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mercoledì
6 agosto
2008

 

Essere il medico di un malato di Sla

L'esperienza di Guido Zerbinati, tutti i giorni con Paolo Ravasin
"Ci sto invecchiando eppure sono sereno. C'è un vuoto normativo ma legiferare sulla vita e sulla morte è un'idea che mi mette i brividi"
  
Dopo il suo video finito nei maggiori siti web italiani hanno parlato di lui e del suo caso il gotha politico locale, dal consiglio comunale di Treviso all’assemblea di Palazzo Ferro Fini, opinionisti di varia estrazione e in conclusione anche la Chiesa attraverso il vescovo, Andrea Bruno Mazzocato.
Della vicenda di Paolo Ravasin, il 48 enne trevigiano immobilizzato dalla Sla e che ha deciso di rifiutare alimentazione e idratazione per vie non naturali, forse l’unico che non ha ancora detto niente e sul quale non si è spesa una parola è il suo medico personale.

Portatore di un dramma parallelo, compresso tra gli obblighi di legge ed un codice etico con frontiere professionali e morali che oggi appaiono spesso sfumate, Guido Zerbinati è uno dei tre nomi pronunciati nel “videotestamento” di Ravasin.

Toccherà a lui decidere, nel momento in cui per rispettare la volontà dell’assistito si rinunciasse a somministrargli acqua e cibo con flebo e sondini, se e quali dosi di analgesici iniettargli per rendere un po’ meno dolorose le sue ultime duecento ore.

“Su Paolo Ravasin ci sto invecchiando. Lo penso e lo vedo tutti i giorni da quando ce l’ho in carico qui, nella casa di riposo di Monastier. Nella mia vita personale e professionale è un evento pesantissimo però sono sereno”
Dottore, da cosa le deriva questa tranquillità, almeno apparente?
“Dal fatto che per me è assolutamente chiaro come, da medico, dovrò comportarmi. La Costituzione assicura ad ogni cittadino la possibilità di scegliere le cure alle quali sottoporsi o meno e sulle intenzioni di Ravasin non mi pare ci siano dubbi. Lui sa quello che desidera, io so cosa devo fare. Ravasin sa anche che rispetterò la sua volontà fino in fondo”
Ma?
“I miei ‘ma’ di ordine morale vorrei metterli da parte, questo appartiene alle mie opinioni ed è un campo indipendente dai miei doveri. Da laico e liberale, tuttavia, percepisco come urgente la necessità di non lasciar soli pazienti e medici senza una legge. Benchè anche questo sia un ragionamento che mi procura un altro genere di brividi”.
Perché?
“Mi raggela l’idea che su momenti così alti e sacri per ogni essere umano, nessuno escluso, venga invocato l’intervento del legislatore. Mi sconforta pensare che un dibattito parlamentare su un argomento tanto delicato e universale possa essere inquinato da calcoli di convenienza politica”.
Nella specifica specifica vicenda di Ravasin lei intravede interferenze di questa natura?
“Rispondo con una manovra larga. Nella Usl n.9 ci sono almeno altri nove casi di sclerosi laterale amiotrofica di cui nessuno sa nulla. Sono persone che hanno scelto di avvicinarsi alla morte nell’amore e nel silenzio dei propri congiunti e noi ignoriamo il sacrificio di quelle famiglie e dei professionisti che le assistono”
La scelta di Ravasin di sollevare pubblicamente un problema va interpretata come una denuncia per un’assenza di regole che probabilmente pesa su molte altre persone nelle sue condizioni. Mi pare che lei non condivida del tutto la posizione del suo assistito. Sbaglio?
“Per carità, lungi da me giudicare questo od altri atteggiamenti. Credo sia impossibile per chiunque mettersi nei panni di una persona colpita da Sla, una delle malattie più crudeli perché non concede speranze e ti lascia lucido fino alla fine. Un consapevole calvario che dura in media 6/7 anni. Chi può mai arrogarsi il diritto di entrare nella mente di questi sfortunati?”
Il suo paziente, prima di firmare la sua decisione, si è confrontato con lei ed altri suoi colleghi almeno tre volte. Avete mai cercato di orientare la sua scelta?
“No, nel modo più assoluto. Lui ha fatto delle domande e noi abbiamo risposto con chiarezza. Fino a quando ha avuto tutti gli elementi per una valutazione esclusivamente individuale”.

Gianni Favero