comunque è un problema dei diretti interessati.
Se ho sbagliato in qualcosa ditemelo. Grazie per l’attenzione.

Gianni Favero


  
11 - Il diametro dei cabasisi

1 giugno 2009

Avevo promesso una dichiarazione di voto ed è ora di farla.

Una campagna elettorale in fin dei conti non è diversa da una partita di calcio. Ogni spettatore dice la sua, mille spettatori fanno alla fine mille bilanci diversi. Se poi gioca la squadra del cuore non ci sono santi, è difficilissimo che si possano riconoscere maggiori capacità all'avversario o attribuire una sconfitta a fattori che non siano la sfortuna o l'arbitro incapace quando non certamente comprato dai vincitori.
Come in una partita di calcio, d'altronde, non è assicurata la vittoria della squadra migliore. Che i più forti vincano accade spesso ma non sempre, errori e casualità sono quelle incognite che rendono una partita di calcio (ma vale certo anche per altri sport) un'avventura meravigliosa.

Ogni elettore sceglie un candidato secondo un proprio metro. Ce ne sono infiniti, di metri. Programma, amicizia, simpatia, fiducia, prestanza fisica, età, eventi pregressi, eccetera.
Il mio è un calibro, strumento che si usa per i corpi sferici.

Mi fido di un sindaco di quelli che ci servono adesso, di quelli che guardano negli occhi governatori, ministri, prefetti, questori, sindacalisti, banchieri, imprenditori e giornalisti e che sanno analizzare una questione in dieci secondi e nei dieci secondi successivi replicare, senza andare a ripescare dalla memoria modelli di risposta a ciclostile scritti da ghostwriter di apparato.
Uno di quelli che non entrano a gamba tesa ma intanto alzano le mani per dire all'arbitro "non sono stato io". Di quelli che non drammatizzano un fallo subito fingendo agonie a terra per perdere tempo, quelli che non invocano rigori mimando falli inesistenti e capriole.
Quelli che chiedono scusa se riconoscono una propria scorrettezza.

Giocatori che se la giocano, insomma, e che anche con il più corrotto degli arbitri sanno che è meglio perdere in campo che a tavolino. Soprattutto perchè non si può mai dire e comunque si gioca per il pubblico e il pubblico capisce. E' il pubblico, non la classifica, che dà torto e dà ragione.
E' il pubblico che per quei giocatori tornerà o meno allo stadio nella gara successiva (e di gare successive ce ne sono sempre).
  
Il pubblico lo misura, il diametro dei cabasisi, e io ho comprato un calibro apposta.

Gianni Favero

P.S. Per quelli che mi hanno chiesto informazioni sugli sviluppi del caso descritto al punto n.10: no, nessuna smentita pervenuta.


 
10 - Certe piccole voci

22 maggio 2009

Una voce è solo una voce, due voci sono solo chiacchiere.
Tre voci fanno un'ipotesi, quattro un sospetto.
Quando arriva la quinta corre l'obbligo, per stare tranquilli tutti, di chiudere il discorso e porre una domanda che faccia chiarezza.
Con tante scuse se può apparire irriverente, ma la pongo esclusivamente per dovere.

La domanda è la seguente: possono i candidati sindaco di "Il valore del cittadino", Guendalina Crosato, e  di "Sinistra per Roncade", Emilio Natale, gentilmente smentire di aver ricevuto, nel processo di costituzione e formalizzazione delle loro liste, una collaborazione attiva da parte di esponenti - o comunque persone appartenenti all'area - di "Zerbinati sindaco"?

Fiducioso in una sollecita risposta netta e negativa, tale da mettere a tacere sedicenti testimoni di precisi episodi narrati, ringrazio e nuovamente mi scuso.

Gianni Favero


 
9 - La Lega e il senso del sacro

18 maggio 2009

Esiste nella grandissima parte delle culture evolute una comune tradizione millenaria che riconosce la presenza di un senso del sacro nell'essere umano, cioè di un'area personale - ma anche collettiva - in cui ci siano elementi di spiritualità da tutelare in via assoluta.
Una linea che separa le cose del mondo dalle cose del cuore, la nostra caducità fisica da un'aspirazione di infinito, il piccolo interesse del quotidiano da un'idea di elevazione sopra il tempo e la materia.

Chi sostiene che la Lega sia il baluardo delle tradizioni si sbaglia.
Far passeggiare un porcellino sulla terra dove gli islamici pregano o parcheggiare deliberatamente e senza permesso un furgone pubblicitario con le insegne di Umberto Bossi sul sagrato di una chiesa - dove si gioisce per i matrimoni e si piange per i funerali - è per i leghisti pane quotidiano.

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Questo è accaduto oggi, lunedì di mercato. Cercare di capire chi abbia ordinato e mandato il furgone è stato inutile, si nascondono. Se non c'è cuore non c'è cuore e se non c'è cuore non ci può essere nemmeno vergogna.

Gianni Favero


 
8 - Tesi del papi

5 maggio 2009

Primo assunto: in Italia ci sono milioni di uomini che vorrebbero essere al posto di Silvio Berlusconi.

Secondo assunto: in Italia ci sono milioni di donne che, nonostante tutto, vorrebbero essere la moglie di Silvio Berlusconi.

Terzo assunto: in Italia ci sono milioni di squinzie che vorrebbero avere per papi Silvio Berlusconi.

Tesi: se tutti questi soggetti sono anche elettori siamo finiti.


  
7 - Capisco Zerbinati e lo ringrazio

28 aprile 2009

Posso comprendere la scelta di Guido Zerbinati di non esternare più, in mancanza di controparte, i punti di vista della sua compagine sui temi sollecitati dalle nostre domande. Ho avuto un sincero apprezzamento per la decisione sua e dei suoi collaboratori di mantenere fede all’impegno preso con me di partecipare all’esperienza finché è stato possibile farlo anche senza avversario. Aspettando, di giorno in giorno, che il centrosinistra si aggregasse ad una schietta, chiara e corretta gara di idee abbiamo cercato di selezionare gli argomenti meno spigolosi.

Onestamente non sono sorpreso se alla prima questione davvero impegnativa – quella sull’immigrazione e sul futuro multietnico – sulla quale all’interno stesso della coalizione di centrodestra si giocano le discussioni meno semplici anche sul piano nazionale, Zerbinati ha preferito tacere. Proporla era un rischio che andava corso.
Le domande continueremo in ogni caso a formularle, questo canale resta aperto alla partita ad armi pari. Questo è il servizio che io posso rendere alla città, assieme all’invito già rivolto a tutti ad un confronto pubblico nell’ultima settimana di maggio.
Se gli aspiranti prossimi amministratori pensano sia importante provare a convincere i propri potenziali elettori con le idee Roncade.it è qui. Se invece ritengono sufficiente fare affidamento sulla dote di voti personali che ogni membro della lista porterà in virtù delle proprie amicizie, parentele, appartenenze ad associazioni eccetera, allora anche il prossimo sindaco sarà il solito progetto aritmetico, senza passioni e senza freschezza.

Per quanto mi riguarda, ripeto, il mio mestiere lo farò fino in fondo. Non avere fiducia a prescindere nella possibilità di trovare semi di novità sincera prima del 6 giugno è un errore.
Negli ultimi giorni, infine, da cittadino elettore mi concederò un’ articolata dichiarazione di voto.

Gianni Favero


 

6 - Tre cose che non ho capito su Acer e sindaco

2 aprile 2009

Nella lettera che il sindaco ha inviato al presidente di Acer Cittattiva, Riccardo Furlanetto, e, per conoscenza, anche al sottoscritto, c'è qualcosa di sghembo. Ho cercato di ragionarci a freddo qualche oretta e, alla fine, setacciando le varie riflessioni, me ne sono rimaste tre di non risolte.

La prima nel merito. I commercianti, in sostanza, dicono di aver "perso del tempo" perchè evidentemente le fasi di confronto su qualcosa che li riguardava non hanno portato al risultato da loro sperato.
E' un'espressione che probabilmente abbiamo usato tutti in molte circostanze, fosse anche per aver lavato la macchina mezz'ora prima di un temporale. Da qui a parlare di attacco gratuito sostenuto da ragioni politiche, però, mi pare che il passo non sia breve.
Il problema è che in questa legislatura siamo un po' stati abituati a certi sillogismi presi spesso passivamente per buoni. Facciamoci caso.
Ad esempio:
Chi prova a semplificare il linguaggio dice degli slogan, gli slogan si fanno per far polemica e una polemica è immancabilmente sterile.
Oppure: una critica è costruttiva se porta il criticante a convergere sulle idee di chi ha fatto la proposta. Se non è così la critica è miseramente degradata ad "attacco politico".

La seconda riflessione riguarda il fatto che, se il palazzo va alla guerra, mi sfugge la strategia.
Mi spiego. Se Furlanetto dice che quelle cose non le ha scritte lui allora si crea una crisi dentro l'Acer, l'associazione si divide e lavorarci assieme d'ora innanzi - e l'Amministrazione non può non lavorarci assieme - sarà molto più difficile.
Se Furlanetto invece dice di condividere fieramente ogni verbo e ogni contenuto del documento l'Acer si compatta più che mai attorno al proprio presidente ma questa volta è una compattezza nemica contro chi ha cercato in qualche modo di dividere l'associazione. E anche stavolta sso' cc...
Pure scientificamente ricercati.

La terza è una nota di metodo. La lettera di Rubinato inizia con "mi è stato segnalato che sul sito di Roncade.it...".
Ora, se vogliamo definire nel modo deteriore questo spazio come null'altro che uno sfogatoio di non allineati facciamolo pure. Storicamente da via Roma è sempre stato percepito all'incirca come un anomalo rumore di fondo destinato prima o poi a spegnersi, basta avere pazienza.
Però se il sindaco ha bisogno di "segnalatori" anche per vedere, con il più semplice dei gesti, cosa si muove nel calderone del malcontento (di solito la prima preoccupazione di chi ha bisogno di consenso), dubito davvero che abbia il tempo di spendersi in modo diretto per cose roncadesi più complesse.

Sani

Gianni Favero


  
5 - Ma forse l'acqua del Sile-Piave non è buona da bere

18 marzo 2009

Ho cercato di convincermi del contrario e ci sono quasi riuscito, visto che l'acqua di rubinetto continuo a berla con soddisfazione.

Ma c'è poco da fare. Se i nostri dirigenti massimi consumano pubblicamente quella imbottigliata nel Pet vuol dire che non si fidano dell'acquedotto.
Nelle sedute del Consiglio comunale, da tempo immemore, ogni consigliere ed assessore ha davanti a sè una bottiglia da mezzo litro di "San Benedetto", col tappo celeste oppure rosa, ed un bicchiere di plastica anch'esso imbustato nel cellophane.
Bottiglie vuote o quasi piene, bicchieri e cellophane poi, vanno buttati via.

Con l'attenzione che c'è recentemente verso le spese inutili, vorreste forse pensare che - se non vi fossero seri rischi per la loro salute - a quest'ora non avrebbero già pensato ad acquistare caraffe in vetro al mercato (0.50 euro l'una) e una trentina di bicchieri di quelli infrangibili da osteria (0,20 euro l'uno) per riempirli di acqua di rubinetto?

La classe dirigente è lì per dare a tutti il buon esempio che, giustamente, viene seguito. Si fa così, infatti, anche alle sagre parrocchiali: costicine con le mani ma acqua nel Pet che viene da Marghera.
Mettiamocelo dunque bene in testa. A Roncade è meglio bere acqua San Benedetto che acqua di rubinetto.
Per fortuna siamo tutti ricchi e i fastidi ambientali, come l'inceneritore, riguardano Silea e Bonisiolo. Mica noi.

Gianni Favero


  
4 - L'8 marzo, la Cig e le massaggiatrici

8 marzo 2009

Un grosso agente pubblicitario di un'importante concessionaria di una catena di quotidiani del Veneto mi ha spiegato che, in questi tempi di crisi, il fatturato diminuisce praticamente per tutte le categorie di clienti inserzionisti tranne una, cioè le "massaggiatrici" o affini.

La crescita del giro d'affari, negli ultimi tre mesi, è stata vicina al 60%, un dato curiosamente simile a quello calcolato sulle ore di cassa integrazione o sull'ingresso di lavoratori nelle liste di mobilità.

Si tratta, ha precisato, di persone che chiedono di essere contattate a domicilio e che comprano spazi pubblicitari sui giornali pagandoli spesso in anticipo. Donne venete mediamente di 30-40 anni, con abitazioni decorose ma non sfarzose, spesso separate e non di rado con figli che vivono nella stessa casa.

Quando si dice che gli italiani ricominciano a prendersi posizioni lavorative fino a poco tempo fa lasciate agli stranieri forse ci si riferisce anche a questo.

Buon 8 marzo e buon welfare a tutte.

Gianni Favero


  
3 - E adesso tocca a Sartor (Ivano)

22 febbraio 2009

Come ho detto nel precedente intervento, sempre sperando di non abusare dello spazio che da solo mi concedo, il tema sul quale avrei voluto soffermarmi nel passaggio n.2 di questo blog era un altro.
Poi è arrivata a gamba tesa la zerbinata maxima e un mio silenzio su quell'argomento, da devoto alla religione scritta nella Carta Costituzionale, non me lo sarei perdonato.

Riprendo perciò soltanto oggi il mio originario motivo di stimolo, cioè la lettera di Ivano Sartor del 3 febbraio.
Al netto del riconoscimento delle sue oggettive capacità amministrative e delle perplessità sulla limpidezza della scelta di alcuni suoi collaboratori – ma è acqua passata – voglio focalizzare la riflessione sulla questione dell’età degli attuali sindaco, assessori e consiglieri.

Vengo subito al dunque.

E’ vero, fare un discorso solo anagrafico per pesare il valore degli amministratori è grossolano. Non escludo che vi possano essere consiglieri di 60 anni con la freschezza che ci si aspetta da colleghi di 30.
E’ anche vero che, probabilmente, opere pubbliche della portata di quelle elencate da Sartor non se ne faranno più per lungo tempo, magari semplicemente perchè nell’immediato non servono.
Detto questo, e proprio per questo, ciò che credo vogliano dire coloro che parlano di classe dirigente “ferma e vecchia” è che occorre accorgersi che è finita l’era del calcestruzzo paesano e che si è aperta ormai da parecchio tempo quella della politica su temi alti, sovracomunali, nazionali, continentali.
Qui i consiglieri di 60 come quelli di 30 mancano.

Non ci sono. Non comunicano nulla di ciò che pensano al punto che c’è da dubitare che abbiano un pensiero proprio.
A meno che io mi sia perso qualcosa.

C’è stato forse qualche membro della nostra assemblea cittadina che abbia per caso affidato a qualche blog una propria opinione, poniamo ad esempio, sul caso Englaro? O per affrontare a livello di comunità – e a Roncade siamo una comunità abbastanza coesa – la questione del declino dignitoso della vita umana è ritenuta sufficiente la costruzione di una casa di riposo?
Qualcuno fra gli alzatori di mano automatizzati ha mai per caso elaborato un’idea, sempre per buttare lì qualcosa di alto, centrale e urgente, sull’energia? A tutti basta accendere un interruttore, pagare la bolletta e stop?

Ancora, esiste uno dei consiglieri della mia città che possa farci sapere se per caso abbia un concetto di sicurezza che rinnovi un pochettino il tradizionale binomio prevenzione-repressione?

Ecco quello che voglio dire. E’ il non percepire di essere coinvolti in sfide di questo tipo che fa “ferma e vecchia” una classe dirigente. Da parte mia ritengo non sia normale il venire a conoscere, attraverso corrispondenza spesso privata, i punti di vista su temi simili – temi che ci interrogano tutti, ogni giorno, da Bagaggiolo a Washington - di molti lettori di roncade.it ma non ricevere mai un solo pensiero di alcuno fra gli eletti a via San Rocco.

Dopo cinque anni non li conosco e ripeto: non è normale.

 

Gianni Favero


  
2 - Dottore, ho forse capito male?

7 febbraio 2009

Non era nei miei programmi tornare con una mia riflessione a meno di venti giorni dalla precedente e comunque era su altri temi che stavo ragionando.
Però ho come l’impressione di aver preso uno sberlotto a freddo e lo stordimento non se ne va. Ho bisogno, dunque, di essere tranquillizzato.

Vorrei, cioè, avere la sicurezza di aver capito male quanto ha scritto Guido Zerbinati nel suo ultimo intervento a proposito dell’importanza della “sintonia che sale chiara e forte fino al Governo” qualora la sua parte politica riuscisse ad ottenere la guida di Roncade.

Mi permetta, dottore. Per come li conosco io temo Lei rischi di fare un torto ai ministri Luca Zaia e Maurizio Sacconi se rassicura che essi, in caso di affermazione del centrodestra, “saranno molto, molto vicini a noi roncadesi”. Significa, per sottrazione, affermare che adesso non lo sono in quanto l’amministrazione è (almeno sulla carta) di centrosinistra. O che domani saranno meno attenti alle istanze di territori dove il sindaco non sia “omogeneo” alla maggioranza che sostiene il Governo.

Le ricordo che un ministro è un ministro di tutti e che, appartenendo all’esecutivo, il suo compito e le sue prerogative sono e devono rimanere ben distinte dalla dialettica parlamentare.
La distinzione fra i poteri è una linea chiara. Non confondiamo ulteriormente le acque perché su questo tema il nostro Paese è già abbastanza malato di un pressappochismo pesante.

E poi, mi scusi, se vale quello che Lei dice è lecita anche un’estensione del principio verso il basso. Qualora Lei fosse eletto sindaco si curerà di amministrare solo quella parte della popolazione che l’ha votata? Rinnoverà asfaltatura ed illuminazione pubblica solo lungo quelle vie in cui la maggior parte dei residenti Le ha espresso consenso nell’urna?

Ripeto, spero di averLa fraintesa (com’è noto è un problema diffuso fra i giornalisti). Ospiterò in tal caso un suo intervento di chiarimento, che auspico celere, in via assolutamente prioritaria.

Gianni Favero


  
1 - Ho cambiato idea. Lancio una lista

20 gennaio 2009

Avevo giurato che me ne sarei rimasto fuori per sempre ma a questo punto devo confessare la mia debolezza.

Non ho saputo resistere. Fondo un partito, lancio una lista.

Non so se qualcuno, tra i meno disgustati per la mia incoerenza mi seguirà.
Non lo so perchè non sono previsti nè sindaco nè assessori e quindi non c'è motivo di seguirmi, almeno nel campo della normalità.

Sarà un partito di opposizione pura.

Opposizione a cosa è solo un dettaglio. Lo statuto prevede che la nostra ragione d'essere è fare minoranza. Anche per assurdo si arrivasse al 50% più uno degli elettori ugualmente si lascia governare gli altri e noi si fa opposizione.

La qual cosa ha un mare di vantaggi e cose belle da portare.
La prima è che nessuno ti viene a soccorrere come di solito si corre in soccorso del vincitore. Quindi sarà un partito del tutto privo di ruffiani e lacchè e trovatemene un altro.
La seconda è che nessuno ti verrà a chiedere di fargli fare questa o quell'opera pubblica, di dargli questo o quell'appalto, di allargargli la stradina, di condonargli il sottotetto, di trasformargli l'orto in area edificabile. In cambio di cosa poi? Dei voti dei numeri dispari della sua via? Ma se siamo minoranza cosa ce ne facciamo? Meglio non averli, così si è ancora di più minoranza.
La terza è che non devi far campagna elettorale, stringere mani, baciare e abbracciare, ricordarci di un sacco di nomi e chiedere come va, quando in realtà non ci importa un fico secco di come vada. Spendere un sacco di soldi in fotografie ritoccate col Photoshop per levigare i brufoli e tacconare la calvizie.
La quarta è che non devi concentrarti in questioni da sviscerare nel sopore delle commissioni. Non stiamo tanto a discutere. Diciamo no a prescindere e così si va a casa prima. Tanto è questo alla fine che conta.
La quinta è che il sindaco non deve scontentare quelli che volevano fare gli assessori e sono stati scartati. Innanzitutto perchè non c'è sindaco. In secondo luogo perchè chi si candida in una lista di opposizione spinta è un po' mona di suo se pensa anche di fare l'assessore.
La sesta, non da meno, è che in consiglio comunale possiamo dire la nostra senza preoccuparci di null'altro se non di formulare in modo comprensibile quello che pensiamo. E che possiamo anche non andare d'accordo tra noi perchè tanto non abbiamo nulla da perdere e siamo contenti lo stesso.
Anche in questo caso non c'è da preoccuparsi per il voto. Siamo di opposizione per statuto e quindi si vota in modo opposto rispetto alla maggioranza. Perciò anche se ci scappa il sonnellino durante la seduta siamo moralmente autorizzati a farlo perchè non dobbiamo per forza seguire la discussione. Forse che quelli di maggioranza la seguono? No. Loro vengono ai consigli solo per votare. Devono solo stare attenti a non sbagliare e per questo partono da casa con dei segni sull'ordine del giorno fotocopiati. Qui, qui e qui si alza la mano per dire favorevole. Qui, se capita, si vota contro.
La settima cosa bella è che non dobbiamo andare in cerca di alleanze. Non ci serve la faccia di tolla, non ci servono i discorsi detti in modo da prestarsi a dire, dopo il voto, "Ioooo? Ma che hai capitoooo???"
L'ottava è che non ci serve un segretario che ci fa fare cose che non ci passano neanche per la testa.

La nona, la più grande, e scusate se è poco, è che non perderemo mai. Nè il sonno, nè l'appetito, nè una sola ora della nostra vita, nè un solo grammo della nostra reciproca stima e, incidentalmente, amicizia.

Se trovo venti firmatari giuro che presento la lista.
Have a good year

Gianni Favero