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Ma terra non

è edilizia

   
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Si tratta di un'equazione mesozoica.
Chi concepisce lo sviluppo solo in termini di maggiore cemento dovrebbe dimettersi subito da ogni incarico
  

 

20 febbraio 2008

Ho letto con attenzione l’ultimo documento nella rubrica “Semo del Gato”, quello che riguarda il PAT e i meccanismi che lo regolano.
Tutto ben esposto, nulla da dire, finalmente qualcuno si prende la briga di spiegare ai cittadini con parole semplici ed immediate i non agevoli percorsi delle leggi regionali, delle delibere comunali e degli indici di perequazione.

Quello che mi ha lasciato perplesso è un passaggio in cui si dice: La quantità della edificabilità viene sostanziosamente ridotta rispetto al PRG laddove si fissa un limite massimo di area agricola trasformabile in edificabile. Rispetto al PRG si passa da circa 150 ettari (di per sé una fesseria di nuove aree rispetto alla domanda interna ossia di cittadini roncadesi) a circa 75 ettari che risultano a mio avviso francamente asfittici rispetto alle necessità soprattutto tenendo conto della superficie totale del territorio comunale che è la seconda della provincia.
Che significa? Che siccome c’è tanta terra allora dobbiamo edificarci sopra per forza? Magari diventando come Casale sul Sile o Casier, una anonima e squallida distesa di villette a due piani?

L’equazione “terra uguale edilizia” è mesozoica, figlia di un concetto deprimente del territorio, basterebbe guardarsi attorno per capire che la strada da percorrere è esattamente quella opposta. Da qualche tempo si parla della prossima esplosione della bolla immobiliare anche in Italia, fenomeno più che mai prevedibile visto il forsennato indice di edificazione mantenuto negli ultimi anni, allora il mercato sarà invaso dall’offerta sovrabbondante di appartamentini e villette a schiera, e scopriremo che non ci saranno compratori a sufficienza.
È innegabile che l’Amministrazione potrebbe ricavare dal giochino della concessione edilizia contro lavoro pubblico un bel po’ di denari, o di progetti da portare come realizzati (piscine, parcheggi, piste ciclabili, etc.) alle successive campagne elettorali, ma ne vale la pena? Settantacinque ettari di campagna da cementificare possono dirsi una quota a asfittica?

Come è prassi ormai diffusa in questo Paese, ognuno tira l’acqua esclusivamente al proprio mulino disinteressandosi di tutto il resto, ed è chiaro che niente concessione edilizia, niente business per costruttori edili, geometri e architetti. Se interpellati sull’argomento, come volete possano dire che si è costruito troppo e che non c’è più bisogno di alloggi e capannoni? Sarebbe come premere volontariamente il grilletto della pistola che si tiene puntata alla tempia.

Personalmente ho un’idea diversa. Edificare può anche essere sinonimo di riconvertire, cioè abbattere l’esistente costruito senza criterio decenni prima e ricostruire, ma per fare questo è necessario che i soggetti coinvolti –amministratori pubblici, imprenditori, professionisti- remino tutti nella stessa direzione.
Altrimenti edifichiamo altri 150 ettari, facciamoci venire ad abitare migliaia di persone con le loro auto, aggiungiamo un pizzico di traffico inceppato sulla Treviso-Mare per via dell’Outlet (o quel che sarà), e fra due anni quelli che hanno lucrato sulla speculazione edilizia lucreranno anche sulla costruzione di nuove strade e tangenziali, chiudendo il circolo del loro personalissimo successo. Tutto a discapito di residenti ed ambiente.
Forse è il caso di fermarsi, di sedersi attorno ad un tavolo e chiarire prima quali siano le linee di sviluppo del Comune nell’insieme dei suoi aspetti sociali, economici, ambientali e culturali.
Chi invece avesse ancora in testa l’idea che sviluppo vuol dire più strade, più fabbriche e più case, dovrebbe dimettersi subito da qualunque incarico in generale, e dovrebbe ricevere non più dimostrazioni di solidarietà di quante se ne possano contare sulle dita di due mani.

Come sempre con la speranza di aver capito male.

Lorenzo Pezzato