TITY.jpg (7413 byte)
   

Una storia

di pianura

   
PANEVIN.jpg (10754 byte)
         
Un fuoco, una benedizione, le biciclette e l'aeroplano
  

 

5 gennaio 2006

Panevin

La piccola processione era disordinata e allegra, la luna una moneta pallida e altissima. Potevo indovinare le giacche a vento ed i paltò scuri di quelli che mi camminavano davanti solo perché la terra gelata riverberava un chiarore di alluminio. Il vigneto a sinistra era regolare e splendido, senza pali di cemento, come quelli in uso ormai ovunque, ma retto da pertiche di legno irregolari in lunghezza e spessore. Le piante resistevano fiere, con le braccia stese e tenendosi per mano. Tutte viti, raccontava agli ospiti Antonio, il padrone di casa, portate dalla Francia da un suo antenato, sul finire dell ‘800.

Della famiglia di Antonio, benché fossimo amici dai tempi delle partite a pallone nel campetto dell’oratorio, non sapevo un granché. Percepivo una specie di ritrosia, tra gli adulti che frequentavano la mia casa, nel toccare vicende legate al suo cognome. Il discorso svicolava rapidamente, avevo intuito che aveva alle spalle un nonno paterno ingombrante. Una storia che prese forma, un po’ alla volta anche se con improbabili esagerazioni, durante le mie permanenze da adolescente sulla poltrona di un anziano barbiere. Ricordo che almeno un paio di volte, mentre mi tagliava i capelli, alternandosi inquieto sullo specchio da sopra la mia spalla destra a quella sinistra, ripercorse quasi infiammandosi alcuni suoi ragionamenti ossessivi ambientati in un tempo per me troppo lontano. Fermo, in suo ostaggio, irrigidito per l’accelerazione delle sforbiciate, alla fine capii che era una faccenda di partigiani e di biciclette requisite. Il nonno di Antonio, industriale meccanico, ultimo segretario fascista del paese prima della caduta del Duce, con la venuta della Repubblica di Salò lasciò ogni incarico ma insistette perché fosse nominato commissario un giovane ed ambizioso ufficiale. Consapevole dell’ottima copertura e bramoso di mettersi in luce, il commissario volle affrontare di petto i primi nuclei di disertori che andavano organizzando la Resistenza e, una notte d’estate, mandò le guardie in una casa colonica dove sapeva essere in corso una riunione clandestina. I partigiani riuscirono a fuggire e le brigate nere, infuriate, diedero fuoco alla fattoria, portandosi via le loro biciclette. Qualche giorno dopo i ribelli, che ne pretendevano la restituzione, tesero un agguato al commissario, lo sequestrarono e lo portarono in caserma, dove, però, le bici non c’erano. Lui spergiurò di non saperne nulla e nacque un’accesa discussione. Uno dei suoi, pare, perse la testa, i partigiani reagirono e nel conflitto a fuoco che ne seguì rimase ucciso proprio il commissario. Da lì in poi, per oltre un anno, in paese fu tutto un succedersi di rappresaglie e vendette, e si contarono quasi quaranta vittime tra le quali lo stesso ex segretario che, lo sapevano tutti, era ancora quello che tirava i fili.

Venne la Liberazione, il fratricidio si spense ma, per rimorso, vergogna o paura, furono molte le  famiglie che preferirono emigrare, chi in Piemonte, chi in Liguria, chi oltre le Alpi..

La pelle dei campi, nel punto in cui stavamo camminando, è lievemente incurvata, pende verso il limite dell’argine. Ci scorreva un ramo del Piave, forse mille anni fa. Quando se n’è andato ha lasciato il segno, come l’impronta sul letto di un amante uscito all’alba.

Dopo un po’ voltammo a destra, seguendo antichi confini di proprietà e costeggiando una linea di pini marittimi. Oltre il fiume un fuoco era già acceso, altri se ne intuivano, dalle bolle di nebbia rossastra, dietro le case della prima periferia. Non fosse stato per la tangenziale vicina si sarebbe percepito anche lo sfarinarsi della brina sotto i passi di chi mi seguiva, fantasmi ancora sconosciuti in attesa di ricevere una dimensione e un corpo dalle fiamme che si sarebbero presto elevate.

Ci fermammo in uno spiazzo dove una  quindicina di giovani chiassosi si erano già disposti a semicerchio. Al centro il cumulo di legna stava aggrappato ad un palo centrale, c’era già odore di cenere forestiera e una coppia sulla sessantina discuteva sull’origine della nebbia lieve che scioglieva i contorni ad un palmo dal suolo. E’ perché il fiume è vicino, disse lui. No, è il fumo degli altri panevin vicini, lei propose, perché il nostro è in ritardo. Ora che lo accendiamo la fuliggine degli altri sgombrerà il campo, questa non è terra sua.

Un ragazzo con i capelli lunghissimi stese a terra un vecchio tappeto e vi si accovacciò, nonostante il ghiaccio, tamburellando due piccoli bonghi stretti tra le gambe. Il figlio di Antonio tolse di tasca una bottiglietta di plastica a forma di madonnina, con il tappo azzurro che faceva da corona sulla testa. Ligio alla raccomandazione della nonna, rimasta a casa per il freddo, si tolse un guanto con i denti, bagnò le dita della mano nuda con l’acqua di Lourdes e tracciò verso la catasta un segno di croce. “Cretino, almeno fallo con la destra”, disse ridendo uno degli altri, con la voce di uno che non ha la barba ancora tutta spuntata.

“Ma dài, è lo stesso. Adesso accendi che si gela”. Gli fece eco un terzo. 

Avvertii per un attimo il profumo di un calicantus e, istintivamente, mi girai per cercare l’origine della scia.

Impossibile, nel buio, ma nella direzione in cui volsi lo sguardo fui sorpreso di cogliere una cosa soltanto. Forse era merito del lucidalabbra, ma la bocca della ragazza silenziosa, a non più di cinque passi alla mia destra, rimandò l’arancio intenso del falò più lontano che ardeva oltre il fiume. Due brevissimi tratti paralleli, come di pennello intinto nell’acrilico, gocce finalmente calde dentro tutte le varianti di grigio scuro in cui fluttuavamo da almeno mezz’ora.

Il fuoco poi esplose verticale, quasi gridando, le persone attorno furono abbracciate da una sfera di fisicità primordiale e intrisa di inverno vivo. Le faville grattarono il blu, la tangenziale annegò nell’abbaglio. Il panevin sull’altro argine si ridusse ad un’eco distorta nella lente liquida dell’aria arroventata.

Il caldo si fece più intenso, il circolo si allargò, arretrando. A non muoversi fu lei, almeno mi parve. Me la trovai davanti di qualche metro, immobile, con le mani in tasca ed il volto alzato a fissare il vertice della pira, dove la fiamma frustava il buio. Qualcuno mi spiegò che era figlia di compaesani trasferiti quarant’anni fa in Svizzera, tornata qui per le vacanze di Natale per trovare gli zii ed alcuni amici, tra cui il figlio di Antonio. Intuii dai riflessi il biondo dei suoi capelli lisci, potevo disegnare con lo sguardo, il profilo delle sue gambe che traspariva in controluce dalla gonna lunga. Minuti arcani, sospesi nel rito pagano. Faville a mattina, anno incerto.

Poi l’incantesimo declinò, la gente fece il mezzo cerchio di rigore in senso antiorario attorno al falò e ritornammo verso casa, restituiti al gelo.

Mi volsi, dopo un po’, per un’ultima occhiata al panevin e notai una momentanea e violenta inversione del vento sulla sommità. Qualche fiocco incandescente di legno leggero volò lontano, non riuscii a vedere, coperto dagli alberi, il punto di caduta. Però fu chiaro un quarto d’ora più tardi, quando Antonio stava già stappando le oneste bottiglie polverose della sua cantina. Entrò un amico del figlio, urlando quasi divertito, saltellando sulle Nike. “Incendio, baracca degli attrezzi, telefono, pompieri”. Le faville impazzite erano cadute davvero lontano, il vecchio ripostiglio in legno e mattoni stava già ardendo di una fiamma fiera e vorace. C’era una strana eccitazione, Antonio non drammatizzò, disse che dentro c’era ben poca cosa e che nessuno lo usava più da anni. I vigili del fuoco lavorarono una mezz’oretta e poi bevvero del vino con noi. “Peccato per le biciclette”, disse il comandante, allargando le braccia e indicando un ammasso di telai anneriti trascinati sul prato. “Belle bici, aggiunse, con i freni a bacchetta”. Antonio non capiva ma non volle approfondire. “Non importa – minimizzò, disinvolto – erano vecchie”.

Tra la gente non vidi più la ragazza, seppi che era andata via per non perdere il suo volo per Zurigo. La luna era scesa, notai che il cerchio era già largo ed intercettava la traiettoria degli aeroplani che arrancavano in mezze spirali, guadagnando quota sopra Tessera, pochi chilometri a sud. Uno ci passò quasi sul bordo e disegnò alla luna un baffo splendente allungato sul nero profondo.

Alzai il bicchiere.