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Il blog per il 2006 non può che iniziare con il fondato timore di dover affrontare un anno difficile. Per tutti ma per   Roncade in particolare.
Ci sbaglieremo?
  

TERRI-BLOG

15 - Via Roma e la sindrome della polemica

5 novembre 2006

Ricordate il "lasciateci lavorare" del primo Berlusconi?

Quando il Cavaliere  pronunciò quell'appello subito diventato famoso, in una fase in cui non era ancora stato molto sgrezzato alla disciplina delle esternazioni,  i commentatori politici di opposizione non ebbero grandi difficoltà ad inquadrare il significato autentico di tali parole.
Berlusconi, si disse, non ancora in grado di comprendere la differenza che c'è tra la gestione di un'azienda e quella di un paese con regole democratiche definite secondo la Costituzione, manifestava un enorme disagio nel dover accettare critiche al suo operato sia dal centrosinistra sia dalla stampa. La quale, indipendentemente dalla testata, qualsiasi commento negativo o semplice distinguo rivolgesse al Governo diventava automaticamente un bollettino comunista, bolscevico eccetera.

Con gli anni non si può dire egli lo abbia accettato ma, almeno, un po' si era abituato. Non di più, intendiamoci. Comprendere che i ruoli di opposizione e stampa libera fossero istituzionalmente proprio quelli per i quali si è sempre lamentato sarebbe stato da lui pretendere troppo.

Il guaio è che in questo modo, dài e dài, qualcuno ha cominciato a credere che il Cavaliere non avesse tutti i torti nel ritenere che chi lo contestava lo facesse per il puro gusto di attaccarlo frontalmente, nel pensare che davvero vi fossero delle "campagne di odio", singole o strutturate, contro di lui.

Venticello, questo, che pare essersi infilato anche tra gli infissi del municipio di Roncade.

Ci si permette di raccogliere qualche dubbio e di far osservare al sindaco che da quaranta giorni siamo senza un assessore?
Ecco che Giacometti apostrofa l'iniziativa parlando di "polemiche tanto chiassose quanto sterili". Il rumore disturba il manovratore.

Si osa far notare al primo cittadino che l'inserire i nomi dei Repubblichini, tra i caduti in guerra e i volontari della Liberazione, non è cosa coerente con quegli stessi valori costituzionali per la cui difesa, pochi mesi or sono, l'Italia si è sollevata con un referendum, appoggiato con convinzione dal suo stesso partito?
Macchè anche questa è solo voglia di far polemica.

L'utlizzo in un commento di un termine, che magari non era il più proprio ma nemmeno così fuori bersaglio, viene nervosamente interpretato come un cavallo di Troia portatore di significati gravissimi. C'è inquietudine, da qualche parte Ulisse sta pensando a come forzare le porte Scee e ad incendiare la città.

Come fosse divertente, comodo e conveniente - ai fini dei rapporti tra i "polemisti" con l'amministrazione cittadina - far giungere ogni volta a palazzo i malumori di chi ha qualcosa che lo rende scontento o cercare di far da sentinella e chiamare l'altolà quando l'amministrazione oggettivamente, o almeno presumibilmente, compie qualche maldestra scarrocciata.

Se il consiglio intero si è ormai adagiato su un modello bulgaro di consenso, almeno non ci si irriti se qualche fastidio possa venire da chi non ha altro potere se non quello di scrivere - e lasciar scrivere - i pensieri propri e dei concittadini su un sito internet.

Gianni Favero


14 - Che nostalgia, Boris Mascia

29 settembre 2006

Caro Boris Mascia, questa sera ho visto in tv per la centoventunesima volta una puntata di Don Camillo e Peppone e mi è venuta una botta di nostalgia.
Una semplice associazione di idee, intendiamoci, ma che mi ha riportato indietro nel tempo, quando le assemblee consiliari erano a volte costellate da scintillanti schermaglie tra te e l'allora sindaco Ivano Sartor.

Forse adesso tendo a mitizzare quei tempi. La memoria, si sa, accentua sempre ciò che si ha piacere di richiamare alla mente.
Però, Boris Mascia, quanto mi mancate tu e il baffino...

Ora lui se n'è andato e tu ti sei inpantofolito. E' vero, se n'è andato via con lui - in un certo senso mettendoti le corna - anche Renato Pravato ed al suo posto è arrivato magari pure un bravo ragazzo però con l'effetto di allungare con la camomilla il profondo valium padano. Ti capisco.
Però renditi conto che sei rimasto l'unica speranza e, mi dispiace, questa è anche una responsabilità.

Speranza di cosa? Ma è presto detto.
Devi farci vedere se la signora che ha occupato la seggiola di Sartor è umana o, come in molti già sospettiamo, una creatura scappata da Blade Runner. Ricordi quello splendido film del 1982, quello dei replicanti?
(Dio mio, a momenti mi scappava di dire arridatece er baffino... ti rendi conto?).
Il baffino, magari per puro gusto accademico, non restava sordo ai tuoi arrembaggi. Professionale sì, fino in fondo. Però si scaldava pure e noi tutti là a vedere il duello di parole, quel flusso verbale che quasi si faceva materia correndo tra il tuo posto e quello suo.

Ma quella lì? (Quando c'è, naturalmente. Sennò hai ragione, è come dribblare una mezza dozzina di terzini piantati in terra col vinavil, arrivare in fondo e trovare in porta - ammesso che la porta ci sia - un portiere con la vista del ragionier Filini).
Quella controargomenta con un birignao grammaticalmente impeccabile, ispirato come lo speaker delle stazioni ferroviarie, dardeggiando annoiati sguardi al laser criocauterizzanti. Quella lì ha lo stomaco tappezzato di moquette, ha trasformato i suoi grovigli interni in ingranaggi e ora, clan clan clan, marcia su cingoli inarrestabili lungo traiettorie che si è tracciata da sè e per sè.

Caro Boris Mascia, sai che, rispetto a lei, mi è più facile immaginare Condoleeza Rice che indugia intenerita, per mezzo secondo, che so, su un passero che ruba una briciola sopra un tavolino di un bar?

Eppure sento che non è così, Boris Mascia, ma ci vuole tutto il tuo impegno per compiere il miracolo. Provaci, falla alterare, spostala di un micron dalla sua monorotaia disperatamente rettilinea. Ci sarà lì dentro un po' di temperatura, un po' di sangue. Ci sarà pure un po' di odore di terra su quella pelle, no?
Se solo una volta battesse un pugno sul tavolo, se pronunciasse una sia pure castissima imprecazione a mezza voce...

Facci questo regalo, Boris Mascia. Ce la puoi fare. Te ne saremmo grati per sempre.

Con amicizia.

Gianni Favero


13 - Oriana Fallaci e Giacinto Facchetti

21 settembre 2006

Si apprende che nel corso dell'ultima seduta del Consiglio Comunale di Roncade sia stato osservato un minuto di silenzio in memoria di Oriana Fallaci.
Non si hanno notizie di un minuto di raccoglimento in onore di Giacinto Facchetti.

Ma saranno più numerosi i roncadesi che hanno letto libri come "Niente e così sia", "Lettera ad un bambino mai nato" o "Un uomo", riferibili alla scrittrice, oppure ad aver rischiato l'infarto, la notte del 19 giugno del 1970, guardando Italia-Germania 4-3 ai Mondiali del Messico?

L'obiezione possibile è che gli argomenti affrontati da Fallaci negli ultimi 15 anni (cioè da "Insciallah" in poi), vale a dire il difficilissimo rapporto tra l'Occidente e l'Islam - se vogliamo, tra Cristo e Maometto - sono di gran lunga più pesanti e sentiti rispetto al calcio.

Ma saranno più numerosi i bambini roncadesi iscritti alle società sportive e che si allenano due volte la settimana e poi la domenica si confrontano sui campi con genitori in fibrillazione al di qua della rete oppure quelli che frequentano regolarmente il catechismo con le famiglie preoccupate di far bella figura al pranzo della Cresima? Mah.

Oriana Fallaci era una lucida, tagliente, splendida, passionalissima, irripetibile e spietata analista sociale e politica quasi come Indro Montanelli (e il minuto di silenzio per Montanelli, a proposito...?) capace probabilmente anche di superarlo, quantomeno in antipatia.

Giacinto Facchetti forse l'ultimo dei gentiluomini del calcio, un mondo così puzzolente e compromesso dal quale anche Francesco Saverio Borrelli ha preferito togliersi d'impaccio, ritenendolo irrecuperabile.

Però noi siamo fatti così: godiamo nel comperare i pacchetti di Sky per vedere partite truccate rispetto alle quali il wrestling ormai fa poca differenza. Che c'importi veramente, sostanzialmente e profondamente qualcosa dei dibattiti teologici sul rapporto tra le Scritture cristiane ed il Corano, permettetemi, nutro qualche dubbio.
Chiedo scusa se qualcuno si è  offeso.

Gianni Favero


12 - Il golpe degli opinion leader

28 agosto 2006

Non servono network di colonnelli infedeli, per insinuare un indolore sovvertimento delle funzioni costituzionali bastano gli opinion leader. Forse non lo sanno.

Questi due mesi trascorsi dall'ultima pagina scritta nel blog sono stati popolati, relativamente agli indirizzi e.mail di questo sito, da una fila di penitenti venuti a confessarsi. Con la differenza che costoro non avevano in realtà nulla di cui doversi pentire ma parecchi "sacranoni" da scaricare. E' stato estremamente istruttivo. E divertente pure.

Il teorema che ne emerge - e del quale sono piuttosto persuaso - è che l'attuale amministrazione ha sposato senza indugi la strada della tecnocrazia facendola passare, grazie all'utile sponda degli opinion leader, per un'evoluzione della democrazia.
Ragioniamo da principio.

In un Comune la popolazione, ogni cinque anni, elegge dei consiglieri che formano un'assemblea. E' il parlamento, il più elevato degli strumenti di sovranità locale. Il consigliere è colui che, assumendosi la responsabilità ed accettando di essere un eletto, per i suoi elettori diventa il primo dei referenti.
In parole povere (e il più delle volte, purtroppo, in teoria) il consigliere è il collegamento naturale tra l'organo esecutivo (la giunta) e la popolazione, e dovrebbe trascorrere il tempo a correre di qua e di là ad ascoltare, spiegare, chiedere, parlare, telefonare (mandare e ricevere e-mail, se serve anche chattare) alla gente per poi trasferire quanto ha recepito in discussioni aperte e pubbliche nell'aula consiliare.

Per questo è il consigliere che, su operazioni come quella di pianificazione territoriale in questi mesi oggetto del Pases o, in modo più ristretto, nei disegni di riqualificazione dei centri storici, deve essere il "dominus" del processo in quanto produttore di proposte. Significa far politica.
Altrimenti, è automatico chiedersi, se non è per rappresentarci quel consigliere perchè lo abbiamo votato?
In sintesi, l'opinion leader naturale e legittimato dal voto sulle questioni che attengono la vita della collettività è il consigliere comunale. Punto.

Invece cosa sta succedendo?
Succede che l'esecutivo (leggi il sindaco) ha incaricato un tecnico di individuare un altro tecnico al quale affidare il compito di ascoltare un certo numero di cittadini scelti discrezionalmente (quindi non eletti) dal sindaco e dal primo tecnico.
Dunque un aggiramento pressochè netto dell'assemblea alla quale - quasi per fastidioso obbligo - sarà lasciata la responsabilità di approvare, a cose fatte, un progetto architettato da tecnici su indicazioni fornite da opinion leader non democraticamente designati e quindi non responsabili (e sempre che il lavoro degli opinion leader non sia altro che uno strategico e semplice gioco di specchi, di fatto inefficace rispetto alla definizione delle scelte finali).
In una parola siamo al doping della democrazia.
Tutto senza la minima manifestazione di disagio nelle sedi proprie da parte dei consiglieri in questo modo allegramente privati delle loro funzioni.
Chi fa e chi lascia fare perchè così fa meno fatica e non va a combatar.

Ribadisco, in sostanza, dopo due mesi di ragionamento, quanto scritto il 1 luglio scorso: il modello degli opinion leader è un ibrido che non ha nè capo nè coda, essi non parlano se non a titolo personale ed occupano in modo abusivo (o almeno si sovrappongono) funzioni che legittimamente spettano al consiglio comunale.
Il quale, lo ricordo un'ultima volta, è tenuto ad assolverle.

Gianni Favero


11 - L'invereconda leggerezza degli opinion leader

1 luglio 2006

Adesso hanno inventato i confronti con gli "opinion leader"...

Questa ci mancava, in effetti, ma le vie del marketing passano per il brainstorming.
Sissignori, la tempesta di cervelli.

Cosa succede, dunque? L'intenzione, alla radice, è anche comprensibile: si cerca di generare un confronto su come sia meglio concepire e sviluppare il centro storico facendo incontrare architetti - designati non si sa come - con roncadesi portatori di pensiero, ma anche questi scelti non si capisce con che criterio.
Non lo si capisce, tanto che gli altri, quelli restati fuori, hanno i cabasisi legittimamente frullanti.

Di fatto si convocano riunioni ristrette, una ventina di persone, in cui i detentori di un progetto precostituito, a meno di irrilevanti limature, garbatamente ma con linguaggio forbito e così appropriato da non ammettere quasi repliche senza rischi di sfigurare, espongono il cosa e il come.
Con l'illusione finale, per chi ha architettato tale procedura, di aver compiuto un'operazione di democrazia e di poter dire poi - e questo lo si è già fatto in altri casi - di aver "incontrato la popolazione e di non aver ricevuto contestazioni".

Ma quale popolazione? Chi diavolo sono gli opinion leader? Chi ha detto che gli opinion leader sono per forza quelli a capo di associazioni o gruppi e non quelli che - appunto perchè da associazioni e gruppi si tengono lontani - un'opinione propria più forte, ragionata, indipendente e incontaminata magari ce l'hanno?

La teoria del guitto, amici compaesani, fa scuola.

Ricordate cosa scrisse nel gennaio del 2006 su questo sito l'ex sindaco a proposito dell'arte? "Non è bene - disse - che decidano i cosiddetti 'cittadini qualsiasi' dal dubbio gusto 'medio', né devono decidere gli amministratori pubblici qualora incompetenti sull’argomento; le scelte vanno piuttosto affidate a competenti senza valicare pretese di invasione di campo da parte dei guitti. La democrazia non è il potere ai guitti".

Ecco, con una transposizione più che fedele, la dinamica degli opinion leader riproposta in materia di urbanistica, architettura e chissà cos'altro ancora. In sintesi ed in altre parole, si ritiene che ascoltare tutti, dal basso, sia una perdita di tempo, un fastidioso percorso ad ostacoli che magari nasconde qualche sorpresa, qualche dissenso che squaderna i disegnetti fatti lassù.

Signori opinion leader, giocondi alibi semoventi di cartapesta, riuscite davvero a sostenerla la vostra leggerezza dell'essere?
Qualche altro brainstorming magari sta già covando nella cantina del vicino. E il frullo di cabasisi diventerà un tornado.

Viva la revolucion.

Gianni Favero


10 - Poveri casalesi, campagnoli fra tre città

18 giugno 2006

Povero Casale, comune schiacciato fra tre città.

Ai vecchi tempi era diverso.
C'era una grande pianura, c'era una città in mezzo e, attorno, circoli di municipalità via via più larghi che partivano da quelli della "cintura urbana", i quali facevano da cuscinetto tra la città ed il cosiddetto "comprensorio".
Insomma, le  cose erano chiare, più o meno si capiva quando, viaggiando  in automobile, ti avvicinavi o ti allontanavi dalla città.

E adesso? Adesso la libidine di poter scrivere "città" sui cartelli stradali ci sbarella le antiche certezze. Ci eravamo da poco abituati allo strano andamento da elettrocardiogramma topografico dal quale si è rapiti viaggiando sulla Treviso-Mare in direzione sud, quando dalla città-Treviso si passa al paese-Silea e di nuovo alla città-Roncade che ti arriva Preganziol a sconvolgere il ricostruito equilibrio.
No, non ci voleva.

Primo, perchè chiamare città anche Preganziol riproduce sul Terraglio l'effetto Treviso-Mare di cui sopra, lasciando mortificate quelle poche centinaia di metri del comune di Casier che occorre attraversare uscendo da Treviso.

Secondo per un'ovvia ricaduta in termini di inflazone sul poderoso sforzo dell'ex sindaco di Roncade Ivano Sartor, nel 2002, volto con successo a far ribattezzare questo paese con il titolo di città.

Terzo, per il sentimento di profonda compassione che ciascuno di noi indubitabilmente prova pensando ai cugini casalesi, mestamente condannati ad esser chiamati campagnoli dai vicini moglianesi, roncadesi e adesso anche preganziolesi.
Se, con comprensibile rigurgito riparatorio, ci si mettono pure i sindaci di Silea, Casier e Quarto d'Altino il rischio di un'ondata di profonda depressione è assicurato.

Orsù, amici di Casale, bisogna far presto. Carta bollata, una cinquantina di pagine di dossier: che ci vuole a sostenere l'antica valenza di Casale come polo commerciale fluviale con qualche bella foto dei burci sul Sile? E poi di fronte all'emergenza psicologica, il Capo dello Stato non negherà certo anche a voi l'agognato titolo...
Forza, dunque. Non negherete mica di esservi accorti di come, dal 2002, qui a Roncade siamo tutti più abbronzati e circonfusi di distaccata fierezza?

Todos caballeros, adelante!

Gianni Favero


9 - Tombotti store, non c'è molto da ragionare

4 giugno 2006

Parco commerciale, Outlet o quant'altro, è chiaro che prima o poi questo nodo sarebbe arrivato al pettine. Un nodo che ha radici antiche e che risale al momento stesso in cui si è data via libera alla costruzione di capannoni in un'area astrattamente commerciale-direzionale (ma cosa vuol dire?) definita nelle carte del paese ormai sette anni fa.

Dato che l'Italia è una terra in cui prima si costruisce un ponte e poi, per giustificarlo, si scava sotto un corso d'acqua - e Roncade non fa differenza - al privato investitore capannonnaro si è detto: intanto edifica pure, poi vedremo. In effetti parallelepipedi come quelli si prestano a qualsiasi cosa. Chi non conserva in casa vecchie scatole di biscotti con l'intenzione, prima o poi, di usarle per conservarci oggetti più o meno alla rinfusa?

Punto e a capo, dice il sindaco, ormai ci sono.

Ora la questione - par di capire e sempre in base alla linea di pensiero dell' amministrazione comunale - è scegliere come impiegarli per generare un processo di "sviluppo del nostro territorio", indicando, ad esempio, la capacità delle attività che si andranno ad insediare di richiamare visitatori (molto forzatamente equiparati a potenziali turisti) e di generare occupazione.

Riflettiamoci un attimo.

a) Occupazione. In ogni sede in cui si discuta dello stato dell'economia trevigiana ci viene ripetuto che di preoccupazioni in questo senso ve ne sono poche (un tasso di disoccupazione del 4% circa è ritenuto frizionale, cioè fisiologico e non ulteriormente riducibile). In particolare, spiegano gli analisti, se c'è un comparto che di problemi occupazionali non ne ha è proprio il terziario.

b) Indotto turistico. Qui personalmente nutro dubbi di un certo peso. Ad esempio, mi chiedo a quanti di coloro che si rechino a Riese Pio X per acquistare qualcosa nell'outlet della Replay venga in mente, già che ci sono, di visitare anche la vicinissima casa del futuro papa Giuseppe Sarto.
Poi, di fatto, già ben riforniti di prodotti del moda system, cosa verrebbero a fare in centro a Roncade i clienti del "Tombotti store", a parte due foto al castello e una passeggiata sotto i portici corredata da un caffè? Magari effettuare un prelievo bancomat per comperarsi dieci viti a pressione o un mazzo di fiori, oppure ordinare un timbro? O forse ancora non lo sappiamo ma nell'area ex consorzio è prevista anche l'apertura di un sexy shop?
Amici compatrioti, il mistero si infittisce.

In conclusione, non credo che tentare un confronto con le altre località italiane in cui sia stato insediato un caravanserraglio di spacci aziendali - così come il sindaco spiega si sta facendo - serva a fornire indicazioni utili.
Primo perchè ogni luogo - per caratteristiche proprie assolutamente originali e diverse le une dalle altre e per aspetti legati, ad esempio, alla viabilità ed alla collocazione geografica di vicinanza o meno alle città - ha una storia a sè.
Secondo, perchè i dati oggettivi li conosciamo e fare una previsione non troppo fuori bersaglio non richiede grossi sforzi di immaginazione.
La faccio io? Eccola: l'outlet provocherà una flessione di ricavi ai titolari di negozi di abbigliamento e calzature, sarà del tutto indifferente per gli altri e determinerà rallentamenti praticamente quotidiani sulla Treviso-Mare almeno nel tratto tra il casello di Treviso Sud ed il semaforo di Meolo.

Se mi sbaglio prometto una passeggiata in mutande in piazza una qualsiasi domenica mattina, dopo la messa delle 10, anche in gennaio.
Il sindaco rilancia?

Gianni Favero


8 - Manifestazioni e sponsor, serve cautela

8 maggio 2006

Il ragionamento è semplice e molto comprensibile. Le casse dei comuni, per varie ragioni, sono sempre meno pingui, le voci di spesa che si possono tagliare non sono certo quelle dei servizi diretti alla popolazione - dall'assistenza al trasporto scolastico - e quindi, come si sceglie di fare dalla notte dei tempi, da ridimensionare rimane il budget destinato a ciò che viene ritenuto inessenziale, cioè la cultura, intendendo, in senso lato, ogni genere di manifestazione.

Non fa una grinza, naturalmente. Però il rischio che tutto questo generi una distorsione è serio. Occorre fare attenzione.

Prima cosa.
Da sempre esistono associazioni, gruppi o anche singoli cittadini che, inventando e facendosi spontanenamente carico di organizzazione e gestione, promuovono feste, mostre, sagre, giochi, concerti e quant'altro, bussando alle porte dell'amico che ha il negozio o la fabbrichetta per chiedere una mano. Basta guardare un manifesto di annuncio di una partita di calcio per capire quanto questi microsostegni siano sempre presenti e fondamentali.
Ma ora, che anche l'Amministrazione Comunale si è buttata in questo mercato e cerca sempre più spesso di ricevere denari dalle stesse fonti, ce ne saranno per tutti?
Ricordo che la piccola emittenza radiofonica privata degli anni '80 si estinse il decennio successivo per l'arrivo sulla scena delle grandi agenzie di raccolta pubblicitaria nazionale, le quali non ne lasciarono più per nessuno.
Cosa voglio dire? E' chiaro che chiedere un contributo per conto del Comune - o di qualche altro soggetto che del Comune sia espressione o che con il Comune abbia evidenti contiguità - ha una "potenza di persuasione" ben maggiore rispetto a quella dei gruppi spontanei ed indipendenti ed è altrettanto immaginabile che il privato benefattore non potrà sempre aprire il portafogli ad entrambi. Chi vincerà? Lo lascio indovinare.
Un rimedio per attenuare la concorrenza sproporzionata, dal punto di vista del Comune, potrebbe essere quello di creare comunque un fondo indistinto alimentato da una quota delle risorse ricavata dagli sponsor interpellati per le singole iniziative e dal quale "pescare" qualche soldo, di volta in volta, per favorire eventi non organizzati da via Roma.

Seconda cosa. Delicata.
Perchè una richiesta di denaro fatta dal Comune o suoi derivati è più convincente? Semplice. Perchè "non si sa mai, meglio tenerseli buoni". Tradotto: "se un giorno dovessi aver bisogno di qualcosa, di me si ricorderanno. Oppure glielo ricordo io".
Attenzione, ripeto, è delicato.
Mi spiego con un paradosso: se domani si presentasse in Comune uno di quei proprietari di terreno al quale l'Amministrazione sta cercando di impedire in tutti i modi di aprire una cava e dicesse "quanto vi serve per quella manifestazione? Non problem, ecco qua, anche per il prossimo anno", quale sarebbe la risposta?
Lasciando i casi estremi, siamo davvero sicuri che il ritorno in termini di visibilità pubblicitaria sia l'unica contropartita che il prodigo concittadino in cuor suo attende?

Gianni Favero


7 - Tre cose in ordine sparso

11 aprile 2006

Bè, in qualche modo è andata.

Oggi come oggi c'è ancora un sacco di confusione, Berlusconi non ha ancora deciso se i conti sono sbagliati, se sostenere che qualcuno ha imbrogliato o se è meglio proporre una grande coalizione con le stesse persone che accusa di avere imbrogliato. Eppure poteva anche andargli peggio: fosse stata diffusa tre giorni prima la notizia dell'arresto di Provenzano, in Sicilia avrebbe perso molti voti. E' strano che l'operazione si sia conclusa dieci minuti dopo avere avuto la certezza che la guida del Paese sarebbe passata ad altri. Forse non è strano per niente, invece.

Qui però ci interessano le cose roncadesi. Anche qui è andata.
Rubinato è senatore della Repubblica, onore al merito. Lasciamo perdere la storia della candidatura blindata che, a priori, offriva ampie garanzie di elezione. Se l'ha avuta un motivo ci sarà. Se adesso convive con la prospettiva di entrare in un Parlamento con questi pazzeschi rapporti di forza c'è solo da provare ad immaginare quale stabilità psicologica (ulteriore) dovrà giocoforza acquisire.
Onore al merito soprattutto per questo e questo non ha a che vedere con il fatto che si sia votato o meno nella sua direzione.
Potrei fare anche a meno di dichiararlo ma questo blog - come tutti i blog - è una mia enclave personale dentro questo sito e quindi mi concedo la consueta (masochistica?) libertà di essere sincero. Per me la Margherita è un pallido vinello da dessert diluito con l'acqua. Non ha il nervo che richiedono i cassintegrati di De' Longhi, i lavoratori precari, quelli che a fine mese al mercato non comperano frutta e zucchine. Non l'ho mai votata, dunque neanche questa volta. Però con i giudizi personali questo non c'entra e dunque vorrei che il sindaco non dubitasse dei miei limpidissimi auguri.

C'è poi la questione del "tradimento" sollevato dal Polo, nel senso del rischio che il superiore impegno richiesto da Palazzo Madama potrebbe distogliere Rubinato da un lavoro in paese per svolgere il quale la popolazione l'ha votata due anni fa.
La perplessità è in parte condivisibile perchè fare il sindaco da Roma (o fare il sindaco a Roma, come dice lei) è una mezza bufala. E' vero che altri lo fanno ed è vero che si può trovare una via intermedia per fare decorosamente un po' questo e un po' quello. Però bisogna essere Mandrake, oppure sacrificare monasticamente l'intera propria esistenza alla vocazione politica ma è difficile capirlo perchè sa di follia. Non lo si può chiedere a nessuno.
Il mio parere è che Rubinato - la quale non ha colpa se le elezioni politiche sono arrivate due anni dopo le amministrative a Roncade - farebbe bene a concentrarsi sul Senato, non fosse altro perchè il contrario sarebbe innaturale. Cercare di fare carriera, in qualsiasi campo, è sacrosanto, non è contestabile e tantomeno censurabile.
Dunque, non parlerei di tradimento.
Una preoccupazione tuttavia esiste. Dato che due anni fa nella maggioranza comunale di Roncade di fatto non è cambiato quasi nulla, si può temere una regressione ai modelli pre-2004. I quali hanno funzionato bene per un ragionevole arco di tempo ma, come ogni altro ciclo umano su questa terra, se si reinstallassero sarebbe una iattura.

Vabbè, una cosa alla volta.

Sani

Gianni Favero


6 - Datemi del pirla

22 marzo 2006

Anno 1964. Aldo Moro forma un governo caratterizzato da un "centrosinistra organico". Il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, lo ha invano ostacolato. Il generale Giovanni De Lorenzo, comandante dell'Arma dei Carabinieri, organizza un golpe che rientra poco prima della sua attuazione. In una nota della Cia si legge "Qualunque formula di centro-sinistra venga adottata, fallirà inesorabilmente. L'unica soluzione è il rovesciamento dell'attuale coalizione di governo... Questa crisi è stata provocata dalla riluttanza della DC di agire contro la sinistra... Le forze di centro devono capovolgere l'attuale trend e ritornare a un governo di centro liberal-democratico".

Anno 1969. L'Italia vive lo strascico dell'autunno caldo. Le proteste operaie e sindacali per i contratti, le richieste di riforme sociali, le agitazioni studentesche. Nelle retrovie il piano di Licio Gelli prevede, tra l'altro, il controllo del Corriere della Sera e una profonda revisione della Costituzione. Inizia la strategia della tensione. Bombe sui treni durante l'estate e, il 12 dicembre, l'attentato fascista di Piazza Fontana.
Aldo Moro, dalla "prigione del popolo" delle Br, nove anni dopo, scriverà che la strategia della tensione "ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l'Italia nei binari della normalità. Fautori ne erano in generale coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente dalla parte di chi respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all'antico. Fu un periodo di autentica ed alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise".

Anno 1978. Aldo Moro, presidente della Dc, è fautore dell'ingresso del Pci nella maggioranza programmatica e parlamentare del nuovo governo che Giulio Andreotti sta per varare. Il 16 maggio viene rapito da un commando Br e sarà ucciso 55 giorni dopo. E' "l'attacco al cuore dello Stato".

Questo giusto per ricordare qualcosa di importante che la storia italiana ha proposto alla vigilia dell'ingresso (o del ritorno) di forze di sinistra al governo. Si dirà che sono tempi lontani. Io credo sia meglio riservare a questi appunti un pensiero laterale. In fin dei conti i centri di potere che da sempre hanno sostenuto gli esecutivi di destra, di governi cioè forti, autoritari, con la massima limitazione del parlamentarismo, sono gli stessi.
A richiamare il consenso dell'opinione pubblica, cioè dell'elettorato, verso governi autoritari aiutano molto, da che mondo è mondo, le situazioni di emergenza. Se non ce ne sono, in Italia ci sono tradizionalmente "agenzie" di varia natura abilissime a crearle. Ci sono sfilze di attentati di tempistica raffinatissima sui quali riflettere. A volte basta pilotare una manifestazione che poi degenera (vedi G8 a Genova) o indurre ad arte scenari di ansia o panico. Se abbiamo un po' voglia di ricordare, di farci un giretto con Google che è sempre più facile. E poi c'è in giro un'aria di esasperazione, di una scommessa in cui ci si gioca il tutto per tutto che non è mica simpatica.

Scrivo queste cose per esorcizzarle, perchè voglio convincermi che sto esagerando. Desidero sinceramente che, tra poche settimane, qualcuno mi dia del menagramo, Cassandra, pirla, visionario. Un maniaco masochista che cerca nel passato, con il lanternino, le analogie più arbitrarie con il presente per dormire male la notte.

Ringrazio fin d'ora chi, dopo il 10 aprile, mi rivolgerà sane parolacce in modo tale da farmi capire che la sottile paura che sto esprimendo era solo nella mia testa tarlata. Poi dormirò meglio.

Gianni Favero


5 - Cosa nostra?

28 febbraio 2006

Già, a noi cosa c'importa?
Noi siamo qui, aspettiamo l'ora di andare a votare, poi arrivederci e grazie.
Se nella squadra amministrativa che ha avuto il nostro consenso ed alla quale abbiamo delegato cinque anni di gestione del paese succedono cose che non sappiamo comprendere, l'errore è nostro che ci ostiniamo a volerci vedere chiaro. Errore, perchè non si accende la luce nelle altrui alcove.
Amici compaesani, lo volete capire che in questo momento noi non serviamo? Non c'entriamo.
E' cosa loro.
Certo, parlavano di quanto fosse importante il coinvolgimento della gente nella vita amministrativa. Ricordate il confronto del 7 giugno 2004? Rubinato dixit (pagina 4), parlando delle persone che appartenevano alla sua lista: "io vorrei poi che fossero molto attive per tutto il mandato amministrativo, presenti in mezzo ai cittadini, aiutarci a colpire quegli obiettivi che vi ho detto prima. Partecipazione e forte condivisione del lavoro amministrativo, con la popolazione". E poi, a pagina 7 "Perciò ho queste idee, di una comunità unita, forte, coesa, dove anche le forze politiche sanno mettersi in gioco per pensare al nostro sviluppo futuro. Tutto questo non si può fare – è per questo che ho detto che la delega della partecipazione me la terrò ben stretta – se non si fa rete con i cittadini...".
Potremmo continuare.
Ora, che attraverso un gruppo consiliare, quei cittadini-rete chiedono di comprendere cosa sia successo tra agosto e gennaio dentro la maggioranza, la risposta è che non sono affari nostri.
E' cosa loro.
E' chiaro, amici compaesani, o avete pure voi scivoloni di memoria?
L'On/Sen Tantoèuguale se ne sciacqua le mani con una comunicazione di mirabile coraggio: in consiglio di questo non si parla perchè il segretario dice che non si può. Il segretario dice: non dipende da me ma è il regolamento che non lo permette.
Domanda: ma se le cose stanno così la discussione non si può fare anche in una pubblica assemblea estranea al consiglio?
Chissà.
Intanto godiamoci una parata elettorale con il verdon, sabato prossimo, in Castello, in cui saremo sedotti e rapiti dal disvelamento - questo sì ce lo spiegano - dei misteri genetici della famosa cicoria patria.

Hasta siempre!

Gianni Favero


4 - Ma chi ve lo fa fare?

15 febbraio 2006

In effetti una volta entrati nell'ordine di idee di difficile da capire rimane solo perchè, amici del centrosinistra, vi affanniate tanto a difendere qualcosa che è inutile difendere.

C'è stata una trattativa tra Progetto Insieme e Roncade Democratica? Embè? cosa c'è di strano? Una qualsiasi aggregazione di individui finalizzata ai più diversi scopi non è una cosa granitica. Accade, com'è accaduto in questo caso, che per una serie di cause ci sia uno spostamento del baricentro di controllo della compagine. In certe situazioni, fatti due calcoli con la posta in gioco ed i pesi da rilocare per rimettere la costruzione in assetto, si concerta una serie di possibili soluzioni dalle quali, se è possibile, ne esce una percorribile.
Ripeto, cosa c'è di strano? Perchè tutta quest'aria da verginelle molestate se qualcuno parla a chiare lettere di cosa è stato deciso di concedere a Sartor in cambio della sua - almeno momentanea, cioè come minimo fin dopo le politiche - quiete?
Mi pare sia già stata fatta un'operazione analoga, nei mesi che precedettero le elezioni amministrative, per indurre ad una "vacanza" un robusto collettore di voti avversi, no? Il voucher è stato di altra natura, certo, ma lo schema operativo è stato identico. Nulla di nuovo sotto il sole.
Una volta che ci si adegui alla salvifica ed autoassolvente forma mentis secondo la quale in politica "il più pulito c'ha la rogna", concludendo che se questo è il gioco io chi sono per cambiarlo, tutto fila via liscio.

E allora? Intendo dire, che senso hanno i comunicati con il "ma quale crisi, non è successo niente" quando dalla vostra stessa pancia come siano andate le cose, chi ha detto cosa e cos'ha risposto l'altro, viene raccontato con tranquilla semplicità?

Certo, alla mozione del Polo per avere una spiegazione in consiglio non siete tenuti a rispondere. Se avrete la gentilezza di accontentare gli avversari - tenendo presente che non sarebbe solo il Polo ad avere la curiosità di capire - temo che lo farete con il festival di astrazioni cui siamo abituati - battendo il record di parole con l'accento sulla "a" come da rubinatesco imprinting - senza confermare o smentire, senza aggiungere o togliere nulla alle già sufficientemente definite e convergenti voci di corridoio.

Se mi sbaglio, qui lo scrivo, poi tutti da Pasqualino e offro lo spritz all' intera assemblea. Comunque vada, sarà divertente fare l'autopsia, parola dopo parola, all'intervento che sarà (sarà?) pronunciato.

Sani.

Gianni Favero

P.S. Giacometti, hai sempre quel debituccio nei miei confronti. Guarda che non me ne faccio nulla se vieni a parlarmi delle relazioni tra la Margherita e il Pne dopo le provinciali...


3 - La violenza dell'oblìo

2 febbraio 2006

Quando ne senti parlare per la prima volta pensi che sia qualcosa che avviene solo a livelli altissimi, tra gente che parla romanesco o milanese-business, comunque tanto lontano da dove vivi tu. Poi ti accorgi che il fenomeno in realtà si avvicina, che anche per molto meno, per seggioline piccole, i concorrenti diventano belve.
Non nel senso che aggrediscono o che chiedano il sangue dell'avversario. Magari. Sarebbe più facile capire e anche difendersi.
Quello che le persone di cui parlo vanno a rompere in due, a sezionare di netto, con una violenza invisibile ma lacerante se ne hai la certezza, è il rapporto tra il sistema di valori sul quale hanno sempre costruito la loro presunta verginità ed il gioco che hanno messo in moto per far avanzare la pedina che rappresenta se stessi e/o quelle dei loro momentanei alleati. Vincere purchessia.
La violenza è quella della legge dei numeri: le porcherie private sono poco o per nulla conosciute, non incideranno mai sul candore dell'immagine pubblica. Ergo non hanno peso. Non c'è destra, non c'è sinistra. Non ci sono laici e non ci sono cristiani.

La violenza è di svegliarti un mattino e di comprendere di aver un tempo riservato una fiducia quasi stellare a chi invece ha sposato senza esitazione un classico, volgare ed opulento oblìo su quello che sicuramente - e dico sicuramente - conosce ma non può dire.

E' la politica, amici, la memoria è solo un brutto e dannoso vizio. E' la politica, amici. Un grande monopoli per drogati. A noi sciocchi l'illusione che in aprile o in maggio il nostro lancio di dadi sia una cosa seria.

Gianni Favero


2 - La modernità del Conspirator

26 gennaio 2006

Sui contenuti si potrebbe discutere a lungo, il problema è il tono. E’ questa dimensione dell’intervento di Ivano Sartor che, a parte le controriflessioni formali pubblicate sotto, ha generato un discreto numero di osservazioni a me rivolte privatamente. Alcune di queste provengono da roncadesi residenti all’estero da molti anni e che si sorprendono di un’uscita del genere da parte di quel Sartor che loro conoscevano.

E’ vero, devo osservare, che nessuno come l’ex sindaco in questo senso ha saputo adeguarsi alla modernità. Al linguaggio mediatico contemporaneo, a quello che gradatamente la classe dirigente della Seconda Repubblica ha imparato ad utilizzare nelle reti televisive del suo capo e padrone, poi clonate per due terzi sulla tv di Stato. Alle delicatezze espressive di Vittorio Sgarbi, ad esempio, oppure al gentile apostrofare di Mario Borghezio quando parla di forestieri o di persone che, semplicemente, hanno gusti sessuali non allineati. Così si fa, così si suscitano le ovazioni. Così vive chi senza ovazioni non può vivere.

E’ vero anche che la democrazia non è il potere ai guitti. Democrazia è il potere ai guitti, agli intellettuali, ai sacrestani e ai bestemmiatori, ai camionisti e agli elettricisti, ai sognatori e ai senzatetto, agli adolescenti e ai novantenni, agli analfabeti e ai plurilaureati, a chi ha la casa tappezzata di librerie e a chi sa usare solo il telecomando. Chiedere un parere a tutti questi, anche se per un monumento non è obbligatorio, magari è un gesto di apertura e tolleranza molto utile. L’arte, vero pure questo, non è cosa che si debba adeguare al consenso ma un volume di cemento in piazza non è un quadro: se non ci piace più non possiamo toglierlo dal muro e appenderne uno diverso.

La storia delle commissioni e della soprintendenza, poi, sappiamo com’è. Il circolo dei soliti noti che si autoalimenta, che include oppure esclude a seconda del vortice di convenienze e di favori da ricevere oppure elargire. Se questa è modernità...
Forse è modernità risolvere una crisi di maggioranza con la consueta alchimia fatta di cariche e calcestruzzo... E qui mi taccio.

Un’osservazione, infine, sul progetto di monumento. Bello o brutto lasciamo stare. Mi chiedo soltanto come possa interpretare lo spirito di Carlo Menon un artista mercenario che dell’illustre roncadese probabilmente ha sentito parlare solo qualche giorno prima di presentare il progetto. Uno che non ha mai ascoltato, per capirci, la sirena di mezzogiorno delle officine o parlato con qualcuno che in quella fabbrica ci ha lavorato. Mi chiedo anche a cosa si riferisca quella forma a fungo. Un martello? Un pistone? Più semplicemente, forse, è una forma buona per ogni occasione, basta cambiare le formelle esterne ed ecco che il monumento diventa ottimo per qualcun altro, per qualche altra piazza d’Italia. Del resto, anche flessibilità - Confindustria docet -  è modernità, no?

Gianni Favero


1 - Spararle è da vigliacchi

9 gennaio 2006

Per tutto il 2005 si sono oliati gli archibugi, dopo Natale si è alla fine sparato.
Senza risparmio e senza mascherare l'astio, con il modus operandi di chi ha annotato con pazienza ogni debito ed ora passa a riscattarli tutti senza sconto alcuno.

Il bersaglio è Simonetta Rubinato, sia nella sua dimensione personale sia in ciò che lei in questa fase a Roncade rappresenta cioè, detta brutalmente, una minoranza al governo. Il momento per questa città è difficile e non è il caso, ora, di tirare la somma di torti, alibi e ragioni da parte sua e di chi ha generato la situazione. In un divorzio le colpe non stanno mai tutte da una parte ma le conseguenze, se a questo si arriva, ricadono pure su chi colpe non ne ha. Dunque se non si divorzia è meglio.
Anche se la tentazione di sparare contro la signora è grande, credo che adesso farlo sarebbe troppo facile e quindi anche un tantino da vigliacchi.

Perchè facile? Semplice: Supersimo è impegnata su troppi fronti ed è anche sfortunata per la coincidenza temporale, in questo 2006, di elezioni politiche, amministrative provinciali e filibustering interno.

Spieghiamoci.

Punto primo: non c'è alcun mistero sul fatto che Rubinato occupi un posto interessante nella scacchiera dei collegi per l'elezione dei deputati nella prossima legislatura. L'ambizione è questa, è legittima e sacrosanta, la donna è giovane e capace e sarebbe contro natura se, di fronte ad una simile opportunità, una persona con il pallino della politica non ne approfittasse. Fosse eletta almeno potremmo ascoltare Radio Radicale con un minor senso di pesantezza nei suoi collegamenti quotidiani in diretta con Montecitorio.

Punto secondo: a lei tocca orchestrare una macchina dalla quale far uscire un nome spendibile per la candidatura di centro(sinistra) alla presidenza della Provincia. Impresa molto più difficile della prima e, attenzione, da essa non così scollegata.
E' difficile perchè la Lega a Treviso non ha perso lo smalto indubbiamente ceduto, invece, a livello nazionale, Forza Italia al Carroccio fa il solletico e il centrosinistra in estrema sintesi non ha carte da giocare. Le personalità fin qui ventilate sono tali che un qualsiasi Bepi Covre se le mangerebbe a colazione senza neanche masticare. Alcune di loro, inoltre, sono matrioske con la sorpresa: hanno scheletrini negli armadi troppo recenti perchè non vi sia il rischio che, al momento giusto, gli avversari non li diano in pasto all'opinione pubblica. Non so se per Rubinato un'eventualità del genere sarebbe così indifferente. Comunque queste cose le conosce e la responsabilità è sua.

Punto terzo: la signora insiste e insiste, però una forma-linguaggio efficace per la duplice campagna elettorale non l'ha trovata. Quando si combatte con la Lega in una base elettorale come quella trevigiana il modulo comunicativo conta almeno per il 50%.
Lei ci mette buona volontà, gestisce in modo accettabile lo sguardo nella telecamera, gli sfarfallii di ciglia, la posizione di mani e spalle e le espressioni di controcampo. Ha un buon vocabolario, non sbaglia i congiuntivi sebbene non sappia dismettere l'aria da maestrina cresciuta alle Canossiane (una Jervolino meno acida, per capirci) e, soprattutto, sia ancora inzuppata nelle astrazioni.
Parla dei progetti ma non delle azioni. Usa troppi termini che finiscono con la "a" accentata oppune in "ione". Poi lima, seziona, media e distingue.
Però analizza e non sintetizza e questo, con riferimento all'elettore medio che si evince dallo stato sociodemografico della Marca, equivale ad impantanarsi in una pozzanghera verbale. E' un fondamentale che insegnano alla scuola di giornalismo: il linguaggio è il veicolo, se il veicolo è inadeguato qualsiasi informazione si spreca. Non arriva a destinazione.
La Lega in questo è maestra anche quando non ha niente da dire.

Vogliamo dirla con linguaggio calcistico? Rubinato è un centrocampista di piede vellutato, che fraseggia ottimamente nella propria trequarti, sa tenere palla ma non verticalizza mai. Io, almeno, una bella rasoiata che disorienta la difesa avversaria e galvanizza la tribuna non la ricordo.

Il punto quarto, quello che le si potrebbe risparmiare, è appunto la fronda interna. The Conspirator ha il cervello fino, ha atteso sull'argine finchè la corrente non gli ha portato ciò che voleva veder galleggiare. L'opposizione può pasteggiare: non partecipare all'accerchiamento sarebbe politicamente illogico.
Naturalmente mi si potrà obiettare che, di solito, chi si compra una bicicletta è perchè ha voglia di pedalare e dunque perchè mai, ora, si dovrebbe cecrcare di attenuare le fatiche che Rubinato stessa ha scelto di affrontare? Cioè, in nome di cosa aiutarla a semplificare una situazione che lei stessa, per prima, ha contribuito a rendere complessa?

Francamente una risposta non ce l'ho.

Forse perchè l'oggetto fragile da non mandare in frantumi in realtà non è lei ma il governo di questa città.

Gianni Favero